I Verdi che hanno ri-vinto le elezioni nel Baden-Württemberg non solo hanno la particolarità di presentare come futuro leader un candidato di origini turche, Cem Özdemir, ma soprattutto – in rottura con la linea dei Verdi europei – sono contrari allo stop delle vendite di auto con motore termico dal 2035.
Cem Özdemir, 60 anni, è figlio di lavoratori immigrati dalla Turchia, cresciuto nel Giura svevo, già leader nazionale dei Verdi e ministro federale, ora destinato a succedere a Winfried Kretschmann dopo 15 anni di governo verde nel Land. Domenica ha portato i Verdi al primo posto, davanti alla CDU, in un Baden-Württemberg che è il cuore dell’automotive tedesco, da Mercedes-Benz alla galassia dei fornitori, e dove l’auto è ancora sinonimo di identità e benessere.
È questo il contesto che rende meno sorprendente la scelta di presentarsi come “partito dell’auto ragionevole”, più attento ai tempi dell’industria che ai totem simbolici di Bruxelles. Un messaggio che ha parlato a quell’elettorato verde borghese che vive della filiera automotive e teme una transizione gestita solo a colpi di divieti.
Dal test elettorale ai programmi
Il segnale era arrivato prima del voto, quando nella “bussola elettorale” ufficiale – il test online usato da milioni di tedeschi per confrontare le proprie opinioni con quelle dei partiti – i Verdi del Land hanno scritto nero su bianco di voler consentire nuove immatricolazioni di auto a combustione fossile anche dopo il 2035.
Una posizione in aperta contraddizione con quella della dirigenza federale, che fino al 2025 difendeva il bando UE dei motori termici come caposaldo della politica climatica.
La formulazione è rivelatrice: “L’auto del presente e del futuro è elettrica”, riconoscono i Verdi regionali, ma la trasformazione “lontano dal motore fossile” richiede “binari affidabili per costruttori, fornitori e artigiani”. Tradotto: l’obiettivo resta la decarbonizzazione del parco circolante, ma il 2035 non deve diventare un muro contro cui far schiantare il motore dell’economia locale.
Le ragioni politiche e industriali della rottura
La prima motivazione è industriale: in un Land che vive di auto, un bando rigido rischia di travolgere non solo i marchi globali ma soprattutto la rete di subfornitura, l’anello più esposto agli shock regolatori.
Per questo Özdemir parla di “flessibilità sul quando” dell’uscita dal motore a combustione e chiede un “patto tra politica e industria” che affianchi alla stretta sui motori un booster per la rete di ricarica, tariffe agevolate per l’energia e un fondo di trasformazione per i fornitori.
La seconda ragione è elettorale: contendere alla CDU la bandiera della difesa dell’auto consente ai Verdi di restare partito cardine di governo in un sistema sempre più frammentato, evitando di essere schiacciati tra conservatori e destra radicale.
La terza è identitaria: il “verde di governo” alla Kretschmann – ora ereditato da Özdemir – ha sempre rivendicato un ambientalismo che non rompe con il tessuto produttivo, anche al prezzo di smussare gli angoli più appuntiti dell’agenda climatica.
Così, nel Land che produce alcune delle auto più iconiche del mondo, i Verdi si sono appena fatti rieleggere promettendo più elettrificazione, sì, ma senza un tabù assoluto sul motore termico dopo il 2035: un compromesso che racconta meglio di molte tesi sull’“onda verde” quanto la transizione, in Europa, stia ormai giocandosi fabbrica per fabbrica, non più solo nelle conferenze sul clima.
