Viviamo un periodo di estrema volatilità. Persino il bene rifugio per eccellenza, l’oro, sembra ormai assoggettarsi a questa realtà incontrovertibile. Guerra, crisi energetica, IA, rendimenti dei bond alle stelle e debiti pubblici sempre più alti sono tutti fattori dell’equazione di instabilità che stiamo vivendo.
Il crollo dell’oro
Nella giornata di ieri l’oro ha infatti subito un duro colpo, scivolando ai minimi delle ultime nove settimane. Il prezzo spot è sceso fino a 4.107,88 dollari l’oncia, con un calo dell’1,3%, prima di stabilizzarsi nella giornata di oggi intorno ai 4.130.
Nonostante il lieve rimablzo, si tratta di un livello che non si vedeva dall’inizio di agosto, un segnale inequivocabile di come il metallo giallo stia perdendo la sua capacità di attrarre capitali in un contesto macroeconomico a lui sempre meno favorevole.
Ma il dato che fa più riflettere è un altro: il picco storico toccato appena otto mesi fa. Il 28 gennaio 2026, l’oro ha raggiunto il suo massimo assoluto a 5.595,47 dollari l’oncia. Da quel momento, l’oro ha imboccato una traiettoria discendente che lo ha portato a un minimo annuale di 3.942,43 dollari il 30 giugno, prima di un parziale recupero estivo che lo aveva riportato sopra quota 4.180 appena la settimana scorsa.
Il crollo di ieri, quindi, non è un episodio isolato, ma l’ultimo capitolo di quella che sembra sempre di più una correzione dai massimi di gennaio, che ha eroso circa il 26% del valore del metallo giallo.
Un calo che appare ancora più sorprendente se si considera il contesto geopolitico, dove le tensioni crescenti in Medio Oriente e un’economia globale sempre più incerta lascerebbero pensare all’oro come bene rifugio.
Eppure, la realtà dei mercati sta raccontando una storia diversa, in cui le dinamiche finanziarie prevalgono sulle crisi geopolitiche.
Scendono anche argento e palladio
Se l’oro ha perso terreno, l’argento e il palladio hanno subito un vero e proprio tracollo. L’argento è scivolato sotto la soglia psicologica dei 60 dollari l’oncia, chiudendo la giornata a 59,76 dollari, un dato che oggi è in peggioramento (59).
Anche in questo caso, il confronto con i massimi di inizio anno è impietoso: il metallo bianco aveva raggiunto livelli superiori ai 120 dollari a gennaio, e ora si trova a navigare quasi il 50% al di sotto di quei picchi.
La sua doppia natura, quella di metallo monetario e industriale, lo sta penalizzando su entrambi i fronti. Subisce infatti la concorrenza dei rendimenti obbligazionari e risente allo stesso tempo del rallentamento della domanda manifatturiera globale.
Il caso del palladio è ancora più drammatico. Ieri il metallo ha perso il 4,2%, chiudendo a 1.123,23 dollari l’oncia, il livello più basso da oltre un anno. Se guardiamo all’inizio del 2026, il palladio ha perso il 31% del suo valore, il calo più profondo dell’intero comparto dei metalli preziosi.
I motivi del calo
Le ragioni di questo tracollo sono molteplici e interconnesse, ma alcuni fattori emergono con maggiore chiarezza. Il primo è il rialzo dei rendimenti dei titoli del Tesoro americano, che ha raggiunto livelli record.
Il rendimento del bond decennale USA ha toccato il 5,365%, il massimo da aprile 2002, mentre il trentennale è salito al 5,732%, il livello più alto da maggio 2002. In questo contesto, detenere oro, che non genera interessi, diventa molto meno conveniente rispetto a investire in obbligazioni che offrono rendimenti reali finalmente competitivi.
Un altro fattore è rappresentato dalle aspettative sulla politica monetaria della Fed. I verbali della riunione di settembre, pubblicati proprio ieri, hanno confermato un orientamento restrittivo, con la maggioranza dei membri che vede la necessità di un ulteriore rialzo dei tassi entro la fine dell’anno.
A ciò si aggiunge l’effetto dei prezzi dell’energia: le tensioni nello Stretto di Hormuz hanno spinto il petrolio sopra i 100 dollari al barile, alimentando timori inflazionistici che, paradossalmente, si traducono in un ulteriore sostegno alla linea dura della Fed.
Più il petrolio sale, più l’inflazione rischia di restare elevata, più la banca centrale è incentivata a mantenere i tassi alti. È un circolo vizioso che penalizza l’oro.
