Il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran regge, ma resta appeso a un equilibrio estremamente precario. Il presidente americano Donald Trump, nonostante i segnali iniziali di rigidità, ha scelto di prorogare la tregua, chiarendo di non voler riaprire immediatamente il confronto militare e di attendere una proposta formale da parte di Teheran prima di qualsiasi decisione definitiva. Una scelta che, secondo il Wall Street Journal, punta a lasciare spazio alla diplomazia, ma che si scontra con una realtà iraniana sempre più frammentata. Da un lato, infatti, Teheran continua a mantenere una postura ambigua. Le autorità iraniane ribadiscono di essere pronte a riprendere le ostilità, mentre sul piano diplomatico chiedono con insistenza la revoca del blocco statunitense sui porti iraniani e lo sblocco dei beni congelati. Sul tavolo restano due scenari: il mantenimento dei blocchi contrapposti — quello americano sui traffici iraniani e quello di Teheran sullo Stretto di Hormuz — con il rischio di uno stallo economico prolungato, oppure una soluzione temporanea e negoziata che consenta di riavviare i colloqui.
Chi comanda in Iran?
Ma il vero nodo non è solo strategico: è politico. L’Iran si presenta oggi come un sistema senza una guida unitaria. L’assenza prolungata di Mojtaba Khamenei ha lasciato un vuoto di potere che non è stato colmato da una leadership chiara. In questo spazio si sono inseriti i Pasdaran, che di fatto hanno assunto il controllo delle leve strategiche del Paese, imponendo una linea di fermezza e diffidenza verso qualsiasi trattativa con Washington. Questa dinamica ha aperto un conflitto interno evidente. Da una parte si colloca il fronte istituzionale che punta a mantenere aperto il dialogo. Il presidente Masoud Pezeshkian e il presidente del Parlamento Mohammad Ghalibaf, che è anche capo negoziatore, si muovono nella direzione di un possibile accordo, pur difendendo le linee rosse del Paese. Dall’altra parte, però, si rafforza la posizione dei Pasdaran, contrari a concessioni su dossier considerati intoccabili, come il programma nucleare e le capacità missilistiche. La posizione ufficiale di Teheran, rilanciata dalla televisione di Stato, è infatti netta: nessun negoziato su nucleare e missili, anche nel caso in cui venga revocato il blocco navale. «La partecipazione ai colloqui deve essere subordinata al rispetto della nostra indipendenza e dignità», è la linea ribadita, accompagnata dalla convinzione che ciò che l’Iran ha difeso con guerre, sanzioni e sacrifici non possa essere messo in discussione al tavolo negoziale. Le tensioni interne emergono con chiarezza anche nelle dichiarazioni contrastanti all’interno dello stesso apparato. Il consigliere di Ghalibaf, Mahdi Mohammadi, ha definito la tregua «uno stratagemma per guadagnare tempo in vista di un attacco», invitando Teheran a prendere l’iniziativa. Una posizione che lo stesso Ghalibaf ha però smentito indirettamente, precisando che le opinioni dei suoi consiglieri non rappresentano la linea ufficiale. Un segnale ulteriore della mancanza di coesione ai vertici del potere iraniano.
L’assenza di interlocutori affidabili
Per gli Stati Uniti, questo quadro si traduce in una difficoltà strutturale: non esiste un interlocutore unico e affidabile. Chi siede al tavolo negoziale non ha necessariamente il controllo delle decisioni finali, mentre il vero potere — sempre più concentrato nelle mani dei Pasdaran — resta opaco e difficilmente prevedibile. In questo contesto, anche i segnali positivi della comunità internazionale rischiano di avere un impatto limitato. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha accolto con favore l’estensione del cessate il fuoco, definendola «un passo importante verso la de-escalation» e invitando le parti a evitare azioni che possano comprometterlo. Ma senza una catena di comando chiara a Teheran, ogni tentativo di costruire fiducia resta fragile.La crisi tra Stati Uniti e Iran si trasforma così in qualcosa di più profondo di un semplice confronto geopolitico: diventa una crisi di interlocuzione. Washington può esercitare pressione, aprire canali diplomatici, proporre soluzioni, ma si trova davanti a un sistema diviso, in cui le decisioni sono il risultato di equilibri interni instabili. E in assenza di una leadership riconosciuta e coesa, ogni negoziato rischia di restare sospeso, esposto al rischio costante di essere smentito dai fatti.
