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Intelligenza artificiale, boom da 250 miliardi nel 2026: ma i rischi nascosti minacciano il grande rally

Intelligenza artificiale, boom da 250 miliardi nel 2026: ma i rischi nascosti minacciano il grande rally

Nel primo trimestre del 2026 le aziende legate all’IA hanno raccolto l’80% degli investimenti in capitale di rischio. I numeri sono sempre più astronomici, ma il rischio “bolla” rimane.

Non c’è niente da fare, per i mercati finanziari l’Intelligenza artificiale rappresenta ormai di gran lunga l’asset più importante dei portafogli d’investimento.

Aziende che producono microchip, costruttori di data center e presto, con il prossimo ingresso di Open AI e di xAI, le stesse aziende dei più celebri chatbot. Il grande rally borsistico degli ultimi anni è trainato pressoché totalmente dall’intelligenza artificiale.

I dati lo confermano, anzi, rendono ancor più evidente quella che sta diventando una concentrazione negli investimenti quasi senza paragoni nella storia. Ma partiamo dai numeri più recenti.

Boom di investimenti nell’IA

Nel primo trimestre del 2026, secondo i dati Crunchbase, le startup hanno attirato un record di 300 miliardi di dollari, con un balzo del +153% rispetto al trimestre precedente e allo stesso periodo del 2025.

Inutile dire che tali numeri rappresentino un record, tuttavia, per dare conto della grandezza di esso, basti pensare che questi 300 miliardi investiti nel primo trimestre del 2026 siano il 70% di tutti gli investimenti in capitale di rischio registrati nell’intero 2025. Cifre monstre, insomma.

L’IA la fa da padrona, dei 300 miliardi di capitali investiti, 242 (circa l’80% del totale) sono andati ad aziende che si occupano di intelligenza artificiale.

Aumenta la concentrazione d’investimento

Questi investimenti record, tuttavia, stanno venendo sempre più concentrati in un ristretto numero di aziende.

Nel particolare, quattro dei cinque round di finanziamento in capitale di rischio più consistenti mai registrati sono stati chiusi nel primo trimestre del 2026, in vista della prossima quotazione di borsa.

Parliamo di OpenAI (122 miliardi di dollari), Anthropic (30 miliardi di dollari), xAI (20 miliardi di dollari) e Waymo (16 miliardi di dollari), azienda specializzata nella guida autonoma controllata da Alphabet (ovvero Google).

Complessivamente, queste quattro aziende hanno raccolto 188 miliardi di dollari, pari al 65% degli investimenti globali in capitale di rischio nel trimestre.

A questo si aggiunga il fatto che l’indice S&P 500, l’indice borsistico americano che riunisce le 500 aziende più importanti degli Stati Uniti, ha raggiunto livelli storici di concentramento, con le prime 10 società che pesano ora oltre il 40% del totale.

La maggior parte di queste società ha a che fare con l’IA: Nvidia (produzione di semiconduttori per l’IA), Alphabet (software IA), Microsoft (data center), Amazon (data center), Broadcom (semiconduttori) e Meta (software IA).

I segnali di squilibrio

Dietro questi massimi, però, emergono segnali di squilibrio. Basti pensare che ad aprile circa 2 miliardi di dollari sono usciti dagli ETF “equal weight”, ovvero quei fondi che assegnano la stessa importanza a tutte le azioni contenute nell’indice indipendentemente dalla loro grandezza.

La tendenza alla concentrazione è reale, insomma. Ad essa si devono aggiungere le incertezze derivate dal “finanziamento circolare” che sempre più spesso appare caratterizzare i grandi accordi tra aziende del settore.

Ad esempio, Nvidia ha investito fino a 100 miliardi di dollari in OpenAI per finanziare la costruzione di nuovi data center, ottenendo in cambio l’impegno della startup ad acquistare milioni di GPU Nvidia per equipaggiarli. In altre parole, il produttore di chip finanzia i propri clienti affinché comprino i propri prodotti.

Identica la logica tra Microsoft e OpenAI: i 13 miliardi iniettati da Redmond nella startup di Altman sono rifluiti in larga parte nelle casse di Microsoft sotto forma di contratti per i servizi cloud Azure. È denaro che gira in circolo tra gli stessi soggetti, gonfiando ricavi e valutazioni senza generare valore nuovo per il mercato.

Le conseguenze della guerra mediorientale sull’hardware

A pesare sulle prospettive dell’hardware per intelligenza artificiale è ora anche la guerra in Medio Oriente. Il conflitto ha innescato una crisi silenziosa ma gravissima nella catena di approvvigionamento dell’elio, gas nobile essenziale alla produzione di semiconduttori (il motore che permette all’IA di funzionare).

Il Qatar, che copre da solo circa un terzo della produzione mondiale, ha dovuto bloccare completamente le esportazioni dopo gli attacchi iraniani all’impianto di Ras Laffan, il più grande polo al mondo di gas naturale liquefatto.

La Russia, terzo produttore globale dietro a Stati Uniti e Qatar, con una quota del 9-10%, ha annunciato la settimana scorsa che la propria produzione verrà esclusivamente esportata verso i Paesi alleati. Qualsiasi altra esportazione avrà bisogno di un via libera speciale del Consiglio di Sicurezza Nazionale.

Oltre il 43% dell’elio mondiale è dunque di fatto indisponibile per l’Occidente. I prezzi spot sono già raddoppiati dall’inizio della crisi. Gli impatti diretti sulla capacità produttiva dei chip per l’intelligenza artificiale si faranno sentire. Ciononostante, la corsa all’IA accelera a ritmi vertiginosi, concentrando capitali enormi su pochi giganti.

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