L’escalation degli attacchi contro le infrastrutture petrolifere e del gas nel Golfo Persico segna un salto di qualità nel confronto tra Stati Uniti, Israele e Iran, aprendo una fase ad alto rischio che potrebbe aggravare ulteriormente la già fragile sicurezza energetica globale. Nella giornata di mercoledì, Israele ha colpito uno degli asset più strategici del comparto energetico iraniano: il maxi giacimento di gas di South Pars, condiviso con il Qatar e considerato il più esteso al mondo.
La risposta di Teheran è stata immediata: due attacchi contro un nodo cruciale del gas in territorio qatariota e un lancio di missili verso Riyadh, in Arabia Saudita, con frammenti caduti nei pressi di una raffineria. Se nelle settimane precedenti erano già stati presi di mira impianti energetici, gli ultimi raid hanno colpito snodi vitali del sistema globale, alimentando il timore di una spirale di ritorsioni tra infrastrutture petrolifere e del gas. Il conflitto ha inoltre compromesso di fatto la navigazione nello Stretto di Hormuz, crocevia strategico attraverso cui transita circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto.
Il raid su South Pars e la strategia della Casa Bianca
Secondo fonti informate, l’operazione israeliana puntava a colpire una delle principali fonti di finanziamento dei Pasdaran, il corpo incaricato della difesa del regime iraniano. La stessa organizzazione è stata accusata da gruppi per i diritti umani di aver guidato la repressione delle proteste interne di gennaio, con un bilancio di circa 60.000 vittime. Funzionari statunitensi e israeliani hanno riferito che Washington era stata informata preventivamente dell’attacco e non avrebbe sollevato obiezioni.
Sempre secondo fonti americane, il presidente Donald Trump avrebbe autorizzato l’operazione per aumentare la pressione su Teheran e ottenere la riapertura dello Stretto di Hormuz. Gli stessi funzionari sostengono che la Casa Bianca ritenga il messaggio recepito e non preveda ulteriori azioni contro infrastrutture energetiche iraniane. In serata, tuttavia, Trump ha smentito di essere stato a conoscenza del raid su South Pars, affermando che gli Stati Uniti non erano informati.
La minaccia di Washington e l’impatto sui mercati energetici
In un messaggio sui social, il presidente ha accusato l’Iran di aver reagito in modo “ingiustificato e sleale” colpendo il polo del gas naturale liquefatto del Qatar, già bersagliato due volte tra mercoledì e giovedì mattina. Trump ha inoltre lanciato un avvertimento: in caso di nuovi attacchi contro il sito qatariota, Washington sarebbe pronta a distruggere completamente il giacimento di South Pars con una forza senza precedenti. L’offensiva israeliana ha colpito gli impianti di trattamento del gas, con esplosioni segnalate in diverse sezioni del complesso, secondo l’agenzia Fars vicina ai Pasdaran.
Sul fronte opposto, il raid iraniano contro Ras Laffan, in Qatar, ha provocato incendi e danni rilevanti: quattro missili sono stati intercettati, ma uno è riuscito a superare le difese. Doha, tra i principali esportatori mondiali di gas naturale liquefatto, ha definito l’attacco una grave minaccia alla propria sicurezza nazionale. Le tensioni si sono immediatamente riflesse sui mercati: il Brent è salito fino a sfiorare i 110 dollari al barile, mentre il prezzo del gas in Europa ha registrato un incremento del 6%.
Reazioni internazionali e mobilitazione militare nel Golfo
Gli operatori temono ulteriori attacchi che possano ridurre ancora l’offerta globale. I Pasdaran hanno dichiarato che raffinerie, impianti petrolchimici e giacimenti in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar rappresentano ora obiettivi legittimi. In risposta, diverse compagnie energetiche hanno avviato evacuazioni preventive dei siti più esposti. Secondo gli analisti, un’escalation su queste infrastrutture potrebbe avere effetti ben oltre il blocco dello Stretto di Hormuz, con tempi di ripristino che rischiano di protrarsi anche dopo la fine del conflitto.
Intanto cresce la tensione tra i Paesi del Golfo e Washington: governi arabi avrebbero espresso forte irritazione per l’attacco israeliano e per l’incapacità degli Stati Uniti di impedirlo. Il consigliere del premier qatariota, Majed Al Ansari, ha definito il raid su South Pars «un passo pericoloso e irresponsabile», mentre gli Emirati hanno parlato di una minaccia diretta alla sicurezza energetica globale.
Crisi delle forniture e il rischio di un intervento terrestre
Sul terreno, la crisi ha già prodotto effetti tangibili: l’Iran ha interrotto le forniture di gas all’Iraq e quelle verso la Turchia potrebbero essere a rischio, con possibili ripercussioni sui mercati internazionali. South Pars produce circa 730 milioni di metri cubi di gas al giorno, una quantità paragonabile al fabbisogno quotidiano dell’Unione Europea. Come scrive il Wall Street Journal le stime indicano un impatto crescente sull’offerta globale.
JPMorgan prevede tagli fino a 12 milioni di barili al giorno entro fine settimana, oltre il 10% della domanda mondiale. Nel frattempo, l’amministrazione Trump starebbe valutando l’invio di migliaia di soldati in Medio Oriente. Tra le opzioni sul tavolo, secondo indiscrezioni, figurano lo schieramento di truppe sull’isola iraniana di Kharg, principale hub per l’export petrolifero, oppure lungo le coste per garantire la sicurezza del traffico nello Stretto di Hormuz. Non si esclude anche un’operazione per mettere sotto controllo le riserve di uranio arricchito. Anche l’Arabia Saudita alza il livello dello scontro. Il ministro degli Esteri, Faisal bin Farhan, ha dichiarato che Riad si riserva il diritto di rispondere militarmente agli attacchi subiti.
