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Pierre Yared: energia, manifattura e difesa nella strategia economica di Trump

Pierre Yared: energia, manifattura e difesa nella strategia economica di Trump

Il capo dei consiglieri economici di Trump: «Grazie ai dazi il nostro import è sceso a livelli mai visti dall’ingresso di Pechino nel Wto. Il declino dell’industria è un rischio strategico. Tra noi e l’Italia aumenterà la cooperazione».

Per Donald Trump, le politiche relative al commercio internazionale sono strettamente collegate alla tutela della sicurezza nazionale. A maggio, lo confermò in esclusiva alla Verità l’allora presidente del Council of Economic Advisers della Casa Bianca, Stephen Miran. Ebbene, il nostro giornale ha avuto adesso l’opportunità di intervistare, sempre in esclusiva, il successore di Miran a questo delicato incarico: Pierre Yared.

Professore di Economia Internazionale presso la Business School della Columbia University e membro del Council on Foreign Relations, Yared è stato nominato a febbraio da Trump vicepresidente del Council of Economic Advisers della Casa Bianca. Ne ha assunto poi la guida ad interim in settembre, dopo che Miran è passato al board dei governatori della Federal Reserve. Sempre a settembre, Reuters riportò che l’attuale amministrazione statunitense stava valutando il nome di Yared per caldeggiarne eventualmente la nomina a numero due del Fondo monetario internazionale.

Nel colloquio che abbiamo avuto con lui, sono stati affrontati vari argomenti. Dal senso strategico dei dazi promossi dalla Casa Bianca alla lotta all’inflazione: un tema, quest’ultimo, particolarmente caldo, soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre. Abbiamo inoltre parlato delle relazioni tra Roma e Washington, senza poi trascurare il ruolo geopolitico del dollaro: un dossier, questo, che chiama direttamente in causa il complicato rapporto che intercorre tra la Casa Bianca e i Paesi appartenenti al blocco dei Brics. Era d’altronde il 2024, quando Yared pubblicò uno studio in cui si sosteneva che «il predominio finanziario segue la potenza militare, soprattutto durante i periodi di instabilità globale». «La potenza militare non è solo un fattore di supporto: è un pilastro della supremazia finanziaria», aggiunse. Si tratta di temi geopoliticamente rilevanti, soprattutto alla luce delle tensioni internazionali esplose a seguito della recentissima cattura di Nicolas Maduro da parte di Washington.

Pierre Yared, qual è lo scopo strategico dei dazi americani? E qual è stato finora il loro impatto sull’economia degli Stati Uniti? Le faccio questa domanda perché in Italia molti commentatori ancora demonizzano o ridicolizzano la politica commerciale del presidente Trump.

«Esistono diverse motivazioni legali per ogni serie di dazi. Dal mio punto di vista di economista, vedo i dazi come strumenti finalizzati a due scopi principali. In primo luogo, creano un incentivo basato sul mercato per ridurre i rischi delle catene di approvvigionamento critiche, proteggendole dagli avversari geopolitici. In secondo luogo, forniscono una leva al governo statunitense nei negoziati con i partner commerciali per aprire i mercati esteri alle esportazioni statunitensi. C’è anche un interessante effetto collaterale».

Quale?

«I dazi aumentano le entrate del governo statunitense. In termini di impatto, abbiamo assistito a una rapidissima diminuzione della dipendenza degli Stati Uniti dalle importazioni cinesi, riportandoci a livelli mai visti da prima dell’adesione della Cina all’Organizzazione mondiale del commercio. Abbiamo visto i partner commerciali rimuovere le barriere non tariffarie e impegnarsi a investire negli Stati Uniti. Anche le entrate tariffarie che abbiamo raccolto finora sono state significative».

A novembre 2025, l’inflazione statunitense ha registrato un raffreddamento: l’indice dei prezzi al consumo è sceso al 2,7% rispetto al 3% di settembre. Ora, proprio l’inflazione rappresenta notoriamente un dossier decisivo in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre di quest’anno. Qual è la strategia del presidente Trump per combatterla?

«Il modo in cui il presidente Trump sta frenando le pressioni inflazionistiche in tutto il settore economico è costituito dall’espansione del lato dell’offerta dell’economia attraverso la deregolamentazione: il che riduce i costi del fare impresa. Ci sono poi incentivi fiscali al lavoro e agli investimenti».

Prosegua pure.

«Inoltre, il presidente Trump sta anche riducendo il deficit di bilancio attraverso l’aumento delle entrate fiscali, la riduzione della spesa e la riduzione di sprechi, frodi e abusi, che a loro volta riducono la pressione inflazionistica».

Venendo invece all’intreccio tra geopolitica e questioni finanziarie, per quale ragione l’aumento della spesa militare statunitense è utile per difendere il predominio globale del dollaro?

«Il presidente Trump si è impegnato a garantire un esercito molto potente, motivo per cui il One Big Beautiful Bill Act (legge approvata a luglio dal Congresso, ndr) prevedeva importanti disposizioni volte ad assicurare una spesa significativa nel comparto della difesa. Inoltre, il presidente Trump ha parlato in numerose occasioni dell’importanza dello status del dollaro come valuta di riserva, affermando che perdere questo status equivarrebbe strategicamente a perdere una guerra».

Fin dalla campagna elettorale, il presidente Trump si è rivolto con particolare attenzione ai colletti blu di Stati operai come Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Le chiedo quindi: quali sono i settori manifatturieri che l’attuale inquilino della Casa Bianca intende rilanciare? E per quale ragione?

«Sebbene gli Stati Uniti siano il secondo produttore manifatturiero al mondo e il più produttivo, è anche vero che il settore manifatturiero, in termini di quota dell’economia, è in calo da diversi decenni. Ciò rappresenta un rischio strategico per gli Stati Uniti, poiché non possiamo fare eccessivo affidamento su avversari geopolitici per la nostra base industriale e di difesa né per le nostre infrastrutture critiche. Ed è su questo che il presidente si concentra quando volge la sua attenzione alla produzione manifatturiera».

Perché l’amministrazione Trump ritiene fondamentale rilanciare il settore energetico del petrolio e del gas?

«Ci sono tre grandi questioni. In primo luogo, l’energia è fondamentale per tutto, quindi espandere l’approvvigionamento energetico è fondamentale per ridurre le pressioni inflazionistiche e garantire la lotta al carovita. E questo è molto diverso dall’agenda green che era stata portata avanti dall’amministrazione Biden».

E poi?

«In secondo luogo, l’energia rappresenta un’esportazione strategica per gli Stati Uniti. Infine, l’abbondanza di energia è necessaria per il predominio degli Stati Uniti nel settore dell’intelligenza artificiale, dato il fabbisogno energetico dei data center».

All’interno dell’Unione europea, il governo italiano, guidato da Giorgia Meloni, è quello più impegnato a rafforzare le relazioni transatlantiche. Che cosa ne pensa? Ma soprattutto: lei ritiene che Washington e Roma possano consolidare i loro legami economici nel prossimo futuro?

«Accogliamo con favore il riconoscimento da parte del presidente del Consiglio Meloni dei valori e degli obiettivi comuni che condividiamo nei due lati dell’Atlantico, e accogliamo con favore anche il suo impegno ad aumentare la spesa per la difesa in Italia per consolidare il suo impegno nella Nato. Ci attendiamo che l’accordo commerciale tra Stati Uniti e Unione europea si traduca in una maggiore cooperazione economica con l’Italia».

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