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Iran, attacchi Usa-Israele e trattative segrete: cosa sta succedendo davvero

Iran, attacchi Usa-Israele e trattative segrete: cosa sta succedendo davvero

Gli Stati Uniti e Israele avrebbero danneggiato le infrastrutture iraniane. Intanto emergono contatti diplomatici con Iran

Gli Stati Uniti e Israele avrebbero compromesso in modo significativo, se non distrutto, gran parte delle infrastrutture iraniane destinate alla produzione di missili, droni e unità navali militari. Lo ha reso noto il Comando Centrale statunitense, mentre la Casa Bianca ha avvertito che potrebbero essere lanciati nuovi attacchi se Teheran non accetterà un’intesa per fermare il conflitto. Il presidente Donald Trump ha sostenuto che il regime iraniano starebbe partecipando a contatti diplomatici, ma esitano a dichiararlo pubblicamente per timore di reazioni interne e rischi personali. Secondo mediatori arabi e fonti informate, l’Iran avrebbe manifestato in via riservata disponibilità ad ascoltare iniziative diplomatiche, nonostante i media ufficiali abbiano annunciato il rifiuto della proposta americana per porre fine alle ostilità.Al momento, la prospettiva di un accordo appare incerta. Tuttavia secondo il Wall Street Journal, analisti del Medio Oriente ritengono che esista ancora uno spazio negoziale, a condizione che entrambe le parti dimostrino reale volontà politica. In questa direzione si muovono i tentativi di mediazione di Turchia, Egitto e Pakistan, che stanno lavorando per organizzare già nei prossimi giorni un incontro tra funzionari statunitensi e iraniani. Trump e i suoi alleati hanno accolto con favore l’ipotesi di colloqui diretti. Nonostante il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi abbia pubblicamente escluso negoziati, diversi mediatori sostengono che Teheran in privato si sia mostrata più flessibile e pronta ad ascoltare possibili condizioni preliminari per un incontro. La complessità del quadro emerge anche da un gesto significativo: Stati Uniti e Israele avrebbero sospeso temporaneamente l’inclusione di Araghchi e del presidente del Parlamento iraniano Mohammad-Bagher Ghalibaf tra i possibili obiettivi militari, per consentire loro di partecipare a eventuali colloqui.

Le posizioni restano comunque molto distanti. L’Iran chiede risarcimenti per i danni subiti, la chiusura delle basi statunitensi nella regione e il pagamento di pedaggi per il passaggio delle navi nello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Washington, dal canto suo, pretende la fine dell’arricchimento dell’uranio, il ripristino del libero transito nello stretto e limitazioni al programma missilistico e al sostegno alle milizie regionali, condizioni che Teheran ha sempre respinto. Il rischio di escalation resta elevato. Gli Stati Uniti hanno disposto l’invio di truppe terrestri nell’area, mentre Ghalibaf ha accusato Washington di pianificare l’occupazione dell’isola iraniana di Kharg e ha minacciato ritorsioni contro qualsiasi Paese arabo che fornisca supporto militare. Nonostante il clima teso, alcuni analisti ritengono possibile un cessate il fuoco limitato, rinviando le questioni più controverse a negoziati successivi. Tra le ipotesi sul tavolo vi sarebbe la ripresa di proposte già discusse in passato: sospensione temporanea dell’arricchimento dell’uranio da parte iraniana, patto regionale di non aggressione e alleggerimento graduale delle sanzioni, collegato alla riapertura dello Stretto di Hormuz.

Resterebbero però irrisolti nodi cruciali, come la gestione delle scorte di uranio, le ispezioni internazionali e il futuro del programma nucleare. Secondo diversi osservatori, Teheran sarebbe interessata a un cessate il fuoco, ma non a qualsiasi prezzo. L’Iran vorrebbe almeno garanzie contro nuovi attacchi statunitensi o israeliani, mentre molto dipenderebbe dalla disponibilità di Washington a fermare le operazioni in cambio della riapertura dello stretto. La storia dei rapporti tra i due Paesi mostra che negoziati sono possibili anche in presenza di richieste incompatibili. L’accordo nucleare del 2015, ad esempio, consentì all’Iran di continuare l’arricchimento dell’uranio, pur con limiti temporali, rinviando altre questioni come il programma missilistico. Anche in seguito, durante i colloqui del 2021, alcune richieste iraniane furono accantonate per favorire il dialogo, sebbene senza risultati definitivi. Secondo ex funzionari statunitensi, Washington subisce pressioni da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti per eliminare definitivamente la minaccia militare iraniana. Tuttavia, dopo settimane di guerra, gli Stati Uniti potrebbero dover riconoscere l’impossibilità di imporre una resa completa a Teheran. Un’intesa potrebbe quindi limitarsi a fermare i combattimenti e garantire la riapertura dello Stretto di Hormuz, lasciando in sospeso le questioni più complesse. In cambio, l’Iran otterrebbe solo un alleggerimento parziale delle sanzioni. Sarebbe una pace fragile, ma sufficiente a interrompere un conflitto che entrambe le parti potrebbero considerare troppo costoso da proseguire.

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