Negli ultimi mesi si sono fatte sempre più frequenti le cause intentate contro le big tech americane. L’accusa è sempre la stessa: aver volontariamente progettato piattaforme per rendere dipendenti i giovani.
Una pratica che, secondo le accuse, sovente avrebbe portato a problemi di salute mentale e stress per i teenagers americani.
La decisione di ieri di un tribunale del New Mexico contro Meta conferma il trend: l’azienda di Mark Zuckerberg dovrà risarcire 567 milioni di dollari e modificare il funzionamento delle sue piattaforme per i giovani utenti dello Stato.
L’accusa
La causa era stata intentata dallo Stato del New Mexico e riguarda la mancata tutela dei minori sui social network di Meta (Instagram, Facebook), l’esposizione degli adolescenti a predatori sessuali online e la creazione di una crisi di salute mentale giovanile.
L’accusa del Procuratore generale Raúl Torrez sosteneva che Meta avesse progettato Facebook e Instagram con l’intenzione di creare dipendenza nei ragazzi, creata attraverso algoritmi intenzionalmente tossici e manipolatori.
L’accusa formale è quindi di aver violato le leggi sulla protezione dei consumatori, ingannando il pubblico sulla reale sicurezza di Facebook e Instagram.
La condanna di Meta
È bene precisare che si tratta ancora del primo grado di processo, e Meta ha già annunciato di voler ricorrere in appello; tuttavia, la cifra che l’azienda di Zuckerberg dovrebbe pagare in multe è di oltre 900 milioni di dollari.
Con la sentenza emessa ieri dal giudice Bryan Biedscheid, completata la fase istruttoria sui danni reali, ha emesso un’ordinanza integrativa a quella della giuria (emessa a marzo) per stabilire il rimedio concreto.
La cifra è astronomica: per curare la crisi e finanziare i programmi di salute mentale per i ragazzi Meta dovrà pagare 567 milioni di dollari.
Anche la giuria popolare aveva stabilito a marzo la colpevolezza di Meta, quantificando le sanzioni civili in 375 milioni di dollari. In totale, dunque Meta dovrà sborsare 942 milioni di dollari.
A questa cifra si aggiunge l’emissione di un decreto, emesso ieri e valido per cinque anni, che impone limiti mensili di utilizzo per i teenager, pari a 90 ore al mese (3 ore al giorno) e restrizioni alle notifiche.
Vengono imposti inoltre controlli più stringenti sui contatti tra adulti e minori, tutele per le chatbot basate sull’intelligenza artificiale e un rafforzamento della revisione delle segnalazioni di abusi.
Cosa dicono gli studi
Le evidenze scientifiche più recenti confermano un legame, seppur non sempre lineare, tra uso problematico dei social e disagio psichico giovanile.
Lo studio più autorevole del 2026, che è stato pubblicato sull’American Journal of Preventive Medicine dal team di Jason Nagata, è stato condotto su oltre 8.100 ragazzi tra 11 e 12 anni; esso ha rilevato che un uso “problematico” di telefono e social precede, a un anno di distanza, più sintomi depressivi, disturbi del sonno, comportamenti suicidari e abuso di sostanze.
Il Surgeon General statunitense aveva già peraltro segnalato che oltre tre ore giornaliere raddoppiano il rischio di ansia e depressione negli adolescenti.
Infine, una meta-analisi globale su 32 Paesi stima che una persona su quattro mostri un uso compulsivo dei social, con le donne più prone a tale abuso.
Il consenso sembra quindi andare nella direzione evinta dalla sentenza di ieri. Sentenza che peraltro è stata seguita a livello nazionale, perché diversi Stati e distretti scolastici stanno portando avanti cause simili contro le grandi piattaforme social. Per le big tech si prospetta quindi una stagione di restrizioni e multe.
