Quando a novembre Eli Lilly ha superato la soglia – psicologica prima ancora che finanziaria – dei 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione, Wall Street non ha applaudito. Ha alzato gli occhi dal book delle contrattazioni e ha preso nota. Perché quel numero non è solo una vetta, ma una linea di demarcazione. Segna il momento in cui il settore farmaceutico smette di essere un comparto difensivo, rassicurante e poco adatto alle speculazioni usa e getta, e si presenta come industria di frontiera, capace di attrarre capitali, aspettative e scommesse più solide delle big tech. Fuori dal perimetro delle Magnifiche sette del Nasdaq, fino a ieri quel traguardo lo aveva raggiunto solo Berkshire Hathaway, la cassaforte paziente di Warren Buffett, l’oracolo di Omaha che alla fine dell’anno scorso è andato in pensione al traguardo dei 95 anni. Ora c’è una farmaceutica. Non una qualsiasi: l’americana Eli Lilly. Non Roche, non Novartis o AstraZeneca e nemmeno la principale concorrente: la danese Novo Nordisk. E questo, nel silenzio dei comunicati ufficiali, racconta già una sconfitta generazionale del vecchio pharma europeo. Dall’altra parte i successi della multinazionale di Indianapolis guidata dal 2016 da Dave Ricks, vero regista del successo. Il punto, però, non è celebrare Lilly come se fosse una start-up geniale capitata per caso nella storia. Il punto è capire perché proprio Lilly e perché proprio adesso. E soprattutto chiedersi se il mercato stia prezzando un nuovo equilibrio strutturale o stia semplicemente anticipando troppo entusiasmo sul futuro.
GLP-1, la nuova categoria industriale
Ma la bravura, nei mercati, non equivale all’invincibilità. E il rischio, oggi, è confondere il successo operativo con una sorta di immunità permanente. Il cuore della vicenda sono i GLP-1, farmaci che imitano un ormone naturale e che, nati per il diabete, hanno trovato nell’obesità una scala di diffusione globale. Non è solo una questione clinica. È una questione economica, sociale, culturale. Perché l’obesità non è una nicchia: è una condizione cronica che riguarda centinaia di milioni di persone. Tradotto in linguaggio finanziario: domanda potenzialmente infinita. Il mercato ha capito in fretta che qui non si trattava di un singolo blockbuster, ma di una nuova categoria industriale. Tanto che oggi basta una voce – come quella su un possibile interesse di Lilly per la biotech francese Abivax – per provocare reazioni sproporzionate: un balzo del 20 per cento in un giorno per una società che fino a quel momento viveva nell’ombra. È l’effetto collaterale delle fasi di espansione: quando il capitale cerca una storia, ogni dettaglio diventa una trama.
Numeri da big tech
I numeri di Lilly aiutano a spiegare l’entusiasmo. Negli ultimi trimestri il titolo ha continuato a salire, sostenuto dai risultati di Mounjaro e Zepbound. Nel terzo trimestre l’utile netto è cresciuto a 5,58 miliardi di dollari, contro i 970 milioni dell’anno precedente. Un aumento che ha poco a che vedere con la tradizione farmaceutica e molto con le dinamiche delle aziende tecnologiche ad alta scalabilità. Oggi le star del Nasdaq si chiamano Nvidia (4.500 miliardi di capitalizzazione), Alphabet, la holding di Google (4 mila), Apple (3.800) e Microsoft (3.600). Ed è proprio qui che nasce la prima domanda scomoda: quanto è sostenibile questa traiettoria? Perché se Eli Lilly oggi viene valutata come una tech, dovrà anche affrontare, prima o poi, le stesse aspettative e le stesse delusioni che il mercato riserva al settore quando la crescita rallenta. Con la differenza, però, che nella farmaceutica è impossibile pensare ad una bolla speculativa visto che la domanda di medicinali, soprattutto in Europa con la popolazione che invecchia, è destinata a crescere. Così come i ritrovati per la cura del corpo.
