La nuova febbre dell’oro continua a prendere slancio. Dopo la storica annata del 2025, che ne ha visto crescere il valore del 64%, il prezzo del metallo nobile per eccellenza continua a salire sui mercati finanziari, rompendo un record dopo l’altro.
Superata anche la soglia dei 5000 dollari l’oncia
Nella giornata di oggi, infatti, il prezzo dell’oro sui mercati finanziari ha superato per la prima volta i 5000 dollari l’oncia, prolungando quella che ormai può essere definita un vero e proprio storico rialzo del metallo nobile.
Di più, perché nell’arco della giornata la quotazione ha toccato un picco di 5112 dollari, prima di riassestarsi su valori poco più bassi. È da notare però che il grande balzo nelle quotazioni non si limita all’oro.
Anche l’argento ha registrato performance straordinarie, superando per la prima volta la soglia psicologica dei 100 dollari l’oncia e raggiungendo quota 108,43 dollari, con un balzo mensile nel mese di gennaio di circa il 49%.
Il rapporto tra i prezzi di oro e argento si è compresso intorno ai 47-50, segnalando una performance sopra le aspettative dell’argento grazie alla sua doppia natura di metallo prezioso e industriale. D’altra parte, negli ultimi mesi del 2025 e nelle prime settimane del 2026, entrambi i metalli hanno beneficiato di un contesto propizio.
Da una parte i tagli dei tassi d’interesse da parte delle principali banche centrali, cui si aggiungono le persistenti tensioni commerciali legate alle politiche tariffarie americane (fiore all’occhiello dell’amministrazione Trump) e una domanda strutturale in crescita, mentre gli investitori si sono riversati su questi beni rifugio in un contesto di crescenti e persistenti incertezze geopolitiche.
Oro e argento come beni rifugio
Oro e argento si confermano infatti come principali beni rifugio in periodi di turbolenza. L’aumento dei loro prezzi è sostenuto da molteplici fattori.
In primis, gli acquisti record delle banche centrali: nel 2025 sono state acquistate oltre 1.000 tonnellate nette di oro, e le proiezioni per il 2026 indicano un volume simile o superiore, con Paesi del sud Globale a spingere la richiesta, tra cui Cina, India, e Turchia, desiderosi di ridurre la loro esposizione ad asset in dollari americani.
In secondo luogo vi sono le incertezze geopolitiche. Dalle minacce di tariffe americane su vari partner commerciali, all’arresto del presidente venezuelano Nicolas Maduro, fino alle persistenti tensioni in Medio Oriente e, non da ultimo, la guerra in Ucraina. Da qui la decisione degli investitori istituzionali e retail di riversare capitali in ETF su oro e argento.
Per l’argento, poi, si aggiunge una forte domanda industriale (elettronica, pannelli solari, veicoli elettrici), che amplifica il rally in un contesto di sostanziale deficit di offerta cronico, tradotto, non c’è abbastanza argento.
Diminuisce la fiducia nel dollaro?
Spesso l’impennata dell’oro viene letta come segnale di erosione della fiducia nel dollaro americano, soprattutto nei paesi del cosiddetto Sud globale, che starebbero accelerando la “de-dollarizzazione” aumentando le riserve auree e riducendo l’esposizione ai Treasury americani.
Questo trend è reale: molti governi emergenti vedono l’oro come asset neutrale e protezione da sanzioni finanziarie o volatilità del dollaro. Tuttavia appare fortemente ingigantito.
I dati del Fondo Monetario Internazionale più recenti (Q4 2025) mostrano che il dollaro mantiene ancora una quota dominante nelle riserve valutarie globali allocate, intorno al 56,9-57% del totale.
Certo, se paragonato agli inizi degli anni 2000, quando il dollaro rappresentava il 71% delle riserve mondiali, il calo si nota, ciò non toglie che la moneta statunitense rimanga ancora di gran lunga la prima valuta di riserva mondiale (seguita dall’euro al 20%, mentre lo yuan cinese rappresenta solo il 2%).
Guardando ai dati, il declino è quindi lento e altalenante, non certo una fuga improvvisa. L’oro, invece, sale sì anche per diversificazione dal dollaro, ma il rally è amplificato principalmente da una crescente domanda generale di beni rifugio, non per un imminente collasso del dominio del dollaro. La febbre dell’oro continua.
