Da qualche mese, il Mar Nero sembra essere diventato una seconda “Hormuz”. A differenza del Golfo Persico, però, qui la materia prima al centro del blocco navale imposto dalla Russia all’Ucraina non è il petrolio, ma il grano.
La campagna russa e la fine dell’export ucraino
Gli strike russi sulle infrastrutture portuali e sulle navi mercantili ucraine vanno ormai avanti oltre due mesi.
Tutto era iniziato nei primi giorni di luglio, quando i primi attacchi russi erano stati giustificati come risposta alla campagna ucraina di 40 giorni che ha visto le Forze armate di Kiev colpire decine e decine di navi mercantili russe nel Mare di Azov.
Da allora, Mosca ha continuato la sua interdizione navale a distanza. L’obiettivo principale non è stato solo colpire i silos di stoccaggio del grano e degli altri prodotti cerealicoli, ma paralizzare completamente la capacità logistica dei terminal portuali di Odessa, Chornomorsk e Pivdennyi.
A due mesi di distanza, questi porti hanno subito devastazioni strutturali gravissime che hanno reso impossibili le normali operazioni di carico e scarico.
Ucraina, gigante cerealicolo
Questi attacchi hanno fatto crollare le spedizioni ucraine via mare a 0,5-0,6 milioni di tonnellate a luglio e agosto, contro i 7 milioni degli anni precedenti (negli stessi mesi), un crollo verticale di circa il 92% in meno.
L’importanza dei creali ucraini nel mondo è notevole: Kiev esporta il 37% dell’olio di semi di girasole globale, il 14% del mais (quarto produttore mondiale) e il 10% del grano (quinto esportatore globale).
Gli effetti devastanti del blocco
Poiché i porti marittimi gestiscono storicamente oltre il 90% delle esportazioni di cereali del Paese, la paralisi sta avendo un impatto profondo.
Kiev aveva preventivato l’export di 64 milioni di tonnellate di prodotti agricoli; con i porti del Mar Nero inoperativi, sono solo 29,6 milioni le tonnellate esportabili utilizzando unicamente le rotte alternative via terra e via Danubio. Meno della metà.
I danni economici
La Banca Nazionale dell’Ucraina stima che la sola paralisi delle rotte marittime nella seconda metà del 2026 taglierà circa 2,5 miliardi di dollari di entrate dall’export. Se il blocco dovesse persistere per l’intera stagione commerciale 2026/27, il valore dei prodotti agricoli invenduti e “congelati” nei magazzini supererà i 10,8 miliardi di euro.
L’agroalimentare genera inoltre circa il 60% delle entrate totali da esportazione dell’Ucraina. Senza questi flussi continui di dollari ed euro, la valuta nazionale (hrvynia) sta già iniziando a subire una forte pressione svalutativa, costringendo la Banca Centrale a bruciare riserve valutarie per tenerla stabile.
I dati pubblicati il 1° settembre mostrano chele riserve di valuta internazionale dell’Ucraina sono scese a 48,66 miliardi di dollari, registrando una contrazione netta del 5,0% nel solo mese di agosto rispetto ai 51,2 miliardi di fine luglio.
Il calo è stato guidato proprio dalla necessità di effettuare massicci interventi sul mercato dei cambi, senza i quali la hryvnia ucraina potrebbe entrare in una spirale inflazionistica. Il tasso di cambio è passato da circa 41-43 UAH per dollaro a una quotazione attuale che oscilla intorno ai 44,60 – 44,90 UAH per USD.
Sale il prezzo del grano e il rischio d’inflazione
Ma il blocco dei porti ucraini è un problema globale. I prezzi di riferimento del grano sono sensibilmente saliti. Alla borsa di Parigi (riferimento per il mercato europeo) il benchmark è passato dai 216,00 € per tonnellata di giugno a 241,50 €/t, con un incremento del +12%.
Va peggio per il mais, che dai 221,00 € di giugno è arrivato a toccare i 264,00 €/t di oggi, crescendo del +19%.
L’aumento dei prezzi delle materie prime agricole (cui si deve aggiungere una scarsità di fertilizzanti dovuta alla crisi di Hormuz) si riflette inevitabilmente sui prezzi al consumo, con un effetto ritardato tipico della filiera alimentare (solitamente dai 6 ai 12 mesi).
Le avvisaglie ci sono già, l’indice globale dei prezzi alimentari della FAO ha già registrato decisi aumenti sequenziali a luglio e agosto, toccando i massimi degli ultimi anni. Il rischio di sensibili aumenti del conto della spesa si sta insomma trasformando in certezza.