Il declino di Novo Nordisk e la concorrenza globale
Per anni il volto pubblico della rivoluzione anti obesità è stato Novo Nordisk. Ozempic e Wegovy hanno trasformato la danese in una star globale. Ma il mercato, che non ama le rendite di posizione, ha cambiato umore. Oggi Eli Lilly viaggia oltre i mille miliardi di dollari mentre Novo si ferma attorno ai 173 miliardi di euro e sconta una brusca inversione dopo anni di rialzi. Nell’ultimo anno il titolo ha perso circa il 40 per cento. Non a caso in autunno c’è stata la rivoluzione nella governance: l’ad Lars Rebien Sørensen ha assunto la presidenza dove resterà per un periodo di due o tre anni. Al suo posto Maziar Mike Doustdar ha intanto avviato un piano di risparmio da 8 miliardi di corone danesi fino al 2026 (un miliardo di euro). Gli analisti, infatti, iniziano a essere meno indulgenti. Ubs ha ridotto il prezzo obiettivo su Novo Nordisk, segnalando pressioni crescenti sui prezzi e un mercato americano sempre più competitivo. «Un vento contrario di oltre il 25 per cento sui prezzi nel 2026», scrive la banca. Traduzione: la crescita dei volumi potrebbe non bastare a compensare la compressione dei margini.
Una corsa che riguarda tutto il settore
Ma la sfida non riguarda solo Novo. C’entra l’intero settore. Per McKinsey, il mercato globale dei farmaci contro l’obesità e dell’indotto potrebbe arrivare entro il 2040 a valere tra 120 e 280 miliardi di dollari l’anno. Numeri che spiegano perché nessuno voglia restarne fuori. Amgen, Roche, AstraZeneca stanno investendo fiumi di soldi per colmare il ritardo. Pfizer, dopo aver interrotto lo sviluppo di una propria pillola per problemi di sicurezza, è tornata alla carica con un’operazione da 10 miliardi su Metsera. Non è un segnale di forza, ma d’urgenza. Quando i grandi comprano così caro, è perché temono di arrivare troppo tardi. Secondo Tazio Storni, gestore del fondo Pictet Biotech, «i farmaci anti obesità sono solo all’inizio del loro ciclo di vita». Ma che la vera partita non è ancora iniziata: «Il vantaggio competitivo sarà nelle formulazioni orali». E qui Lilly prova di nuovo ad anticipare con una pillola che promette di superare i limiti di ago e siringa. Promette, appunto. Perché finché non arriveranno dati definitivi, la pillola resta una scommessa. E il mercato, oggi, sembra già prezzarne il successo come se fosse scontato.
Impatto sociale e rischi di accesso
Nel frattempo il fenomeno è diventato sociale. Negli Stati Uniti l’uso dei GLP-1 è più che raddoppiato dal 2024 e ha contribuito al primo calo misurabile del tasso di obesità. Ma accanto ai benefici emergono anche le contraddizioni: prezzi elevati, accesso diseguale, coperture assicurative incomplete. Il rischio è che la rivoluzione dell’obesità diventi l’ennesimo progresso riservato a chi può permetterselo. Come osserva Matteo Ramenghi di Ubs WM Italia, «l’invecchiamento della popolazione offre opportunità enormi per la farmaceutica», ma ogni ciclo espansivo porta con sé anche un eccesso di aspettative. Obesità, oncologia e dispositivi medici guideranno la crescita, sì. Ma non senza scosse.
Oltre il numero, la vera sfida
E allora la domanda finale non è se Eli Lilly meriti il trilione. Lo ha conquistato, punto. La vera domanda è un’altra: quanto di quel trilione è scienza, quanto strategia e quanto fiducia anticipata nel futuro? La risposta più equilibrata è guardare oltre il singolo trimestre, oltre il singolo farmaco. La storia dei mercati insegna che il primo a entrare nel club dei mille miliardi non è sempre quello che ci resta più a lungo, ma che la capacità di innovare, anticipare bisogni e adattarsi alle nuove sfide determina chi resta nel tempo. E in questo senso, Lilly ha già dimostrato di possedere quelle doti. L’obesità è diventata business, sì, ma anche opportunità reale di migliorare vite e sistemi sanitari. Con nuovi farmaci, formulazioni più accessibili e una presenza globale che cresce in fretta, il gruppo non solo guida il settore, ma lo plasma. Il trilione non è solo un numero: è il segnale che la farmaceutica può ancora trasformarsi in motore di progresso. In un mondo dove innovazione e salute si intrecciano sempre più, Lilly è l’anticipazione di ciò che il pharma può diventare. E se saprà bilanciare ambizione e cautela, quel trilione potrebbe essere solo l’inizio di una nuova era.
