Nella giornata del 17 settembre Il Dipartimento di Stato americano ha dichiarato di aver approvato la potenziale vendita degli aerei da combattimento F-35 Lightning II della Lockheed Martin all’Arabia Saudita. Proprio mentre il più grande Stato arabo dell’Asia occidentale è sempre più coinvolto nella guerra contro l’Iran e il movimento degli Houthi nello Yemen. La vendita, tuttavia, segna un cambiamento significativo nella politica degli Stati Uniti, alterando potenzialmente l’equilibrio del potere militare in Medio Oriente cominciando dal violare una delle regole che gli Usa stessi si erano dati, ovvero di mantenere il vantaggio militare qualitativo di Israele come suo alleato nella Regione. La questione riguarda quindi la garanzia che Israele ottenga armi statunitensi più avanzate rispetto agli stati arabi regionali. Difficile, al momento, sapere esattamente come potrebbe essere la variante araba del Joint Strike Fighter e quanto potrebbe essere differente dallo standard in possesso dell’aviazione israeliana, quello che però è già accaduto più volte è che Trump, per la sua propensione alla vendita, ha condiviso tecnologie con nazioni ritenute affidabili in quel momento per poi doversene pentire, come accadde con la Turchia, proprio per gli F-35. La vicenda della fornitura di questi aeromobili all’Arabia Saudita era cominciata nel gennaio 2025, quando l’Arabia Saudita ha rivolto un appello diretto per gli aerei al presidente degli Stati Uniti Donald Trump ed è da tempo interessata al caccia della Lockheed Martin. La vendita ha un valore stimato di 24,3 miliardi di dollari e per diventare esecutiva deve ricevere l’approvazione del Congresso degli Stati Uniti. Una volta completato l’iter legislativo, Lockheed Martin riceverà la commessa per 48 unità di nuova produzione e il costruttore di motori Pratt & Whitney per 49 unità del propulsore F135 insieme ad apparecchiature di comunicazione, pezzi di ricambio e altri componenti per il supporto logistico. L’ambasciata saudita a Washington ha accolto con favore la proposta di vendita, descrivendola come un ulteriore passo nella cooperazione in materia di difesa tra i due paesi e rilasciando un messaggio sul social network “X”: “La proposta vendita dell’F-35 riflette la forza e la natura duratura della partnership strategica tra Arabia Saudita e Stati Uniti e il continuo progresso della nostra cooperazione in materia di difesa.” Di fatto l’Arabia Saudita oggi è il più grande cliente delle armi statunitensi e ha cercato per anni di modernizzare la sua forza aerea per contrastare le minacce regionali, in particolare quelle provenienti dall’Iran. Oggi l’aviazione di Riad opera con diversi tipi di velivoli, dai Boeing F-15 ai Tornado, fino ai Typhoon. Per tante ragioni questa fornitura potrebbe essere definita storica, poiché la questione degli F-35 si è anche intrecciata con sforzi diplomatici molto ampi: per esempio, l’amministrazione dell’ex presidente degli Stati Uniti Joe Biden aveva esplorato la possibilità di fornire i caccia all’Arabia Saudita come parte di un accordo globale che avrebbe incluso Riyadh nella normalizzazione delle relazioni con Israele, ma poi gli sforzi diplomatici erano arrivati a una situazione di stallo. Nel suo stile, Donald Trump ha fatto della vendita di armi all’Arabia Saudita una priorità. Nel 2025 gli Usa avevano accettato di vendere a Riad un pacchetto di armi del valore di quasi 142 miliardi di dollari, che la Casa Bianca definì “il più grande accordo di cooperazione nel campo della difesa” che Washington avesse mai stipulato. Ma oggi l’Arabia Saudita sta perseguendo ambiziosi piani di modernizzazione economica e militare nell’ambito dell’agenda “Vision 2030” del principe ereditario Mohammed bin Salman. E sta scoprendo di essere vulnerabile ai colpi di Teheran e dei ribelli Houthi. Contro i quali gli F-35 colpire ma non essere risolutivi.

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Gli Stati Uniti approvano la possibile vendita di 48 caccia F-35 all’Arabia Saudita per 24,3 miliardi di dollari. L’accordo, ancora soggetto al via libera del Congresso, solleva interrogativi sul vantaggio militare di Israele e sugli equilibri strategici in Medio Oriente.