Inizia, seppur difficoltosamente, a mettersi in moto il processo diplomatico volto a chiudere la guerra in Iran. Una delegazione di Teheran arriverà in serata a Islamabad, dove sabato terrà dei colloqui con gli Stati Uniti. A renderlo noto, è stato l’ambasciatore iraniano in Pakistan, Reza Amiri Moghadam. “Nonostante lo scetticismo dell’opinione pubblica iraniana dovuto alle ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte del regime israeliano, volte a sabotare l’iniziativa diplomatica, la delegazione iraniana, invitata dall’onorevole primo ministro Shehbaz Sharif, arriverà questa sera a Islamabad per colloqui seri basati su dieci punti proposti dall’Iran”, ha dichiarato.
In particolare, a guidare la delegazione della Repubblica islamica dovrebbe essere il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. Dall’altra parte, la Casa Bianca ha reso noto che il team negoziale di Washington sarà principalmente composto da JD Vance, Steve Witkoff e Jared Kushner.
Negoziati a Islamabad: i 10 punti di Teheran sul tavolo
Dal canto suo, Donald Trump è tornato a minacciare Teheran, qualora l’intesa raggiunta l’altro ieri non dovesse essere rispettata. “Tutte le navi, gli aerei e il personale militare statunitensi, con munizioni, armamenti e qualsiasi altra cosa appropriata e necessaria per il perseguimento e la distruzione letale di un nemico già sostanzialmente indebolito, rimarranno in Iran e nei dintorni fino a quando il vero accordo raggiunto non sarà pienamente rispettato”, ha dichiarato. La tensione del resto è tornata a salire. L’Iran ha chiuso nuovamente lo Stretto di Hormuz in risposta ai bombardamenti israeliani contro il Libano.
Secondo Teheran e Islamabad l’accordo sul cessate il fuoco includerebbe anche il Libano: una circostanza, questa, negata dagli Stati Uniti. “Credo che gli iraniani pensassero che il cessate il fuoco includesse il Libano, ma non è così. Non abbiamo mai fatto una promessa del genere”, ha dichiarato Vance mercoledì, parlando di un “legittimo malinteso”.
Il nodo dell’uranio e le divisioni interne tra falchi e colombe
In tutto questo, si registrano controversie anche sui dieci punti elaborati dall’Iran. In particolare, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha negato che l’accordo stipulato con Teheran corrisponda alla proposta pubblicata dalla Repubblica islamica. “Le linee rosse del presidente, ovvero la fine dell’arricchimento del petrolio iraniano in Iran, non sono cambiate”, ha affermato la Leavitt. “L’idea che il presidente Trump possa mai accettare una lista di richieste iraniane come parte di un accordo è completamente assurda”, ha aggiunto.
Insomma, i punti da chiarire durante i colloqui non saranno pochi. Non dimentichiamo che, prima del conflitto, Washington esigeva che Teheran rinunciasse all’arricchimento dell’uranio, limitasse il suo programma missilistico e cessasse di foraggiare i propri proxy regionali. Si tratta di temi su cui probabilmente i team negoziali riprenderanno a trattare sabato in Pakistan.
Tutto questo, mentre gli stessi attori in campo sono internamente divisi. Il regime khomeinista continua a rivelarsi spaccato tra un’ala dialogante (che fa capo al presidente iraniano Masoud Pezeshkian) e un’altra, legata ai pasdaran, che auspica invece la linea dura nei confronti di Washington. E proprio i pasdaran potrebbero agire per cercare di boicottare i negoziati. Sul fronte opposto, si registra una dialettica anche in seno all’amministrazione statunitense: Vance è il principale fautore della soluzione diplomatica, mentre il capo del Pentagono, Pete Hegseth, guarda con scetticismo al cessate il fuoco. Infine, gli stessi attori regionali sono divisi. Pakistan e Turchia sperano che la tregua regga. Arabia Saudita, Emirati arabi e Israele non nutrono invece eccessiva simpatia per il cessate il fuoco. Insomma, la situazione resta, per ora, ingarbugliata. Vedremo gli sviluppi dei prossimi giorni.
