I 55 incentivi previsti dai vari decreti del governo Conte, dalle ristrutturazioni alle vacanze, prevedono un numero di adempimenti talmente elevato da scoraggiare chi ne ha diritto. Oppure, come nel caso di quello per bici e monopattini, non esiste ancora la piattaforma con cui richiederlo. Per non parlare della garanzia statale ai prestiti alle grandi aziende che ha erogato soltanto il 6,5% delle risorse. Una perfetta politica d’insuccesso.
Sono in sciopero, non verseranno l’Iva, non andranno in tribunale fino al 22 settembre. L’azione di protesta è clamorosa, ma – avvertono il presidente dell’Ordine e quello dell’Associazione Massimo Miani e Marco Cuchel – non più rinviabile: questo governo è ostile ai commercialisti e dunque, verrebbe da dire, di chiunque produce reddito. Marcella Caradonna guida i contabili milanesi e non ci sta a sentirsi dire che i furbetti del bonus lo hanno avuto a loro insaputa. «Noi commercialisti facciamo spesso da filtro etico, verso chi pur avendo i requisiti non ha effettiva necessità».
È così che la politica dei bonus largamente praticata dal governo Conte II per far fronte – hanno spiegato da palazzo Chigi – alle conseguenze del virus cinese si trasforma in malus: un labirinto di regole e norme, dove i benefici spariscono ed emerge solo l’ombra sinistra della burocrazia e del fisco. L’inefficacia, anzi peggio la beffa è esemplificata dal cosiddetto «bonus vacanze». L’unico provvedimento che il ministro dei Beni culturali e (forse) del Turismo Dario Franceschini abbia preso per un settore che vale il 13% del Pil e che ha perso quest’anno 100 miliardi di fatturato non essendoci di fatto arrivi dall’estero. Ebbene dei 2,4 miliardi che il governo ha stanziato per il bonus vacanze ne sono stati spesi effettivamente appena 200 milioni. Perché? Perché è folle il modo in cui è stato concepito.
Invece di mettere in tasca agli operatori un contributo, o di versare soldi direttamente alle famiglie, si è scelto di finanziare il turismo con uno sconto sulle tasse. Per avere il bonus – partito il 1° luglio e che ha scadenza il 31 dicembre – si deve accedere prima all’Isee (una certificazione del reddito) poi sentire se l’albergatore accetta il bonus, infine scaricare i moduli dall’apposita app. Gli importi? Risibili e ingiusti: 150 euro per i single, 300 per la coppia, 500 per una famiglia indipendentemente dal numero dei componenti. E i soldi arrivano dopo un anno: l’80% come detrazione fiscale per l’albergatore e il 20% per le famiglie. Risultato: il bonus lo ha accettato solo il 48% degli alberghi.
Ma siccome è aperto un hotel su tre vuol dire che il voucher Franceschini è servito a meno di un quarto delle strutture ricettive italiane. Un risultato «eccezionale» che diventa desolazione a Firenze, a Venezia, a Roma, a Napoli, nelle città d’arte dove il turismo è morto senza che si sia fatto quasi nulla.
Giuseppe Conte diventa così il Conte zio di manzoniana memoria. La prova? Lo sciopero appunto dei commercialisti che al comunicato di proclamazione allegano 50 pagine di leggi, decreti, regolamenti fiscali emanati dal governo tra marzo e luglio: 180 diverse norme, che spesso si contraddicono. E mancano ancora 358 provvedimenti attuativi. Un caos che viene perpetuato per esempio con la mancetta da 300 euro l’anno se si paga con moneta elettronica (non copre neppure le spese di tenuta conto) o con il bonus casalinghe: 3 milioni da ripartire tra 7 milioni di potenziali fruitrici. Fanno 40 centesimi all’anno, inutile e beffardo per chi dovrebbe riceverlo, ottimo per fare un titolo sui giornaloni.
Intanto, non fa più notizia il famoso bonus da 600 euro. Il presidente dell’Inps Pasquale Tridico ha giocato a nascondino con i parlamentari che lo hanno chiesto e che sono stati rampognati dai media; intanto, metà delle partite Iva non l’hanno proprio mai visto. Per il bonus professionisti da 1.000 euro per il mese di maggio (le domande scadono il 16 settembre) non bastano i soldi, dunque non lo prenderà il milione di potenziali fruitori, e il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri (Pd) ha bocciato gli aiuti che le casse autonome – dagli avvocati agli architetti, passando per medici e giornalisti – hanno concesso ai professionisti. Ora saranno costretti a restituire quei soldi che, a veder bene, sono loro. Ma il Mef sostiene che se questi aiuti indeboliscono i bilanci delle casse autonome ci potrebbe essere un ipotetico rischio per il Tesoro e dunque i soldi vanno ridati.
È l’ulteriore dimostrazione che a questo governo le partite Iva non stanno granché simpatiche. Nonostante ciò, il governo continua a dire che la politica dei bonus è stata un successo. Partiamo dal padre di tutti i bonus: il superbonus del 110% per l’edilizia. Il ministro per lo Sviluppo economico Stefano Patuanelli, pentastellato, che ha sul tavolo oltre 140 crisi aziendali irrisolte per un totale di 400.000 posti di lavoro a rischio, ha annunciato trionfante che il «superbonus diverrà strutturale». Significa che è intenzione del governo – ma non c’è ancora alcun provvedimento – prolungarlo oltre la scadenza del 31 dicembre 2021.
