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Iran America, per i colloqui in Oman la strada è (molto) in salita. Ecco cosa potrebbe succedere

Iran America, per i colloqui in Oman la strada è (molto) in salita. Ecco cosa potrebbe succedere

Washington accetta il nuovo round negoziale previsto per venerdì, ma alza i toni contro Teheran: Trump rivendica il colpo al nucleare iraniano, accusa il regime di una repressione costata oltre 60.000 morti e indica nei Pasdaran il vero centro del potere e dell’export del terrorismo regionale.

Nel pieno di una fase diplomatica segnata da aperture improvvise e altrettanto brusche frenate, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha alzato nuovamente il livello dello scontro verbale con Teheran. In un’intervista rilasciata mercoledì a NBC News, il capo della Casa Bianca ha affermato che la Guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, dovrebbe «essere molto preoccupata», nonostante i colloqui in corso tra Washington e Teheran su un possibile accordo. «Direi che dovrebbe essere molto preoccupato, sì. Dovrebbe esserlo. Come sapete, stanno negoziando con noi», ha dichiarato Trump, lasciando intendere che il negoziato si svolga sotto una pressione militare e politica tutt’altro che teorica. Nel corso dell’intervista, il presidente ha rivendicato il sostegno degli Stati Uniti ai manifestanti anti-regime e ha attribuito a un’azione diretta americana il ridimensionamento della minaccia strategica iraniana in Medio Oriente. «Guardate, quel Paese è un disastro in questo momento per colpa nostra. Siamo entrati, abbiamo distrutto il loro nucleare. Abbiamo la pace in Medio Oriente. Se non avessi distrutto il loro nucleare, pensateci, se non avessimo distrutto quel nucleare, non avremmo avuto la pace in Medio Oriente perché i Paesi arabi non avrebbero mai potuto farlo. Avevano molta, molta paura dell’Iran. Non hanno più paura dell’Iran», ha sostenuto.

Trump ha poi fatto riferimento diretto all’impiego di assetti strategici dell’aviazione statunitense, descrivendo l’operazione come un successo totale. «Quei bellissimi bombardieri B-2 sono entrati in azione, hanno colpito il loro obiettivo, ogni singola bomba, e l’hanno annientata, e per questo motivo – avrebbero avuto un’arma nucleare entro un mese – quella era una grande minaccia. Non l’avranno più», ha affermato. Invitato a spiegare perché continuare a trattare se il programma nucleare iraniano sarebbe stato annientato, il presidente ha lasciato aperta l’ipotesi di una nuova escalation qualora Teheran tentasse di riattivarlo. «Beh, ho sentito dire che lo stanno facendo, e se lo fanno, e glielo faccio sapere, li rimanderemo indietro e faranno di nuovo il loro lavoro», ha detto. Secondo Trump, i tentativi iraniani di recuperare o rilanciare il programma sarebbero già stati intercettati. «Hanno cercato di tornare sul sito. Non sono nemmeno riusciti ad avvicinarsi. C’è stata una distruzione totale. Ma stavano pensando di aprire un nuovo sito in un’altra parte del Paese. Lo abbiamo scoperto. Ho detto: “Se lo fate, vi faremo cose molto brutte”», ha dichiarato.

La linea dura rivendicata dalla Casa Bianca si innesta sul profilo di un regime che, sul piano interno e regionale, è accusato di una violenza sistemica. Secondo stime raccolte da fonti internazionali e reti di opposizione iraniane, la repressione condotta dalla Repubblica islamica negli ultimi anni avrebbe causato oltre 60.000 morti, tra manifestanti, oppositori politici e civili colpiti nelle diverse ondate di proteste soffocate con l’uso delle armi. Un bilancio che include esecuzioni sommarie, sparizioni forzate, torture e operazioni di sicurezza condotte su scala nazionale. Al centro di questo apparato repressivo e della proiezione esterna della violenza si colloca il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, i Pasdaran, vero pilastro militare, politico ed economico della Repubblica islamica. Il Corpo non risponde al governo né alle istituzioni civili, ma direttamente alla Guida suprema, che ne controlla la catena di comando e ne indirizza le scelte strategiche. Attraverso le sue articolazioni – forze terrestri, marina, componente aerospaziale e intelligence – i Pasdaran svolgono un ruolo decisivo tanto nella repressione del dissenso interno quanto nell’“esportazione della rivoluzione” oltre i confini nazionali. Un ruolo chiave è svolto dalla Forza Quds, unità d’élite incaricata delle operazioni esterne e principale snodo operativo tra Teheran e le milizie alleate nella regione, attraverso cui l’Iran fornisce addestramento, armamenti, intelligence e sostegno finanziario a Hezbollah in Libano, agli Houthi in Yemen e ad Hamas.

Questa architettura rende la catena di comando estremamente verticale e impermeabile a qualsiasi controllo democratico: le decisioni cruciali, dal nucleare al programma missilistico balistico fino alle alleanze regionali, restano concentrate nelle mani della Guida suprema e degli apparati a essa direttamente subordinati. È questo intreccio tra repressione interna, apparato militare e proiezione esterna della violenza che, secondo Washington, rende impossibile separare il dossier nucleare dal comportamento complessivo del regime iraniano. L’intervista di Trump è arrivata mentre il governo degli Stati Uniti annunciava di aver accettato la richiesta di alcuni Paesi arabi di riprendere i colloqui con l’Iran venerdì in Oman, poche ore dopo aver comunicato la cancellazione dell’incontro. La decisione sarebbe maturata dopo un messaggio inviato da Washington a Teheran, nel quale gli Stati Uniti hanno respinto le richieste iraniane di modificare sede e formato dei negoziati, inizialmente previsti a Istanbul. «Abbiamo detto loro: “O questo o niente”. E loro hanno risposto: “Ok, allora niente”», ha riferito un alto funzionario americano, aggiungendo: «Vogliamo raggiungere rapidamente un vero accordo, altrimenti la gente cercherà altre opzioni». Dal punto di vista di Teheran, tuttavia, restano invalicabili alcune linee rosse. Il programma missilistico balistico e la rete di alleanze regionali rappresentano pilastri della strategia di deterrenza iraniana: rinunciarvi significherebbe incidere direttamente sull’architettura di potere del regime e sul ruolo centrale dei Pasdaran nel sistema di comando della Repubblica islamica. Alla luce di queste premesse, il percorso negoziale appare tutt’altro che promettente. Le posizioni restano rigidamente contrapposte: da un lato Washington pretende garanzie che incidano sul cuore del sistema di potere iraniano, dall’altro Teheran considera intoccabili i pilastri della propria deterrenza militare e della proiezione regionale. In questo quadro, il nuovo round di colloqui rischia di ridursi a un passaggio formale più che a un reale punto di svolta. Con le linee rosse già tracciate e nessuno spazio visibile per compromessi sostanziali, l’ipotesi di un fallimento dei negoziati appare oggi non solo plausibile, ma quasi inevitabile.

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