Donald Trump conferma di volere la Groenlandia e che presto lo otterrà, «con le buone o con le cattive». Secondo il presidente, gli Stati Uniti hanno bisogno del territorio artico per «motivi di sicurezza nazionale» e che la Nato stessa «dovrebbe aprirci la strada per ottenerla». Ma quello non è l’unico impero che intende mettere le mani sulla zona per estendervi il controllo geopolitico, per gestire le risorse intrappolate al suo interno, per mettere il cappello sulle nuove rotte commerciali che il riscaldamento climatico ha reso ormai navigabili.
La corsa alle nuove rotte del Nord
Washington sta correndo ai ripari dopo che già Mosca e Pechino hanno iniziato a sfruttare il nuovo scenario, con la diminuzione del ghiaccio marino che ha ridotto drasticamente le distanze tra i porti cinesi (come Ningbo-Zhoushan) e quelli europei (Amburgo, Rotterdam, Felixstowe), per conseguire un vantaggio strategico. La compagnia di navigazione Haijie Shipping Company lo scorso autunno ha lanciato il primo servizio regolare di linea per container lungo la rotta del Mare del Nord: una via che collega la Cina all’Europa occidentale in appena 18 giorni, rispetto ai tradizionali 28 passando dal canale di Suez. È l’alternativa più credibile alla Belt and Road Initiative, la Nuova Via della seta su cui contava Pechino per raggiungere agilmente il Vecchio continente, e che invece è naufragata per volere di Washington.
Il mondo di sotto: scienza e potenza militare
Così, oggi la via breve è l’estremo Nord: la Cina ha già conseguito un risultato inedito nel confronto strategico in quest’area, quando per la prima volta la scorsa estate un sottomarino di ricerca cinese, il Jiaolong, ha navigato a migliaia di metri di profondità sotto il ghiaccio artico. Un risultato tecnologico che va ben oltre la dimensione scientifica e apre a scenari rilevanti non solo in campo commerciale, ma anche sul piano strettamente militare. Gli apparati di sicurezza nazionale americana sostengono che tali missioni sottomarine rappresentino un’ulteriore conferma dell’espansione cinese nella regione artica. Durante tutto il 2025 unità militari e navi da ricerca di Pechino hanno potuto operare indisturbate nelle acque al largo dell’Alaska e in numeri mai registrati prima, come segnala il dipartimento di Sicurezza interna degli Stati Uniti.
Guerra sottomarina e supremazia tecnologica
È in un simile contesto che Stati Uniti e Nato hanno accelerato le operazioni per riequilibrare il ritardo tecnologico con la Cina, facendone una questione quasi vitale – di «sicurezza nazionale appunto» – anche considerato che alla competizione economica si somma un’altra crescente minaccia: la guerra sottomarina. La navigazione sotto il ghiaccio artico è un inedito assoluto per le marine internazionali, e si fonda su una conoscenza estremamente accurata della topografia dei fondali oceanici e delle condizioni fisiche dell’ambiente. Secondo esperti militari occidentali, la Cina sta sistematicamente catalogando gli oceani del mondo sommerso per costruire modelli computerizzati in grado di guidare i sottomarini e aiutarli a eludere i sistemi di rilevamento, giocando sulle profondità abissali degli oceani. Come ha affermato Hunter Stires, stratega navale e già consulente del Segretario della Marina, «la Cina schiera la più grande flotta mondiale di navi oceanografiche non perché vuole salvare le balene».
L’asse Pechino-Mosca e il rischio per l’Occidente
Gli analisti del Pentagono ritengono che i dati raccolti durante le immersioni cinesi nell’Artico, dunque a nord dell’Alaska e della Groenlandia, dimostrano come queste esplorazioni scientifiche giustificate dallo studio del cambiamento climatico siano in realtà operazioni militari volte a ottenere il dominio del «mondo di sotto» in un quadrante sempre più strategico per una superpotenza marittima. Secondo l’ammiraglio Samuel Paparo, capo del Comando indo-pacifico degli Stati Uniti, l’obiettivo finale della strategia cinese è «porre fine al dominio sottomarino americano». Ad aiutare Pechino a raggiungere questo traguardo, c’è un terzo incomodo: la Russia. Il Cremlino mantiene un vantaggio tecnologico rilevante grazie a una flotta di oltre quaranta rompighiaccio, contro i numeri molto più ridotti di Cina e Stati Uniti, e ha già aperto a una cooperazione strutturata con Pechino nell’Estremo Nord.
L’Artico non è più un gioco a due
Ciò nonostante, anche se la crescente presenza cinese nell’Artico oggi sembra favorire la Russia, nel medio-lungo periodo questo potrebbe trasformarsi in un problema per Mosca. Fin dalla Guerra Fredda, l’Artico ha rappresentato un rifugio remoto per gran parte dell’arsenale nucleare russo, minacciabile in modo credibile soltanto dagli Stati Uniti. Adesso non è più un gioco a due. La marina cinese potrebbe presto navigare dal Pacifico all’Atlantico attraverso l’Artico, aggirando rotte più facilmente controllabili come Panama o il Sudafrica. Per la Nato e gli Stati Uniti significa che la minaccia nel Pacifico è già presente e molto reale.
