Donald Trump torna a lanciare un ultimatum a Teheran. In un messaggio pubblicato su Truth, l’ex presidente degli Stati Uniti invita l’Iran a «sedersi senza indugi al tavolo dei negoziati» per raggiungere «un’intesa giusta ed equilibrata, senza armi nucleari», che risulti vantaggiosa per tutte le parti coinvolte. «Il tempo a disposizione è pochissimo – avverte – è una questione cruciale». Trump ricorda di aver già rivolto lo stesso appello in passato, rimasto però inascoltato. «Non hanno accettato – scrive – e ne è seguita l’“Operazione Martello di Mezzanotte”, con una devastazione su larga scala. Il prossimo attacco sarebbe ancora più distruttivo. Non costringeteci a ripeterlo». La replica iraniana è arrivata quasi in tempo reale attraverso un messaggio pubblicato su X dalla missione di Teheran alle Nazioni Unite. Il riferimento è alle precedenti campagne militari statunitensi: «Quando gli Stati Uniti sono intervenuti in Afghanistan e in Iraq – si legge – hanno dissipato oltre 7.000 miliardi di dollari e perso più di 7.000 vite americane». L’Iran, affermano i diplomatici, resta disponibile a un confronto fondato sul rispetto reciproco e sugli interessi condivisi, ma «se messo con le spalle al muro saprà difendersi e reagire in modo senza precedenti». Secondo la Reuters Donald Trump sta valutando attacchi contro obiettivi governativi e di sicurezza in Iran che potrebbero incoraggiare i manifestanti a riprendere le proteste. Trump sta inoltre considerando un attacco su larga scala che avrebbe un «effetto duraturo», come danni estesi al programma missilistico iraniano o al suo programma nucleare.
Sul piano interno, intanto, la repressione delle proteste ha raggiunto livelli sempre più drammatici. Secondo le stime, il numero delle vittime dell’ultima ondata di manifestazioni avrebbe superato quota 36.000. Il massacro ha ridotto l’intensità delle proteste di piazza, ma il regime ha inaugurato una fase ancora più dura. Le misure repressive non colpiscono più soltanto le famiglie delle vittime o il personale sanitario, ma si estendono anche al controllo tecnologico: centinaia di terminali Starlink sono stati sequestrati, mentre continuano i blackout della rete Internet. Le forze di sicurezza, secondo numerose testimonianze, uccidono i manifestanti feriti all’interno degli ospedali e procedono all’esecuzione di prigionieri politici. Con queste azioni, Teheran ha oltrepassato quella che Trump ha definito una “linea rossa”. Il segnale inviato a Washington è chiaro: il regime non intende modificare la propria condotta, né di fronte alle minacce né alle sanzioni per le violazioni dei diritti umani.
Le violenze non si sono fermate alle strade. Operatori sanitari di diversi ospedali, in più province, hanno riferito che numerosi manifestanti sono stati colpiti alla testa mentre ricevevano cure. Altri raccontano di irruzioni delle forze di sicurezza nei reparti di terapia intensiva, con l’obiettivo di uccidere o trattenere i feriti. Medici e infermieri parlano di strutture sanitarie e obitori talmente saturi di cadaveri da costringere le autorità a ricorrere a sepolture in fosse comuni.La repressione ha colpito anche chi ha prestato soccorso. Medici e volontari umanitari che hanno curato i manifestanti sono stati arrestati, le loro abitazioni e cliniche perquisite, mentre l’accesso alle cure è stato deliberatamente ostacolato per impedire che i feriti sopravvivessero. Il 24 gennaio l’agenzia ufficiale della magistratura, Mizan News Agency, ha annunciato l’esecuzione di due uomini arrestati nel 2023 e condannati per reati contro la sicurezza dello Stato. In un altro procedimento, due cugini sono stati messi a morte il 1° gennaio nel carcere di Adelabad, a Shiraz: erano stati fermati due anni prima con l’accusa di aver ucciso un agente delle forze dell’ordine. Il procuratore generale ha respinto l’affermazione di Trump secondo cui le minacce statunitensi avrebbero impedito l’esecuzione di oltre 800 manifestanti, precisando che la magistratura non ha mai assunto una decisione in tal senso. Un messaggio deliberato: la repressione è una scelta politica e non verrà attenuata, indipendentemente dal numero dei condannati a morte. In precedenza, il capo della magistratura aveva promesso «tolleranza zero», definendo i manifestanti «terroristi», un’accusa che nel sistema giudiziario iraniano comporta la pena capitale. Le cifre restano incerte a causa delle interruzioni di Internet e della rapidità degli eventi, ma le stime parlano di circa 27.000 arresti nelle ultime settimane, in un Paese che registra già il più alto numero di esecuzioni pro capite al mondo.