Patuanelli, d’accordo con la compagna di Movimento, la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo, ha un problema: il bonus sotto forma di reddito di emergenza non funziona, l’Inps ha accolto solo il 46% delle domande; vuole quindi far diventare strutturale pure quello così come il reddito di cittadinanza che rischia di naufragare: stanno scadendo i contratti dei navigator, i 3.000 «esperti» che dovevano aiutare gli altri a trovare un lavoro e che ora restano senza impiego.
Ma tornando al superbonus, si sa che non ci sono i soldi, e per cedere il credito d’imposta alle imprese che poi devono scontarlo in banca si devono effettuare 38 adempimenti. Patuanelli è costretto a confessare che i soldi vanno presi dal Recovery fund, che il fisco ci mette cinque anni ad ammortizzare la spesa (dunque o sono i committenti o sono le imprese a dover anticipare i soldi per i lavori, salvo recuperarli a rate!) e che i tetti di spesa sono stati modificati.
Per i condomini fino a otto appartamenti si possono scalare 40.000 euro – per il «cappotto termico» di ogni appartamento e 20.000 per l’impianto di riscaldamento; per quelli più grandi si scende a 30.000 e 15.000 euro. Per i lavori antisismici il tetto massimo resta di 96.000 euro. Ci sono voluti cinque mesi per avere i decreti attuativi e le banche – sono loro di fatto che rimborsano il credito d’imposta – che hanno aderito risultano pochissime.
Conviene il superbonus? La risposta sta nei numeri: si recuperano da un minino di 80 a un massimo di 102 euro per ogni 110 euro di credito fiscale. Ma perché accada bisogna che si verifichino almeno due condizioni: che ci sia un’impresa che anticipi il costo dei lavori e una banca che sconti il credito d’imposta. E a quel che si capisce, sono specie rarissime entrambe.
Da un bonus futuribile a uno fantasma. È quello dei monopattini e delle biciclette che la ministra dei trasporti e delle infrastrutture Paola De Micheli (Pd) vorrebbe usare anche per guadare lo stretto di Messina. Ebbene non esiste, e non arriverà prima del 4 novembre anche perché il ministro dell’Ambiente Sergio Costa non ha messo sul sito del ministero il modo per accedervi. I 220 milioni previsti copriranno appena il 30% delle richieste e si va verso un «click day».
All’orizzonte, di queste lotterie ce ne sono tante. Comprensibile che il presidente di Confindustria Carlo Bonomi sia severo con il governo. «Non è con i bonus a fini elettorali» ha detto «che si rilancia l’economia». Ma il premier Conte ne sforna a ogni pie’ sospinto; 19 sono quelli del decreto Rilancio, 36 quelli del decreto Agosto: 55 bonus che costano una cinquantina di miliardi e nessuno ha ancora visto.
La dimostrazione è il bonus auto, esaurito in attimo e che non è servito a nulla semplicemente perché sbagliato. Si cerca di premiare le auto elettriche che sono le più costose e rappresentano soltanto il 3% del mercato, quando per abbattere l’inquinamento bisognerebbe cambiare le utilitarie vecchie di oltre 10 anni.
Ma nei nuovi 400 milioni di euro di monte bonus la quota destinata a queste vetture è appena il 20% e l’investimento complessivo è scarso e con incentivi troppo bassi: 750 euro che diventano 1.500 se si rottama. In compenso però il governo fa salire le accise sui carburanti, spinge per l’elettrico che costa troppo, ma non istalla le colonnine di ricarica perché i fondi promessi ai Comuni non sono mai arrivati.
Ci sono poi ulteriori bonus dedicati a badanti, baby sitter, colf. Ebbene, il contributo è finito in tasca solo a meno della metà di quelli che ne avevano diritto, anche perché per richiedere i fumosi 1.000 euro gli adempimenti erano 26. Un flop clamoroso è stata poi la sanatoria voluta dal ministro dell’Agricoltura, la renziana Teresa Bellanova, che non ha fatto «emergere» i braccianti agricoli in nero e ha regolarizzato solo 180.000 fra colf e badanti. I motivi? Troppa burocrazia e troppo costoso mettersi in regola.
Dalla Bellanova è partito anche l’incentivo per l’acquisto da parte dei ristoranti di prodotti agricoli italiani, in particolare frutta e verdura, con un contributo di 2.500 euro a impresa. Ma dal decreto Agosto il bonus è sparito e possono accedervi (la misura è prevista in 600 milioni) solo i ristoranti aperti dopo il 1° gennaio 2019. Il risultato è che, secondo stime di Confcommercio, un ristorante su tre chiuderà entro la fine di quest’anno.
La famosa «potenza di fuoco» per le grandi imprese con la garanzia statale della Sace, che doveva arrivare a un massimo di 200 miliardi di euro, per ora è ferma al 6,5% con appena 13 miliardi garantiti in sei mesi; ed è «curioso» che metà di quei soldi siano andati a Fca (ex Fiat) che ora costruirà le auto su piattaforma Peugeot in Polonia. Dulcis in fundo, sempre il ministro della Cultura Dario Franceschini aveva promesso fondi per i settori di sua competenza, lo spettacolo, le discoteche, i teatri. Due spiccioli: 5 milioni e sconti sull’Iva. Nessuno li ha visti. Sipario.
