A guardarle, sembrano patate ricoperte di terra. Rocce di poco conto che si trovano sui fondali degli oceani a oltre 3.000 metri di profondità. Scure e bitorzolute. Eppure sono elementi chimici fondamentali per produrre le batterie per le auto e le componenti tecnologiche di cui le aziende (ma le nazioni in primis) hanno estremamente bisogno. Anche, e soprattutto, nell’ambito militare. Sono le famose terre rare che, in realtà, rare non sono ma che risultano tali perché difficili da portare in superficie. Si tratta del cosiddetto deep sea mining, l’estrazione mineraria sottomarina. Piccoli robot si immergono negli oceani e prelevano gli agglomerati che sono poi aspirati tramite tubi all’interno di una nave. Da qui, finiranno sulla terraferma per essere immessi nella catena di lavorazione. Un processo lungo e complesso.
Solamente pochi Paesi hanno la “fortuna” di avere questi elementi sul territorio nazionale – anzi: nel profondo delle proprie acque – e possono accedervi per soddisfare le proprie, e anche le nostre, necessità. Le terre rare sono il nuovo game changer e riuscire ad estrarle è la sfida del secolo. Solamente in quest’ottica si possono comprendere le mosse politiche e militari delle principali potenze mondiali (Cina e Stati Uniti in testa): l’accaparramento di questi elementi, infatti, è indispensabile per chiunque ambisca a mantenere una supremazia tecnologica e militare.
La storia insegna che quando un bene – come in passato il petrolio, per esempio – diventa indispensabile per l’evoluzione tecnologica del genere umano si scatena una nuova corsa all’oro. Da questo presupposto di “necessità”, in passato sono nati guerre e conflitti che hanno modificato l’ordine politico e strategico mondiale. E questo lo sanno bene a Pechino, Washington e persino Mosca. L’obiettivo di queste nazioni non è solamente quello di dominare i mari e gli oceani ma, soprattutto, controllare le catene di valore che rendono utilizzabili le terre rare.
A livello globale, ciò comporta una crescente frammentazione delle filiere di approvvigionamento, un aumento dei costi e una maggiore pressione su Paesi ricchi di risorse, soprattutto in Africa, America Latina e Asia centrale.
Come è noto, la Cina si trova da tempo in vantaggio vista la sua fortunata posizione geografica. Un vantaggio che il presidente americano, Donald Trump, vuole insidiare, tanto che a inizio anno ha cominciato a elaborare nuove norme per semplificare le procedure di autorizzazione per le attività di estrazione mineraria in acque profonde. Una decisione resa possibile anche dal fatto che gli Usa non hanno ancora ratificato la regolamentazione dell’Isa (l’autorità internazionale dei fondali marini). Possono quindi scriversi in casa la legge che ritengono più utile, senza preoccuparsi troppo dei regolamenti internazionali. Un po’ come il Dragone, che da tempo controlla gran parte delle attività di raffinazione e di produzione di magneti permanenti, essenziali per settori strategici come auto elettriche, energie rinnovabili, elettronica e difesa. Ciò conferisce al Paese un grande potere di contrattazione. Ma non solo: essendo all’avanguardia tecnologicamente, spesso molti Paesi, che pure dispongono di terre rare, devono ricorrere a Pechino e alla sua filiera per procedere con l’estrazione e la lavorazione. Xi Jinping sa di essere quindi in una posizione di forza e di poter aprire, ma soprattutto chiudere, i rubinetti a seconda che la situazione internazionale gli sia favorevole oppure no.
L’Italia, come spesso accade, fa la parte del vaso di coccio tra quelli di ferro. Dipendente dal gigante d’Oriente (come la gran parte dei Paesi occidentali), il Belpaese è intento a trovare delle fonti alternative. Non a caso, tra i tanti obiettivi del Piano Mattei c’è proprio quello di assicurarsi – in Mozambico, Congo e Tanzania – nuovi approvvigionamenti di minerali critici. E, insieme, di cercare di recuperarli dagli elettrodomestici che dovrebbero essere rottamati ma che possiedono ancora parti preziose e riutilizzabili.
Un’operazione per niente facile, tenendo conto che i più grandi giacimenti che si trovano nelle profondità degli oceani sono ancora di là dall’essere raggiungibili. Se analizziamo la loro ubicazione possiamo notare come il luogo più ricco di terre rare sia l’oceano Pacifico. Ed è proprio in questa distesa blu che, già da anni, convergono gli interessi geopolitici di due superpotenze che, guarda caso, si trovano esattamente alle sue estremità: gli Stati Uniti e la Cina. Se consideriamo il fatto che il deep-sea mining verrà sicuramente sdoganato per i suddetti motivi di necessità, è certo che il Pacifico sarà ancora di più un “terreno ambito” e che si combatterà qui la prossima guerra per la catena delle forniture.
Ma non solo. Pensiamo per un attimo alle guerre attuali, in particolare a quelle che contrappongono una superpotenza e una semplice nazione, seppur agguerrita: Russia contro Ucraina, per esempio. Oppure Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
In quale dominio due “normali” potenze hanno messo in difficoltà i giganti della guerra? La risposta è certa: in quello subacqueo. Navi e strutture da milioni di dollari sono state colpite e distrutte da strumenti che costano poche centinaia di migliaia di dollari, assemblati con parti che possono essere reperite anche sul libero mercato.
L’Iran sta mettendo in ginocchio l’economia mondiale (basata essenzialmente sul petrolio e sul gas) bloccando lo stretto di Hormuz con mine intelligenti, droni subacquei e mini sottomarini che nemmeno gli Stati Uniti e Israele riescono a contrastare. Nello scenario sotto la superficie marina Davide può realmente mettere in ginocchio Golia. La Guerra fredda, poi, ci ha insegnato che nelle profondità sono avvenuti scontri mai venuti a galla. Che sono rimasti lì, negli abissi, senza che nessuno sapesse alcunché. E questo perché, come si suol dire, i siluri non portano targa.
Se uniamo ora l’interesse di due superpotenze (ma anche di tutte le più grandi nazioni del mondo) per quello che sarà il petrolio del prossimo secolo con un ambiente in cui è possibile muoversi inosservati, il gioco è fatto: le profondità dell’oceano Pacifico saranno il prossimo campo di battaglia. E gli obiettivi da colpire quali saranno? Proprio le infrastrutture di estrazione subacquea. Inoltre, considerando che la base della futura economia dello spazio è esattamente l’estrazione mineraria su altri pianeti, possiamo già ipotizzare che il deep-sea mining non solo sarà un obiettivo strategico da colpire, ma anche un campo di prova per quello spaziale.
La guerra, seppur invisibile, è già iniziata. E si allarga a mare e cielo.
