Si fa presto a dire acqua minerale. La guerra alla plastica e in particolare alle bottiglie di plastica, pur essendo comprensibile nei principi, si sta trasformando in una crociata ideologica che riversa sulle aziende una moltitudine di norme spesso di difficile attuazione e soprattutto che vanno a complicare la vita ai consumatori. Inoltre, accade che i governi, per essere più realisti del re (ovvero la Commissione Ue) e mettersi nel solco della politica green, finiscano per sfornare misure paradossali. Dietro alla posizione ambientalista si intravede però anche, come fa notare Ettore Fortuna, vicepresidente di Mineracqua, l’associazione che riunisce i produttori di acqua minerale, «la manina di certi ambientalisti che spingono per privilegiare il rubinetto alla bottiglia, ignorando che sono cose diverse disciplinate da leggi diverse». Che questo sia pensar male o che ci sia un fondo di verità, sta di fatto che l’industria del settore conta 50 mila posti ed esporta 1,7 miliardi di litri con un saldo commerciale attivo per 700 milioni l’anno. In commercio ci sono circa 300 marche.
La vita di questa risorsa preziosa è legata a filo doppio con l’imbottigliamento in plastica, precisamente in Pet (Polietilene tereftalato). E qui entra in gioco la politica della Commissione europea contro i derivati del petrolio dannosi all’ambiente. Senonché questa finalità finisce per creare problemi applicativi all’industria con ricadute sul consumatore. Un provvedimento che ha fatto discutere è l’introduzione – nel 2024 – del tappo attaccato alla bottiglia per evitarne la dispersione. In realtà come evidenzia Fortuna, si è rivelato un moltiplicatore di plastica, «fino al 10% in più per l’inserimento dell’anello che tiene agganciato il tappo. Una vera contraddizione considerato che la Direttiva Sup (Single use plastics) che lo ha previsto, ha come principale scopo di ridurre la plastica immessa in consumo a dispetto del fatto che l’industria ha, in questi anni, ridotto il peso delle bottiglie del 30/40%».
Il nodo dei target di riciclo e il blocco delle forniture extra europee
Il paradosso è che questa direttiva concepita per vietare o ridurre la vendita di imballaggi monouso (piatti, cotton fioc, aste per i palloncini, eccetera) ha inserito nell’elenco anche le bottiglie in Pet anche se dopo il loro utilizzo vengono raccolte e riciclate tornando alla loro funzione originaria. Bruxelles ha fissato ambiziosi obiettivi sia in tema di raccolta differenziata (77% entro il 2025 e 90% entro il 2029) sia di contenuto di riciclato (25% a partire dal 2025, che sale al 30% dal 2030, fino ad arrivare al 65% dal 2040).
Non paga di questo, la Commissione, con un documento pubblicato recentemente sulla Gazzetta europea, ha aggiunto un vincolo in più. La plastica riciclata acquistata dai Paesi extra Ue non si può conteggiare ai fini del rispetto di quel 25%. La norma è scattata lo scorso 23 luglio ed è valida fino al 21 novembre 2027.
Che fine fanno le scorte acquisite fuori dall’Europa? «Di fatto sarebbero inutilizzabili» commenta Fortuna e dice che Mineracqua si è rivolta al ministero dell’Ambiente chiedendo il tempo per esaurire i magazzini. «Con la merce acquistata extra Ue, bloccata, l’impatto sui conti economici è inevitabile». C’è anche un altro aspetto del problema. «Quando noi importiamo plastica da un Paese extra Ue, i produttori europei di Pet attivano la procedura antidumping che porta la Commissione europea a mettere dazi. Così aumentano i prezzi del Pet che le aziende non possono non riversare sui consumatori».
Le nuove imposizioni del Regolamento imballaggi sul riutilizzo e il packaging
Non finisce qui. Dal 12 agosto, il Regolamento imballaggi (Ppwr) prevede che tutti i contenitori siano riciclabili. Su questo tema le aziende si sono portate avanti da tempo e non si aspettavano l’ennesima stretta. Dal 2030 la grande distribuzione dovrà mettere sullo scaffale almeno il 10% delle confezioni di acqua minerale e bevande in imballaggi riutilizzabili (cioè bottiglie progettate per compiere più rotazioni), e non potranno usare il fardello in plastica per raggruppare le bottiglie. I produttori di minerale stanno facendo pressione su Bruxelles per cancellare questo divieto. Potrebbe bastare un chiarimento della Commissione Ue. «Da un colloquio con un’importante rappresentante della Commissione, ci è stato detto che questa misura sarà espunta dal Regolamento» afferma Ettore Fortuna e sottolinea che il fardello con maniglia è funzionale alla movimentazione e protegge le bottiglie una volta a casa.
Al momento però sono solo promesse, non c’è nulla di scritto e le aziende sono nell’incertezza massima.
Il peso del deposito cauzionale, la Plastic tax e i Criteri minimi ambientali
Una norma sicura è quella sul deposito cauzionale il cui impatto economico è stimato in oltre un miliardo di euro, interamente a carico delle aziende imbottigliatrici. Il meccanismo è questo: chi compra una minerale paga una cauzione che gli viene restituita quando deposita il vuoto. Mineracqua ha stimato che dal 2029 le imprese imbottigliatrici dovranno installare circa 35 mila macchine per la raccolta. «In Polonia, dove questa misura è già in vigore, il mercato è sceso del 10-15%, a causa della complessità del meccanismo. In Italia abbiamo stimato un raddoppio circa del prezzo finale per bottiglia».
Bruxelles dice che la cauzione scatta solo se il Paese non raccoglie il 90% dei contenitori in plastica attraverso la raccolta differenziata. Cosa pressoché impossibile. Oggi Italia è al 70% ed è un modello unico in Europa di economia circolare. Mineracqua ha chiesto di poter aumentare questa soglia tramite il riciclo chimico e con lo smaltimento nei termovalorizzatori delle bottiglie non raccolte con la differenziata. L’altra grande incognita che pesa sul settore è la Plastic tax che, dopo diversi rinvii, dovrebbe entrare in vigore il 1° gennaio 2027. «Confidiamo che venga nuovamente rinviata» afferma Fortuna «ma se così non fosse le imprese dovranno pagare un contributo pari a 450 euro ogni tonnellata di materiale». Per non dire, poi, della Sugar tax per chi produce anche bevande. La ciliegina sulla torta l’ha messa il ministero dell’Ambiente con i Cam, i Criteri minimi ambientali, che in ossequio alle normative europee, elencano le linee guida green per l’affidamento di appalti nella pubblica amministrazione. «In particolare, per la ristorazione collettiva e i distributori automatici» spiega Fortuna, «il criterio premiante per chi si candida a vendere la minerale è che le bottiglie non solo abbiano almeno il 40% di plastica riciclata anziché il 25%, ma che tra il luogo di imbottigliamento e quello in cui è offerta al consumatore, la distanza massima sia di 300 chilometri. Vale il principio che più si è distanti e più si inquina, indipendentemente dal tipo di trasporto utilizzato. Chi è a 310 chilometri, è penalizzato». Più chiaro di così…