Sul fronte economico e sociale, il procuratore generale ha ordinato a giudici e pubblici ministeri di identificare i beni degli scioperanti e segnalarli alle procure locali, definendo la misura “esemplare”. I parlamentari hanno rafforzato la minaccia, annunciando che i patrimoni dei principali sostenitori delle proteste verranno confiscati «per scoraggiare qualsiasi sfida al regime». A Teheran, il procuratore provinciale ha aperto procedimenti contro la Casa del Cinema, coinvolgendo 15 atleti e attori e 10 firmatari di un accordo statale. La televisione pubblica ha riferito che 60 bar sono stati segnalati per presunto appoggio a quelli che vengono definiti “atti terroristici”. Nella provincia di Qom, infine, la magistratura ha disposto il sequestro dei beni – inclusi i conti bancari – di un noto imprenditore accusato di aver sostenuto scioperi e manifestazioni. In questo contesto, con gli Stati Uniti che rafforzano la loro presenza militare nella regione, Trump che parla di un’“armata” in movimento verso il Medio Oriente e le forze americane impegnate in esercitazioni aeree prolungate, il regime iraniano resta in stato di massima allerta.
Limitare un’eventuale operazione ai soli siti militari e missilistici rischierebbe però di alienare il più vasto movimento anti-islamista del Medio Oriente, radicato in una società tra le più filoamericane della regione. Colpire direttamente l’apparato repressivo viene indicato come l’unico modo per spostare l’equilibrio di potere dal regime e dai suoi alleati armati alla popolazione iraniana. Una strategia che, per avere effetti, dovrebbe essere accompagnata da un messaggio pubblico chiaro, capace di spingere gli iraniani a non temere un’operazione militare ma a prendere in mano il proprio destino. Per un commento abbiamo raggiunto Azar Karimi portavoce dell’associazione «Giovani iraniani in Italia»: «Il Consiglio Nazionale della Resistenza dell’Iran (NCRI), conferma che il regime dei mullah si trova in una fase terminale, in cui la repressione interna non è più uno strumento di controllo ordinario, ma un mezzo di sopravvivenza disperata. Le cifre sulle vittime che superano di gran lunga i 30.000 morti e migliaia di arresti e feriti non rappresentano soltanto un massacro senza precedenti, ma dimostrano che il regime ha perso ogni legittimità politica e sociale e governa ormai esclusivamente attraverso il terrore. Maryam Rajavi ha più volte sottolineato che l’uccisione sistematica dei manifestanti, anche all’interno degli ospedali, l’esecuzione di prigionieri politici e l’uso della pena di morte come arma intimidatoria rivelano la vera natura del sistema teocratico: un regime incompatibile con qualsiasi riforma o negoziato duraturo. Da questa prospettiva, gli appelli al dialogo sul nucleare risultano scollegati dalla realtà iraniana, perché ignorano il fatto che la principale minaccia non è solo l’arma atomica, ma la guerra del regime contro il proprio popolo. Il NCRI evidenzia che la repressione economica e sociale (confisca dei beni, persecuzione di artisti, atleti, imprenditori e scioperanti) dimostra la paura profonda delle autorità verso una società che, nonostante il massacro, continua a rifiutare la teocrazia. La distruzione delle infrastrutture di comunicazione e il sequestro dei terminali Starlink confermano che il regime teme più la verità e l’organizzazione della protesta che qualsiasi attacco esterno».
