Se c’è un Paese che la crisi iraniana sta mettendo in una posizione scomoda, quello è la Turchia. Nelle scorse settimane, Ankara si era molto spesa a favore della diplomazia tra Washington e Teheran sul nucleare. Del resto, Recep Tayyip Erdogan aveva cercato di scongiurare un incremento delle tensioni tra Stati Uniti e Iran, anche per arginare l’influenza geopolitica di Israele. Lo scoppio del conflitto ha quindi messo Ankara in una posizione non semplice. Non a caso, Erdogan ha espresso irritazione per l’offensiva israelo-americana, dicendosi addirittura «addolorato» per l’eliminazione della Guida suprema iraniana, Ali Khamenei.
D’altronde, il conflitto in corso limita i margini di manovra della Turchia. Senza considerare che le ritorsioni iraniane dirette contro i territori dei Paesi arabi hanno spinto il Qatar ad assumere una posizione di maggiore severità verso il regime khomeinista: quel Qatar che intrattiene storicamente solidissimi legami con Ankara. La stessa Arabia Saudita è attualmente assai irritata nei confronti di Teheran. E proprio l’Arabia Saudita, negli scorsi mesi, si era notevolmente avvicinata alla Turchia, soprattutto sul dossier siriano. Insomma, il sultano teme il ricompattamento dei Paesi arabi in funzione anti-iraniana che si è registrato negli scorsi giorni. Tuttavia, i problemi per Erdogan non si fermano qui.
Innanzitutto, i rapporti tra Ankara e Teheran stanno attraversando una fase relativamente turbolenta. La settimana scorsa, il governo turco ha convocato l’ambasciatore iraniano, dopo che la Repubblica islamica aveva lanciato un missile balistico contro lo spazio aereo della Turchia. In secondo luogo, negli ultimi giorni sono circolate indiscrezioni secondo cui la Cia starebbe armando i curdi affinché intraprendano un’operazione di terra contro il regime khomeinista. Lo scenario preoccupa il sultano, tanto che, secondo il National Interest, un rafforzamento curdo in Iran potrebbe spingere Ankara a invadere militarmente il Paese.
«Siamo contrari a tutti gli scenari che mirano a scatenare una guerra civile in Iran, che prendono di mira le linee di frattura etniche o religiose», ha dichiarato, non a caso, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, sabato scorso. Sempre sabato, Donald Trump, che prima aveva aperto all’opzione curda, è sembrato fare un passo indietro. «Non vogliamo che i curdi entrino. Siamo molto amichevoli con i curdi, come sapete, ma non vogliamo rendere la guerra più complessa di quanto non sia già», ha affermato. Parole, quelle del presidente americano, che dovrebbero tranquillizzare Erdogan ma che potrebbero, al contempo, irritare Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano è maggiormente favorevole a un intervento curdo in vista di un possibile regime change in piena regola. Trump, dall’altra parte, propende per una soluzione venezuelana: uno scenario, quest’ultimo, che soddisfa maggiormente Ankara.
