Per anni Nicolás Maduro ha incarnato l’immagine del potere inattaccabile in Venezuela, nonostante una ricompensa multimilionaria fissata dagli Stati Uniti e un atto d’accusa federale reso pubblico nel 2020 che lo indicava come protagonista di un sistema di narcoterrorismo. Quel muro di apparente impunità si è incrinato nelle prime ore di sabato, quando un’operazione militare ha portato all’uscita forzata dal Paese del presidente venezuelano e della moglie. Ora Maduro dovrà comparire davanti a un tribunale federale di New York per rispondere di traffico internazionale di stupefacenti e associazione a delinquere con finalità terroristiche. «Affronteranno presto la collera della giustizia americana sul territorio americano, davanti a giudici americani», ha dichiarato il procuratore generale Pam Bondi, riferendosi a Maduro e alla consorte Cilia Flores. Un messaggio che segna un cambio di fase nella strategia giudiziaria statunitense nei confronti del vertice politico di Caracas.
Secondo l’accusa, Maduro sarebbe stato il vertice del cosiddetto Cartello de Los Soles, una struttura informale e ramificata composta da generali e alti funzionari dello Stato venezuelano. Per oltre vent’anni, questa rete avrebbe incassato somme ingenti sotto forma di tangenti dai capi della guerriglia colombiana, consentendo il passaggio di enormi quantitativi di cocaina attraverso il territorio venezuelano. La droga, spiegano i magistrati, veniva poi indirizzata verso i mercati degli Stati Uniti e dell’Europa. L’espressione Cartello de Los Soles, nata nel linguaggio giornalistico locale, richiama i soli dorati – equivalenti alle stelle dei generali statunitensi – che compaiono sulle mostrine degli ufficiali venezuelani.
Le indagini collocano al centro di questo sistema non solo Maduro, ma anche il suo predecessore Hugo Chávez e altri esponenti di primo piano dell’apparato statale. Secondo gli inquirenti, il potere politico avrebbe collaborato con la guerriglia colombiana per garantire il transito della cocaina. Washington aveva classificato le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia come organizzazione terroristica tra il 1997 e il 2021, prima del loro scioglimento formale. Gli Stati Uniti sostengono che il Venezuela abbia svolto a lungo una funzione chiave come corridoio logistico per gli stupefacenti colombiani, destinati poi a raggiungere via mare o via aerea il Nord America, i Caraibi e il continente europeo. Nella ricostruzione dell’accusa, sia durante l’era Chávez sia sotto Maduro, Caracas avrebbe «privilegiato l’uso della cocaina come strumento di pressione contro l’America». Una tesi respinta con forza dal leader venezuelano, che in una lettera inviata a Donald Trump lo scorso settembre ha parlato di «fake news costruite per legittimare un’escalation militare dalle conseguenze devastanti per l’intero continente», invocando invece la via del dialogo.
Non mancano, tuttavia, voci critiche sull’impianto probatorio dell’accusa. Alcuni analisti venezuelani ritengono che dimostrare in aula il coinvolgimento diretto di Maduro sarà complesso. «La vera difficoltà sarà provare l’esistenza stessa del Cartello de Los Soles e dimostrare che Maduro ne fosse il comandante», ha osservato al Wall Street Journal Brian Naranjo, ex alto funzionario diplomatico statunitense con esperienza a Caracas.
Secondo gli esperti, gran parte della cocaina diretta negli Stati Uniti parte dalla costa pacifica della Colombia e dall’Ecuador. A differenza dei grandi cartelli messicani, come quello di Jalisco, la struttura venezuelana non avrebbe una gerarchia rigida, ma funzionerebbe come una rete diffusa di ufficiali militari che agevolano il traffico in cambio di compensi lungo le rotte di transito. Phil Gunson, analista dell’International Crisis Group, descrive il Cartello de Los Soles come «un’etichetta utile per definire un insieme disorganizzato e spesso conflittuale di generali e funzionari che prosperano in un sistema di corruzione cronica».
Il parallelo che molti osservatori evocano è quello con il generale panamense Manuel Noriega. Anche lui, un tempo alleato di Washington, finì per essere accusato di collusione con i narcotrafficanti e fu arrestato dopo l’invasione statunitense di Panama nel 1989. Condannato per traffico di droga, trascorse 17 anni in carcere prima di rientrare nel suo Paese, dove morì nel 2017. Un precedente che pesa sullo sfondo della vicenda Maduro. I magistrati americani fanno risalire i legami strutturali tra Caracas e il narcotraffico già agli anni della presidenza Chávez, quando – secondo l’accusa – ai generali sarebbe stato ordinato di fornire armi alla guerriglia colombiana, poi confluita in un processo di pace nel 2016. Le ombre del traffico hanno sfiorato anche la famiglia presidenziale: nel 2015 due nipoti di Cilia Flores furono arrestati in un’operazione sotto copertura dopo essersi offerti di consegnare ingenti carichi di cocaina a presunti intermediari, rivelatisi agenti della DEA. I due si dichiararono «in guerra» con gli Stati Uniti e vantavano contatti con alti comandanti guerriglieri. Condannati a New York nel 2016, sono stati liberati nel 2022 nell’ambito di uno scambio di prigionieri.
Altri ex vertici militari venezuelani sono già detenuti negli Stati Uniti e potrebbero testimoniare contro Maduro. Tra questi figurano l’ex capo dell’intelligence militare Hugo Carvajal e il generale Clíver Alcalá, entrambi colpevoli di aver contribuito al traffico di tonnellate di cocaina e alla fornitura di armi ai guerriglieri. Washington ha inoltre fissato ricompense milionarie su altri esponenti chiave del potere venezuelano, che negano ogni addebito e respingono l’esistenza stessa del Cartello dei Soles, definendolo «una costruzione ideologica». Dopo gli attacchi di sabato, i due hanno diffuso messaggi di sfida restando nel Paese, mentre il fronte giudiziario internazionale attorno ai collaboratori di Maduro si fa sempre più stretto.
