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Gli Stati Uniti tornano a colpire l’Iran: raid a Larak e missili contro le basi americane in Giordania

Gli Stati Uniti tornano a colpire l’Iran: raid a Larak e missili contro le basi americane in Giordania

Raid americano contro i pasdaran sull’isola di Larak: Teheran reagisce lanciando missili contro le forze Usa in Giordania. Patriot in azione, basi nel Golfo in massima allerta e torna lo spettro di una guerra su vasta scala.

La tensione nello Stretto di Hormuz torna improvvisamente a salire. Dopo settimane senza attacchi americani direttamente rivendicati contro obiettivi iraniani, domenica le forze degli Stati Uniti hanno colpito due sistemi di lancio appartenenti ai pasdaran sull’isola di Larak, provocando una quasi immediata risposta di Teheran contro obiettivi statunitensi in Giordania. Secondo la ricostruzione fornita dal Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom), i due lanciarazzi iraniani erano stati posizionati sull’isola e sarebbero stati in fase di preparazione per sparare nello stretto ordigni destinati a depositare nuove mine marine. Washington ha quindi presentato l’operazione non come l’inizio di una nuova offensiva, ma come un intervento circoscritto per neutralizzare una minaccia considerata imminente alla navigazione internazionale.

Il capitano Tim Hawkins, portavoce del Centcom, ha ricordato che nei giorni precedenti le forze americane avevano terminato le operazioni necessarie a liberare dalle mine le principali rotte internazionali che attraversano Hormuz. Gli Stati Uniti, ha chiarito, non intendono consentire a Teheran di disseminare nuovamente ordigni nella zona appena bonificata. Il Centcom ha inoltre respinto la versione delle Guardie della Rivoluzione, secondo cui il bombardamento costituirebbe un «atto di aggressione». Per il comando americano questa interpretazione sarebbe «assolutamente falsa»: l’azione, sostiene Washington, è stata limitata esclusivamente alle unità dei pasdaran impegnate nelle operazioni di minamento e avrebbe avuto carattere «preciso» e preventivo. Da parte iraniana la versione è completamente diversa. Secondo i media ufficiali della Repubblica islamica, l’attacco contro Larak avrebbe provocato morti e feriti sia tra i membri delle Guardie della Rivoluzione sia tra i civili. Funzionari americani hanno confermato che i sistemi d’arma distrutti appartenevano all’Irgc, senza fornire ulteriori indicazioni sulle eventuali vittime. Particolarmente dura la reazione del generale di brigata Hossein Mohebi, portavoce delle Guardie della Rivoluzione, che ha definito l’operazione americana un «errore strategico e fatale dell’amministrazione Trump», avvertendo Washington della possibilità di «gravi ripercussioni».La risposta militare iraniana non si è fatta attendere. Poco dopo il raid, missili sono stati lanciati in direzione della Giordania, dove sono presenti importanti installazioni utilizzate dalle forze statunitensi. Un funzionario americano citato da Fox News ha confermato che gli attacchi erano rivolti contro le forze Usa presenti nel Paese.

Le autorità militari giordane hanno riferito di avere intercettato otto missili penetrati nello spazio aereo nazionale. Secondo le prime informazioni americane, non sarebbero stati registrati danni rilevanti e la quasi totalità degli ordigni sarebbe stata neutralizzata. Filmati circolati sui social mostrano inoltre l’entrata in azione delle batterie antimissile Patriot schierate a protezione della base aerea giordana di Muwaffaq al Salti. Nelle immagini sarebbero visibili diverse intercettazioni in quota, almeno tre delle quali contro missili balistici, senza apparenti esplosioni sul terreno. La Giordania rappresenta uno dei principali pilastri della presenza militare americana nella regione. Nel Paese sono schierati quasi 4.000 militari statunitensi e le sue installazioni costituiscono un’importante piattaforma logistica e operativa per le attività di Washington in Medio Oriente. L’escalation ha immediatamente innalzato il livello di allerta anche negli altri Paesi del Golfo. Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti stanno seguendo con particolare attenzione gli sviluppi, mentre alcuni velivoli cisterna americani presenti nella base di Al Udeid, in Qatar, si sono alzati in volo dirigendosi verso Israele. Fonti iraniane sostengono che anche installazioni americane in Qatar sarebbero state inserite tra gli obiettivi della rappresaglia dei pasdaran.

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha cercato contemporaneamente di presentare la risposta di Teheran come un’azione difensiva. «Non stiamo cercando la guerra e questo è il chiaro messaggio che abbiamo trasmesso al mondo finora, ma non rimarremo mai calmi di fronte a qualsiasi aggressione e daremo una risposta decisiva agli aggressori», ha dichiarato, secondo quanto riportato dall’Irna. Pezeshkian ha aggiunto che una nuova fase di instabilità regionale non sarebbe nell’interesse di nessuno e finirebbe per rappresentare una minaccia per tutti i Paesi coinvolti.Al centro del confronto rimane Larak, piccola isola iraniana collocata in una posizione particolarmente delicata all’interno dello Stretto di Hormuz. La sua collocazione consente alle forze iraniane di controllare una parte fondamentale del traffico marittimo e per questo l’isola è stata progressivamente trasformata in uno dei punti strategici utilizzati dalle Guardie della Rivoluzione per sorvegliare la navigazione. Hormuz rimane infatti il vero epicentro della crisi. Gli attacchi contro le navi commerciali hanno drasticamente ridotto il traffico attraverso una delle più importanti arterie energetiche mondiali. Washington ha imposto un blocco ai porti iraniani nel tentativo di aumentare la pressione sul regime e ottenere la completa riapertura della rotta internazionale. Teheran, tuttavia, ha continuato a prendere di mira le imbarcazioni che non rispettano i corridoi di navigazione imposti vicino alle coste iraniane.

Un nuovo episodio si è verificato sabato, alla vigilia dell’attacco americano. Secondo la UK Maritime Trade Operations, organizzazione collegata alla Royal Navy britannica, una petroliera che stava navigando verso lo stretto nelle acque vicine all’Oman è stata raggiunta da un proiettile. Il raid di domenica rappresenta soprattutto un cambio significativo rispetto alla prudenza adottata recentemente da Washington. L’ultima operazione contro obiettivi iraniani ufficialmente confermata dalle forze americane risaliva infatti al 29 luglio. Poco dopo il presidente Donald Trump aveva ordinato la sospensione degli attacchi, accogliendo anche le richieste degli alleati del Golfo e concedendo ulteriore spazio alla diplomazia. Trump aveva però indicato una linea rossa precisa. In un messaggio pubblicato la scorsa settimana su Truth Social aveva avvertito Teheran che qualsiasi nuovo tentativo di collocare mine nello Stretto di Hormuz avrebbe provocato una reazione americana. «È in vigore una politica di tolleranza zero sul posizionamento delle mine», aveva scritto. L’obiettivo dell’amministrazione rimane quello di evitare, per quanto possibile, una nuova guerra aperta. Washington punta soprattutto sulla combinazione tra blocco marittimo e pressione economica, nella convinzione che l’isolamento possa costringere la Repubblica islamica a riaprire Hormuz e contemporaneamente ad accettare concessioni sul programma nucleare. In questa strategia si inserisce la nuova offensiva finanziaria annunciata dal segretario al Tesoro Scott Bessent, denominata «Operazione Esclusi Economici», concepita per aumentare ulteriormente l’isolamento internazionale di Teheran. Bessent ha sostenuto che una pressione economica portata ai massimi livelli potrebbe ridurre la probabilità di una nuova fase di combattimenti su vasta scala.

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