Un traffico internazionale organizzato con una catena logistica precisa, trasporti ripetuti e quantitativi ingenti di hashish provenienti dalla Spagna e destinati al mercato italiano. È il cuore dell’indagine ricostruita dal GIP di Milano nel provvedimento del 2 febbraio 2026, che descrive un sistema di importazione strutturato e consolidato nel tempo.Secondo gli atti, il traffico seguiva uno schema operativo stabile. La droga veniva acquistata in territorio spagnolo, caricata su autovetture o mezzi condotti da soggetti reclutati dall’organizzazione e trasferita verso l’Italia attraverso viaggi su gomma. Il trasporto avveniva spesso con il supporto di auto “staffetta”, incaricate di precedere il veicolo principale per individuare eventuali controlli e segnalare modifiche di percorso. Questo sistema, evidenzia il giudice, veniva utilizzato in più occasioni e rappresentava uno degli elementi distintivi dell’organizzazione.
Uno degli episodi principali riguarda l’importazione di un carico compreso tra 220 e 320 chilogrammi di hashish, per un valore stimato attorno agli 800 mila euro. La sostanza, secondo la ricostruzione investigativa, veniva trasportata in Italia dopo essere stata caricata su veicoli individuati dall’organizzazione e condotti da soggetti incaricati del viaggio. In un altro episodio documentato, gli investigatori sequestrano 86 chilogrammi di hashish con un principio attivo particolarmente elevato, elemento che aumenta il valore commerciale della partita. Questo quantitativo, come emerge dagli atti, era destinato alla successiva distribuzione sul territorio italiano dopo lo stoccaggio in basi logistiche. Il traffico non si limitava a un singolo episodio. Il provvedimento cita ulteriori trasporti, tra cui partite di circa 38 chilogrammi e altri carichi di decine di chilogrammi, segno di un’attività continuativa. Le operazioni avvenivano con modalità analoghe: carico in Spagna, trasferimento su strada, ingresso in Italia e deposito in appartamenti utilizzati come magazzini temporanei. Le indagini descrivono nel dettaglio anche le modalità di occultamento della droga. In un caso la sostanza viene sistemata in trolley e valigie, caricati su un’auto diretta verso l’Italia. Questo metodo consentiva di trasportare quantitativi rilevanti senza destare sospetti immediati.
Una volta arrivata in Lombardia, la droga veniva custodita in appartamenti nella disponibilità dell’organizzazione. Qui veniva suddivisa in partite più piccole e preparata per la distribuzione. Secondo gli investigatori, la fase di stoccaggio rappresentava un passaggio fondamentale del traffico, perché consentiva di diluire il rischio e organizzare le consegne a più destinatari.Il reclutamento dei trasportatori costituiva un altro elemento chiave del traffico. Dalle intercettazioni emerge che gli autotrasportatori venivano contattati e compensati con somme variabili, spesso tra 500 e 1000 euro, per effettuare il viaggio dalla Spagna all’Italia. Il loro ruolo era limitato al trasporto, mentre l’organizzazione manteneva il controllo dell’intera operazione. Il quadro ricostruito si inserisce in un contesto più ampio che vede da anni le organizzazioni criminali dell’area balcanica assumere un ruolo crescente nei traffici di stupefacenti in Italia. Gruppi familiari o clan provenienti dall’ex Jugoslavia, dalla Bosnia e dalla Serbia sono spesso coinvolti nella logistica del trasporto su gomma e nella distribuzione al dettaglio, sfruttando reti transnazionali e una forte mobilità tra diversi Paesi europei. Queste strutture, meno gerarchiche rispetto alle mafie tradizionali ma estremamente flessibili, operano frequentemente in collaborazione con fornitori spagnoli o con intermediari legati alle rotte marocchine dell’hashish, gestendo i passaggi di frontiera e il trasferimento verso il Nord Italia.
Nel caso ricostruito dal GIP, il traffico risultava supportato da una logistica articolata: veicoli con targhe estere, telefoni dedicati, appartamenti utilizzati come depositi e una rete di persone incaricate delle diverse fasi. Questo sistema permetteva all’organizzazione di effettuare importazioni ripetute riducendo i rischi e mantenendo continuità operativa.Le comunicazioni tra i membri del gruppo avvenivano con linguaggio criptico, utilizzando riferimenti indiretti allo stupefacente e alle operazioni in corso. Tuttavia, l’analisi incrociata delle intercettazioni con i servizi di osservazione ha consentito agli investigatori di ricostruire la sequenza dei viaggi, individuare i veicoli e documentare le fasi di consegna. Secondo il GIP, l’ingente quantitativo complessivo di stupefacente movimentato e la ripetizione dei trasporti dimostrano la natura professionale del traffico. L’organizzazione non si limitava a operazioni occasionali, ma gestiva una vera e propria filiera internazionale, dalla fornitura in Spagna alla distribuzione in Italia. Il quadro delineato dagli atti descrive quindi un traffico strutturato e continuativo, basato su trasporti su gomma, staffette, basi logistiche e coordinamento familiare. Un sistema capace, secondo l’accusa, di importare centinaia di chilogrammi di hashish e immetterli sul mercato italiano attraverso una rete organizzata e stabile nel tempo.
