La portaerei Charles de Gaulle non è esattamente un oggetto discreto e di certo non passa inosservato. È una città galleggiante con ambizioni militari, una massa di acciaio che per definizione dovrebbe stare dentro una geometria di riservatezza, procedure, compartimentazioni, silenzi. Eppure anche lì, su quel ponte che non nasce per ospitare la spontaneità ma la disciplina, è bastata un’attività registrata su Strava, app di fitness, per consentire di dedurne la posizione nel Mediterraneo. C’è qualcosa di quasi comico, se non fosse così istruttivo, nell’idea che una delle piattaforme simbolo della proiezione militare contemporanea finisca raccontata da una corsa tonificante di un suo ufficiale.
La tentazione, in questi casi, è sempre la stessa: trattare l’episodio come una svista, un inciampo, una distrazione individuale. Il problema è che ormai la distrazione ha una tenacia statistica. Non siamo davanti a uno sbaglio, ma alla perseveranza nell’errore, che è una forma più evoluta e più preoccupante di stupidità, perché non è la prima volta. Nel 2018 la heatmap globale di Strava rese visibili basi e percorsi in aree operative come Afghanistan, Siria e Iraq. Già allora era tutto piuttosto chiaro: i dati aggregati, apparentemente innocui, diventano una torcia puntata su ciò che dovrebbe restare in ombra. Non serviva essere un grande stratega per capire che se illumini abbastanza a lungo una routine, alla fine compare la struttura che la sostiene.
E invece nulla. O meglio: nulla di abbastanza efficace. Nel 2025 un’inchiesta sui marinai francesi mostrò che i dati Strava permettevano di ricostruire elementi relativi ai sottomarini nucleari francesi e alla base di Île Longue. Ora, se esiste un oggetto che nell’immaginario collettivo dovrebbe avere una relazione quasi religiosa con la segretezza, è il sottomarino nucleare. È letteralmente una macchina costruita per non essere vista. Eppure, anche lì, tra allenamenti degli equipaggi e interruzioni delle attività sportive, si potevano inferire partenze, rientri, cicli operativi. Il che produce una scena abbastanza grottesca: spendiamo una fortuna per rendere invisibile una piattaforma strategica e poi la facciamo riaffiorare in superficie con i chilometri della corsetta.
Il punto, naturalmente, non è Strava in sé che fa il suo. Il punto siamo noi, o meglio la nostra ostinata incapacità di capire che i dati non parlano solo quando gridano. Un percorso ricorrente, un hotel, una deviazione, un’interruzione, una serie di profili aperti: presi uno per uno sembrano dettagli da nulla; messi insieme diventano una mappa ed è precisamente questo il tratto più moderno del problema. Non c’è bisogno della grande fuga di documenti, del dossier sottratto, della spia col cappello calato sugli occhi. Basta la serialità delle abitudini. L’intelligence, oggi, spesso non sfonda la porta: passa dalla finestra che abbiamo lasciato aperta per far entrare un po’ d’aria durante il jogging.
Lo si è visto anche fuori dal perimetro strettamente militare. Nel 2024 le attività dei bodyguard di Macron permisero di ricostruire località, hotel e trasferte preparatorie. Nel 2025 i profili Strava della sicurezza del premier svedese Ulf Kristersson consentirono di seguirne indirettamente alcuni spostamenti. Anche qui il dato interessante non è la singola imprudenza, ma la ripetizione del copione. Continuiamo a comportarci come se il contesto digitale fosse un fondale neutro. Ci muoviamo, registriamo, condividiamo, sincronizziamo, e nel frattempo ci raccontiamo che sono dettagli di vita ordinaria, ma il potere informativo, quasi sempre si trova nella costanza del dettaglio.
Forse il nodo vero è più antico delle app e più profondo degli algoritmi. Noi siamo una specie costruita per riconoscere il rischio quando ha denti, artigli, odore, massa. Siamo biologicamente piuttosto bravi con una tigre nascosta dentro un cespuglio e sorprendentemente mediocri con la traccia digitale che, goccia dopo goccia, ricostruisce una base, una scorta, una nave, un ritmo operativo. È molto probabile che prima di capire davvero che una tigre fosse pericolosa se ne sia mangiate diverse di generazioni. Con il digitale stiamo facendo qualcosa di simile, solo con più eleganza grafica e migliori statistiche sul battito cardiaco. Non stiamo ignorando il pericolo: lo stiamo trasformando in abitudine e così smette di sembrare un allarme e si trasforma in uno stile di vita. La tigre, del resto, oggi non ruggisce: sincronizza.
