Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sarà informato martedì sulle opzioni operative messe a punto dall’amministrazione statunitense per rispondere alle proteste che da due settimane attraversano l’Iran. Secondo funzionari americani, il briefing rappresenta il primo confronto formale sulle possibili contromisure, mentre dalla Casa Bianca continuano a partire avvertimenti sempre più espliciti contro la repressione messa in atto dal regime di Teheran.L’incontro, che riunirà i vertici della politica estera e della difesa, servirà a delineare i prossimi passi. Sul tavolo ci sono diverse ipotesi: dal rafforzamento delle fonti informative antigovernative online all’impiego di strumenti di guerra cibernetica contro obiettivi militari e civili iraniani, fino all’inasprimento del regime sanzionatorio e, come scenario estremo, a un’azione militare diretta. Alla riunione dovrebbero partecipare il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il capo degli Stati maggiori riuniti, il generale Dan Caine. Fonti dell’amministrazione precisano che non è attesa una decisione definitiva al termine del briefing, dal momento che le valutazioni sono ancora in una fase iniziale. Il clima, tuttavia, resta estremamente teso. Domenica il presidente del Parlamento iraniano ha minacciato apertamente di colpire le basi militari statunitensi in Medio Oriente nel caso in cui Washington dovesse agire per prima.
Da Teheran, intanto, arrivano segnali di ulteriore irrigidimento. In un messaggio pubblicato su X, la guida suprema Ali Khamenei ha lanciato un attacco frontale, senza citarlo direttamente, al presidente americano: «Quel personaggio che resta seduto con supponenza e fierezza, intento a giudicare il mondo intero, dovrebbe ricordare che nella storia i tiranni e i presuntuosi – dal Faraone a Nimrod, da Reza Khan a Mohammad Reza e ad altri simili – sono stati abbattuti proprio nel momento in cui la loro arroganza sembrava intoccabile. Anche lui seguirà la stessa sorte e verrà deposto».All’interno dell’amministrazione statunitense, le discussioni preliminari hanno fatto emergere anche forti cautele. Alcuni funzionari temono che un intervento americano o israeliano, presentato come sostegno ai manifestanti, possa finire per rafforzare la narrativa del regime, secondo cui la rivolta sarebbe il prodotto di un complotto orchestrato dall’esterno. Al momento, il Pentagono non ha disposto movimenti di truppe o mezzi in preparazione di un’azione militare. Un’eventuale operazione, sottolineano le stesse fonti, richiederebbe risorse significative non solo per colpire obiettivi iraniani, ma anche per proteggere le forze statunitensi dispiegate nella regione.
La cautela militare si inserisce in un quadro strategico più ampio. Gli Stati Uniti hanno recentemente trasferito la portaerei USS Gerald R. Ford e il suo gruppo d’attacco dal Mediterraneo all’America Latina, lasciando scoperto sia il Medio Oriente sia il teatro europeo. Le discussioni sulla crisi iraniana arrivano inoltre mentre restano alte le tensioni regionali, in particolare sul fronte siriano. Sabato Washington ha condotto attacchi su larga scala contro obiettivi dello Stato Islamico in Siria, in risposta all’uccisione, il mese scorso, di due soldati americani e di un interprete civile. In vista del briefing con Trump, le agenzie federali sono state invitate a trasmettere promemoria dettagliati con proposte operative, comprese opzioni economiche e una lista preliminare di potenziali obiettivi militari. Tra le ipotesi allo studio figura anche l’invio in Iran di terminali Starlink, il sistema di connessione satellitare di proprietà di Elon Musk, per consentire ai manifestanti di aggirare il blackout imposto dalle autorità iraniane. Sul piano diplomatico e politico, il coordinamento con Israele resta stretto. Rubio ha discusso delle proteste e dei principali dossier mediorientali con il primo ministro Benjamin Netanyahu, mentre a Washington cresce la consapevolezza che qualsiasi mossa potrebbe innescare una spirale di escalation capace di trascinare in un confronto diretto Stati Uniti, Iran e, potenzialmente, Israele. Al tempo stesso, un’azione percepita come puramente simbolica rischierebbe di demoralizzare i manifestanti iraniani, convinti di poter contare su un sostegno concreto dall’estero. La Casa Bianca non ha commentato ufficialmente. Ma il sottosegretario di Stato agli Affari economici Jacob Helberg ha scritto sui social che «la strategia della massima pressione del presidente Trump ha messo in ginocchio il regime». Trump, secondo i suoi collaboratori, si sente rafforzato dal successo dell’operazione che ha portato alla rimozione di Nicolás Maduro e da una serie di campagne militari condotte in Nigeria, Somalia, Siria e Yemen, considerate dall’amministrazione efficaci nel tutelare gli interessi americani. Il presidente ha progressivamente inasprito il suo linguaggio dall’inizio delle proteste, due settimane fa. Il 2 gennaio ha avvertito che gli Stati Uniti sono «armati e pronti», intimando a Teheran di non aprire il fuoco sui manifestanti pacifici. Venerdì ha aggiunto che Washington «inizierà a sparare» se le autorità iraniane useranno le armi contro i dimostranti. Sabato ha ribadito il suo sostegno alla rivolta: «L’Iran sta guardando alla libertà, forse come mai prima d’ora. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare».Allo stesso tempo, Trump ha lasciato intendere l’esistenza di un canale di contatto con Teheran. Parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, ha affermato che «i dirigenti iraniani hanno chiamato» e che «si sta lavorando all’organizzazione di un incontro», avvertendo però che «potremmo essere costretti ad agire prima che questo avvenga».
Sul fronte iraniano, non emergono segnali di de-escalation. Oltre alle minacce contro le basi americane, i vertici della Repubblica islamica parlano apertamente di una stretta repressiva. La ong statunitense Human Rights Activists News Agency (Hrana) nel suo ultimo comunicato di questa sera ha dichiarato che il bilancio delle vittime in Iran ha raggiunto quota 544, ma ha anche affermato di aver ricevuto altre 579 segnalazioni di decessi, ancora in fase di indagine. Delle vittime segnalate finora, 483 erano manifestanti, mentre 47 erano membri dell’esercito o delle forze dell’ordine iraniane. In totale sono stati uccisi anche otto ragazzini. Il numero di persone arrestate finora è ora di 10.681. Il procuratore generale Mohammad Movahedi Azad ha definito i manifestanti «nemici di Dio», un’accusa che può comportare la pena di morte. Le forze armate hanno annunciato che «salvaguarderanno con fermezza gli interessi nazionali e le infrastrutture strategiche», attribuendo i disordini a Israele e a presunti gruppi terroristici. Le proteste, iniziate come mobilitazione dei commercianti contro il deterioramento delle condizioni economiche, si sono trasformate l’8 gennaio in una rivolta nazionale contro il regime. Il bilancio delle vittime resta incerto: Amnesty International parla di almeno 75 morti, mentre attivisti locali indicano numeri ben più alti, con ospedali sovraffollati di feriti e cadaveri.Un’eventuale nuova operazione militare contro l’Iran sarebbe il secondo attacco autorizzato da Trump. Lo scorso agosto, bombardieri stealth B-2 avevano colpito tre siti nucleari iraniani, danneggiandoli gravemente e rallentando il programma atomico di Teheran. Oggi, con le piazze ancora in fermento e il regime deciso a non arretrare, la Casa Bianca si trova davanti a una scelta che potrebbe ridefinire gli equilibri dell’intero Medio Oriente.
