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I miracoli mancati della legge di Bilancio

I miracoli mancati della legge di Bilancio

Alla vigilia del piano per i 200 miliardi del Recovery fund, Panorama ricostruisce il destino dell’ultima manovra, annunciata al solito come di straordinario impatto. Risultato: il 78% di provvedimenti non attuati.



Un nuovo libro dei sogni è in stesura. Giuseppe Conte lo sta preparando e l’elenco sterminato di progetti per l’impiego del Recovery fund è una testimonianza. Il governo si appresta a gestire una cascata di soldi, più di 200 miliardi di euro, per rilanciare il Paese dopo l’emergenza innescata dal Covid-19. Almeno sono queste le intenzioni. Ma, è noto, non bastano i buoni propositi. Prova ne sia la legge di Bilancio 2020, approvata lo scorso anno tra squilli di fanfare, tanto che il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri l’aveva definita «un piccolo miracolo». Di quel miracolo, visto come un’apparizione solo in via XX Settembre, restano però milioni e milioni di euro bloccati. Soldi che sarebbero già pronti, perché le leggi sono approvate. Manca l’applicazione, che lascia nel limbo vari settori produttivi

Ambiente: L’esempio più eclatante sono i miliardi da ripartire con le Regioni per la «sicurezza degli edifici e del territorio, nonché per interventi di viabilità e per la messa in sicurezza e lo sviluppo di sistemi di trasporto pubblico anche con la finalità
di ridurre l’inquinamento ambientale». Gli importi previsti? Si parte dai 135 milioni di euro per gli anni 2021 e 2022, fino ad arrivare in un crescendo continuo a 560 nel 2033. Una montagna di soldi, che per ora resta nel cassetto. Non c’è però da sorprendersi. Sono una marea i provvedimenti «green» rimasti lettera morta. Fermo per adesso è anche il Fondo da 150 milioni per «lo sviluppo
delle reti ciclabili urbane» di cui dovrebbe occuparsi la ministra Paola De Micheli. Senza dimenticare gli altri 400 milioni annui relativi agli «investimenti per lo sviluppo sostenibile e infrastrutturale del Paese» con particolare riguardo al dissesto idrogeologico e al rischio sismico: gli stanziamenti sono per ora bloccati perché ancora non conosciamo le modalità di ripartizione. Sul punto, però, il governo è stato scaltro: la scadenza di tale decreto è fissata al 31 marzo 2024. Tanto per essere comodi. Si sarebbe potuto quantomeno partire con l’istituzione del comitato interministeriale – di cui molto si è parlato – per l’emissione dei «titoli
di Stato green»: peccato manchino addirittura le modalità di funzionamento. Che dire, ancora, del piano nazionale di «efficientamento energetico degli edifici pubblici adibiti a uso scolastico»? Altri 40 milioni fermi al palo.

Scuola: A proposito di scuola, da anni si parla della carenza di asili nido in Italia: gli ultimi dati dicono che solo un bambino su 10 accede alle strutture pubbliche. Anche per questa ragione nella manovra 2020 si è deciso di stanziare 100 milioni dal 2021 al 2023 e poi 200 milioni ogni anno fino al 2034. Nel frattempo, però, i comuni avrebbero dovuto cominciare a presentare i progetti per costruzione o riqualificazione di asili nido. Peccato che manchi il provvedimento – in capo a Palazzo Chigi, di concerto con il ministero dell’Istruzione – che avrebbe dovuto individuare le modalità e le procedure di trasmissione dei progetti. Non sarebbe grave se la legge non prevedesse come termine ultimo il giugno scorso. Neanche l’incremento «della dotazione organica della scuola dell’infanzia di 390 posti» per il potenziamento dell’offerta formativa è mai avvenuto, dato che anche in questo caso manca il decreto attuativo pure annunciato nella manovra. Non che vada meglio sul fronte della ricerca. Un’idea innovativa era quella di giungere all’istituzione dell’Agenzia nazionale per la ricerca (Anr). In un corposo report redatto dai tecnici di Montecitorio l’anno scorso si parlava dell’importanza di questa nuova struttura per potenziare l’attività «svolta da università, enti e istituti di ricerca pubblici e privati». Ovviamente, non poteva mancare un fondo ad hoc per sostenere il personale dell’Anr e i suoi organi apicali tra direttore, comitato direttivo e comitato scientifico. Risultato? Né il direttore né gli otto membri del comitato direttivo
né i cinque di quello scientifico sono mai stati nominati. Meno male – penserà qualcuno – che resistono gli altri finanziamenti alla ricerca. Ni, viene da dire. Sempre nella manovra si prevedeva di incrementare di circa 400 milioni ogni anno fino al 2024 i fondi
per quella spaziale. Al solito: i fondi, inspiegabilmente, non sono stati assegnati.

