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Un’Italia che frana: Niscemi non è un’eccezione, è il sintomo

Un’Italia che frana: Niscemi non è un’eccezione, è il sintomo

La frana di Niscemi riapre il tema del dissesto idrogeologico in Italia: dati ISPRA, clima estremo, abusivismo e prevenzione mancata raccontano un Paese strutturalmente fragile che continua a inseguire le emergenze.

La frana di Niscemi non è un evento imprevedibile né un incidente isolato. È l’ennesima conferma di una fragilità nota da secoli, studiata, monitorata, ma mai affrontata fino in fondo. Già nella seconda metà del Settecento l’area era segnalata come instabile; il rischio è stato ribadito nel 1997, aggiornato negli anni, certificato da mappe e relazioni tecniche. Eppure, la messa in sicurezza non è mai arrivata. Le informazioni c’erano, così come gli strumenti per evitare abusi edilizi e tutelare l’incolumità delle persone. È mancata la volontà di intervenire prima che l’emergenza si trasformasse in tragedia.

Un Paese geologicamente fragile

Niscemi è solo l’ultimo episodio di un’emergenza che attraversa l’intero Paese. L’Italia è una delle nazioni europee più esposte al rischio frane, non per fatalità ma per conformazione geologica, pressione antropica e scelte politiche rinviate nel tempo. Secondo l’Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia dell’ISPRA, sul territorio nazionale sono censite oltre 684 mila frane, che interessano più di 25 mila chilometri quadrati. Due terzi di tutte le frane censite in Europa si concentrano entro i confini italiani.

Il quadro diventa ancora più critico guardando ai dati più recenti sul dissesto idrogeologico. Negli ultimi anni la superficie del territorio a rischio è cresciuta del 15 per cento, arrivando a coprire quasi un quarto del Paese. Circa 5,7 milioni di cittadini vivono oggi in aree esposte a frane e alluvioni, con oltre un milione in zone a pericolosità elevata o molto elevata. A rischio non ci sono solo le persone, ma anche centinaia di migliaia di edifici, attività produttive e migliaia di beni culturali.

Clima estremo, numeri che non si possono ignorare

Il 2025 è stato un anno spartiacque. Secondo il bilancio dell’Osservatorio Città Clima di Legambiente, realizzato con il Gruppo Unipol, si sono registrati 376 eventi meteo estremi, in aumento rispetto all’anno precedente. Piogge intense, allagamenti, esondazioni fluviali e danni da vento hanno colpito la Penisola con una frequenza sempre più elevata. A preoccupare non è solo il numero complessivo degli eventi, ma la loro intensità: temperature record quasi raddoppiate, crolli legati alle precipitazioni in forte aumento, raffiche di vento sempre più distruttive.

Le regioni più colpite sono state Lombardia, Sicilia e Toscana, mentre tra le province maggiormente danneggiate compaiono territori già noti per la loro vulnerabilità, come Genova, Messina, Firenze e Torino. Un segnale chiaro: le aree a rischio non sono più marginali, ma includono grandi città e nodi infrastrutturali strategici.

Dal 2026, un rischio che non arretra

Il nuovo anno si è aperto con lo stesso copione. A gennaio, oltre a Niscemi, uno smottamento ad Arenzano ha interrotto la viabilità sull’Aurelia, riportando al centro il tema della sicurezza delle infrastrutture. Secondo i Piani di Assetto Idrogeologico, le zone a pericolosità molto elevata interessano ormai centinaia di migliaia di cittadini, soprattutto lungo l’arco alpino, l’Appennino e in ampie aree del Sud. Le fasce a rischio elevato e medio coinvolgono milioni di persone, spesso in territori urbanizzati senza una reale pianificazione.

Non è un caso se molte delle città più esposte si trovano in prossimità di catene montuose o in aree sismiche ancora attive. L’intera dorsale appenninica registra da anni un tasso di frane rilevante, con comunità che convivono quotidianamente con un rischio strutturale.

Prevenzione mancata e abusivismo

Il nodo centrale resta la prevenzione. O, meglio, la sua assenza. Come ha ricordato Francesco Peduto, ex presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi, proposte concrete per misure preventive esistono da tempo. Ma si sono spesso arenate contro l’instabilità politica e la mancanza di continuità istituzionale. Ogni cambio di governo ha rimesso tutto in discussione, riportando il Paese “punto e da capo”.

A questo si aggiunge il peso dell’abusivismo edilizio, una ferita aperta soprattutto nelle aree più fragili. Costruzioni sorte ignorando mappe di rischio e vincoli ambientali hanno aumentato l’esposizione di intere comunità, trasformando eventi naturali in disastri annunciati.

Un’Italia che rincorre le emergenze

Il cambiamento climatico sta accelerando processi già in atto, rendendo più frequenti piogge intense, smottamenti, colate di fango e fenomeni estremi anche in zone storicamente considerate sicure. Ma il punto di partenza, come ricorda l’ISPRA, è una fragilità strutturale aggravata da decenni di consumo di suolo e urbanizzazione incontrollata.

«Continuiamo a rincorrere le emergenze invece di lavorare sulla prevenzione», ha denunciato Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente. A pagare il prezzo più alto sono sempre gli stessi: cittadini, imprese, territori. Niscemi, oggi, non è un’eccezione. È un avvertimento che l’Italia continua a ignorare.

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