Il Paese sudamericano è tra i primi al mondo ad aprire in maniera «statale» alla criptovaluta. Una scelta coraggiosa, rischiosa, per certi versi anche pericolosa.
Alea iacta est. Forse paragonare l’atto rivoluzionario compiuto da Cesare il 23 novembre del 50 a.c. di attraversare il Rubicone e marciare verso Roma contro la deliberazione del Senato con la decisione di El Salvador di conferire corso legale al bitcoin potrebbe sembrare eccessivo. E’ però un dato di fatto che il progetto del paese centro-americano di introdurre la criptovaluta negli scambi commerciali interni rappresenta uno di quegli eventi che gli economisti chiamano ‘disruptive’, di rottura con il passato, che sortirà inevitabili ripercussioni anche fuori dai confini salvadoregni.
Non che l’annuncio fosse inaspettato. Il provvedimento aveva ricevuto il ‘placet’ del presidente Nayib Bukele già nel mese di giugno, e subito trasformato in legge dal Parlamento ampiamente controllato dalle forze filogovernative. Gli operatori economici e gli esercizi commerciali, secondo la legislazione approvata, saranno ora obbligati ad accettare la criptovaluta e tutti i prezzi di prodotti e servizi devono essere espressi sia in dollari sia in bitcoin. Un velo di ipocrisia rimane se si considera che tuttavia stipendi e pensioni continueranno ad essere pagati in dollari, mentre il cittadino “potrà accettarlo, ma non riceverlo”.
Una cautela, quella adottata dal governo, che trae probabilmente origine dallo scetticismo con cui la popolazione ha accolto il provvedimento: secondo uno studio dell’Istituto dell’opinione pubblica (Iop), il 66,7 % della popolazione ritiene che la legge Bitcoin debba essere abrogata mentre il 65,2 % è contrario al fatto che il governo utilizzi fondi pubblici per finanziare la sua introduzione. Timori, quelli nutriti dalla popolazione, comprensibili, se si considera che il bitcoin vanta una volatilità annualizzata del 70%.
L’offerta limitata è un altro problema che ostacolerà l’adozione di massa del bitcoin come valuta. A causa dell’offerta limitata, infatti, un sistema monetario basato su bitcoin è intrinsecamente deflazionistico, e quindi insostenibile per la maggior parte delle economie. Normalmente, in un sistema fiat money, le banche centrali, aumentano l’offerta di moneta, riducendone il potere d’acquisto delle valute legali e aumentando nel tempo il prezzo di beni e servizi. Invece, un sistema monetario basato su bitcoin sarebbe deflazionistico in quanto il potere d’acquisto di bitcoin aumenterebbe nel tempo, data la sua offerta limitata, provocando la riduzione del prezzo di beni e servizi denominati in bitcoin. In tale economia, l’incentivo degli agenti economici sarebbe quindi quello di accumulare piuttosto che spendere la valuta. Anche l’attività di chiedere e concedere prestiti diventerebbe problematica in un sistema monetario in cui gli agenti economici accumulano la valuta. Sono stati proprio questi i motivi dietro il crollo del gold standard nel secolo precedente.
Un terzo fronte di criticità è di natura tecnologica. E non si tratta tanto della penetrazione di internet o degli smartphone in El Salvador e quindi della diffusione del portafoglio crittografico di El Salvador, Chivo, tra i suoi cittadini che comunque non sarà una passeggiata. La criticità maggiore in termini di sicurezza e privacy ruota alla scelta di affidarsi alla rete di pagamenti di una società privata, Strike, che si aggiungerà a quella del protocollo di pagamento Lighting al fine di effettuare transazioni off-chain. Lightning Network è un protocollo di pagamento “layer 2” progettato per essere stratificato su una criptovaluta basata su blockchain come bitcoin o litecoin. Ha lo scopo di consentire transazioni veloci tra i nodi partecipanti ed è stato proposto come soluzione al problema della scalabilità dei bitcoin e agli alti costi di commissione.
Non bisogna poi trascurare come il Government Trust da 150 milioni di dollari stanziato dal governo di El Salvador per garantire l'immediata convertibilità del bitcoin in USD trasferirà i rischi del prezzo del bitcoin al governo e potrebbe non dimostrarsi sufficiente nel caso si verificasse una flessione dei mercati delle criptovalute in futuro, inducendo così i cittadini a uscire in massa dal bitcoin. La domanda quindi è se il governo sarà obbligato a rabboccare il fondo, con quali modalità e a quale tasso. Ciò potrebbe creare un altro drenaggio di liquidità in dollari da parte di un paese che già lotta per soddisfare le sue esigenze di finanziamento.
Ma, appunto, il Rubicone oramai è stato superato, alimentando così tra gli operatori finanziari la fatidica domanda di chi sarà il prossimo paese a intraprendere un’azione simile. O per meglio dire, subirla. Conferire infatti corso legale a una moneta elettronica la cui offerta non può essere di fatto controllata non rappresenta forse il migliore degli scenari possibili per paesi più sviluppati. Da un lato infatti la decisione per un paese in via di sviluppo come El Salvador di aprire ai bitcoin può essere almeno in parte spiegato come il tentativo non solo di affrancarsi dall’influenza Usa (come stanno provando anche in Afghanistan dove l’attività in bitcoin ha assistito a un forte incremento nelle ultime settimane), ma anche di creare un ecosistema in grado di attrarre cervelli e liquidità (anche se non sempre proveniente da canali legali), soprattutto ora che la Cina per ragioni ambientali ha avviato un giro di vite sull’attività di estrazione di bitcoin.
Ma, dall’altro lato, è innegabile come la spinta che giunge dal settore privato affinché le maggiori banche centrali del mondo adottino un sistema di moneta elettronica sia sempre più forte. L’esempio più recente giunge dalla piattaforma social Twitter la cui funzione Tip Jar potrebbe presto integrare un’opzione di pagamento tramite criptovalute. Stando a quanto si è appreso, da maggio, sarà possibile inviare ‘mance’ agli utenti del microblog in lingua inglese per particolari meriti, come la condivisione di notizie utili sulla piattaforma.
Ma anche il fondatore di Tesla Elon Musk, come è ben noto, è un grande fautore dei bitcoin sebbene lo scorso mese di maggio abbia dovuto cedere alle pressioni degli ambientalisti sospendendo l’accettazione di moneta elettronica come forma di pagamento a causa dell’elevato consumo di energia elettrica necessario per la loro l’estrazione. Ma appunto, il mercato punta oramai in una direzione e il modo in cui le banche centrali soprattutto la Federal Reserve gestirà il fenomeno sarà di importanza cruciale per la tenuta del sistema finanziario internazionale basato sul dollaro. Se infatti da un lato paesi di stampo autocratico come la Cina vede lo sviluppo dello yuan elettronico come veicolo di maggiore controllo dell’economia, le banche centrali occidentali dovrebbero invece proporre un modello alternativo che inglobi le nuove applicazioni al fine di favorire innovazione e sviluppo.