Misure sociali: Nella lunghissima lista delle buone intenzioni del governo ci sono anche iniziative sul sociale e sull’innovazione. Tra le misure esistenti solo sulla carta figura la «determinazione del contributo, per gli anni dal 2020 al 2022, da erogare ai comuni
per la prevenzione e il contrasto alla vendita di sostanze stupefacenti». Ci sarebbero 15 milioni in totale, da spalmare sul triennio 2021-2023 e da destinare ai Comuni per «iniziative di prevenzione e contrasto della vendita e cessione di sostanze stupefacenti». Manca all’appello anche un provvedimento simbolico: il fondo di un milione, ribattezzato «Antonio Megalizzi», per ricordare il giovane cronista morto nell’attentato terroristico a Strasburgo. La cifra sarebbe servita per realizzare una radio universitaria. Importante sarebbe stato, almeno per i Cinque stelle, anche l’introduzione in via sperimentale delle «modalità di espressione del voto in via digitale per le elezioni politiche, europee e per i referendum». È stato previsto addirittura un fondo di un milione di euro.
Ma il provvedimento con cui si dovevano stabilire le «modalità attuative di utilizzo» del fondo non è mai stato approvato
(ed è scaduto a fine gennaio).

Economia: A pagare il conto dei mancati miracoli sono anche tanti lavoratori. Gli artigiani, per esempio. Non è stata realizzata la «ripartizione del fondo di sostegno alle attività economiche, artigianali e commerciali con una dotazione di 30 milioni di euro per ciascuno degli anni 2020, 2021 e 2022». In totale, 90 milioni fermi. Gli imprenditori, poi, stanno ancora aspettando di conoscere le modalità di «concessione dei contributi a fondo perduto per spese di investimento, sino a una quota massima del 15% dell’investimento medesimo». Agli autotrasportatori erano stati promessi contributi da 2 mila fino a un massimo di 20.000 euro per «il rinnovo del parco veicolare delle imprese attive sul territorio italiano iscritte al Registro elettronico nazionale». Le modalità di presentazione delle domande dovevano essere specificate dal ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef), insieme al ministro dei Trasporti (Mit). L’attesa prosegue. Anche un altro settore, quello dell’agricoltura, deve aspettare lo sblocco burocratico. Sul tavolo c’è la cifra di cinque milioni per il solo 2020. Si attende la «definizione delle modalità attuative delle risorse del Fondo per gli investimenti innovativi delle imprese agricole». Speranza, finora, vana. Sempre in tema di innovazione, resta impantanato il progetto di dare alle imprese agricole un contributo a fondo perduto fino al 35% della spesa ammissibile, per progetti innovativi, e di mutui agevolati di importo non superiore al 60%. Nella manovra 2020 è stato approvato anche un «Fondo per gli investimenti nelle isole minori, per finanziare progetti di sviluppo infrastrutturale e di riqualificazione del territorio dei comuni delle isole minori». La somma complessiva è di 41,5 milioni di euro in tre anni, dal 2020 al 2022. Tutto fermo.

Difesa: Il conto finale è imbarazzante: su 124 provvedimenti attuativi previsti nell’ultima manovra, 97 non hanno ancora visto la luce. Oltre il 78%. Non che sia una novità: guardando alle precedenti leggi di Bilancio, il quadro è altrettanto desolante.
Ancora attendiamo, per dire, 41 provvedimenti attuativi dei 105 complessivi della manovra 2019 (Conte 1), con il rischio che nel frattempo la linea politica cambi. Come nel caso della Difesa: se con Elisabetta Trenta si prevedeva di rideterminare i programmi
di spesa dopo le «riduzioni previste per le spese militari a decorrere dal 2019», con Lorenzo Guerini è difficile si dia seguito a tale impegno dato che l’intenzione del ministro dem è quella di aumentare, anzi, la spesa militare (come raccontato da Panorama
nel numero 39). Infine, sono archeologia anche i provvedimenti mancanti degli esecutivi ancora precedenti: i 38 della manovra 2018 (governo Paolo Gentiloni) e i 16 tra la manovra 2017 e 2016 (governo Matteo Renzi). Uno di questi prevedeva, testuale, la «determinazione dei criteri per la definizione di un sistema di verifica dell’utilizzo dei finanziamenti pubblici». Ecco, sarebbe utile un sistema di verifica anche per le norme annunciate, approvate, pubblicizzate e a cui, però, non si è dato mai corso.

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