In Italia ora c’è pure un’università islamica. O almeno così viene presentata. In un edificio anonimo del Veronese, nell’indifferenza generale, si insegna la sharia, con titoli presentati come lauree e sfarzose cerimonie di consegna dei diplomi. Toghe blu bordate d’oro, palco, centinaia di persone in sala: scene che ricordano le graduation degli atenei americani.
È questo il progetto del Bayan – Istituto italiano degli studi islamici e umanistici, che ha sede a San Giovanni Lupatoto. Sul sito ufficiale si parla di formare imam e guide religiose e tra le varie offerte didattiche spicca un corso triennale in scienze islamiche. Nella pagina di presentazione del programma si legge che al termine del percorso viene rilasciato un «certificato equivalente a un diploma di laurea triennale».
Il fantasma del riconoscimento ministeriale
Subito dopo compaiono anche le quote richieste agli studenti: 1.500 euro all’anno, per un totale di 4.500 euro per l’intero percorso. Tutto deve avvenire nel rispetto delle regole religiose. All’interno uomini e donne devono mantenere sempre una certa distanza. Le lezioni si svolgono nella stessa aula, ma in file separate: da una parte le femmine, tutte con il velo; dall’altra i maschi.
I corsi, poi, sono tenuti da docenti presentati come “dottori”, con studi, pubblicazioni e percorsi di ricerca alle spalle. Ma non è chiaro dove e come si siano formati. Tra le materie insegnate compaiono scienze del Corano, diritto e cultura islamica. E poi c’è anche qualcosa di particolarmente singolare: i «professori di purificazione». A rendere tutto ancora più opaco è un altro dettaglio: la pagina del sito con queste informazioni – consultata da Panorama – ora è stata oscurata.
Ma il nodo vero è un altro: per lo Stato quell’università non esiste. In un video di presentazione diffuso online, l’istituto afferma di aver già avviato il percorso per ottenere il riconoscimento del ministero dell’Università italiano, auspicando di acquisirlo «nel più breve tempo possibile, Inshallah». Chi scrive ha contattato telefonicamente il responsabile delle relazioni esterne dell’istituto, Mohammad Bamoshmoosh, fingendosi interessata a frequentare i corsi. Per prima cosa è arrivata una verifica religiosa: «Sei musulmana, vero?».
La smentita del MUR e i legami con lo Yemen
Subito dopo ecco un’altra precisazione: «Prima devi imparare l’arabo, altrimenti non puoi iscriverti». E quando si passa al tema del riconoscimento ministeriale dell’istituto, Bamoshmoosh prova a rassicurare: «Non ti preoccupare di questo, è un discorso che stiamo portando avanti…». Poi riaggancia, dicendo di avere fretta. Eppure, secondo il ministero dell’Università e della Ricerca, l’istituto non solo non è riconosciuto, ma ai suoi uffici non risultano nemmeno domande di autorizzazione o procedure in corso per il rilascio di titoli accademici.
Contattato da Panorama, il Mur ha confermato che non esistono pratiche in istruttoria per filiazioni universitarie o autorizzazioni secondo la normativa che disciplina la presenza in Italia di istituzioni universitarie straniere. Insomma, il Bayan si presenta come un’università, ma non lo è. E la visura rivela anche che dietro l’istituto che promette diplomi equivalenti a una laurea non c’è un ateneo o una fondazione accademica, ma un’organizzazione religiosa: l’Associazione islamica italiana degli imam e delle guide religiose, con sede a Roma.
Altre zone d’ombra emergono quando si prova a capire il background di chi ci insegna. Incrociando i nomi che compaiono nelle attività del centro con profili social e materiali pubblici online, affiora un elemento ricorrente. Diversi docenti e dirigenti dell’istituto risultano formati nello Yemen, in ambienti dell’istruzione religiosa islamica. Per esempio Aref Al Jalal, indicato tra i «professori», nella sua pagina social riporta di aver studiato all’Università Al-Iman di Sana’a.
L’ombra della Fratellanza Musulmana e dell’intelligence
Lo stesso ateneo compare anche nel percorso formativo del presidente dell’istituto, Anwar Abdulbaqi Shams Addin, che nel suo profilo Facebook indica a sua volta studi presso la stessa università. Ma la Al-Iman non è un istituto religioso qualunque. È stato fondato dal predicatore yemenita Abdul Majid al-Zindani, inserito nel 2004 dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti nella lista dei terroristi internazionali e indicato anche dalle Nazioni Unite come un membro di Al-Qaeda.
Al-Zindani sarebbe stato negli anni Ottanta e Novanta la guida spirituale di Osama bin Laden e avrebbe avuto un ruolo nel reclutamento e nella raccolta di fondi per la rete jihadista. E proprio Aref Al Jalal, uno dei docenti di primo piano del Bayan, ha condiviso sui social un messaggio di cordoglio per la morte di al-Zindani, descrivendolo come una figura religiosa di riferimento.
Ma c’è dell’altro. Il contesto in cui si inseriscono queste figure rimanda anche al mondo della Fratellanza musulmana, movimento islamista internazionale con l’obiettivo di promuovere una società governata dai principi della sharia. Nel corso del tempo la Fratellanza ha costruito una rete transnazionale di associazioni religiose, culturali e politiche attive in numerosi Paesi. Il movimento, lo ricordiamo, è da anni al centro di forti controversie.
Alcuni governi mediorientali – tra cui Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – l’hanno designato come organizzazione terroristica, mentre diversi servizi di sicurezza europei lo considerano uno dei principali vettori dell’islamismo politico nel continente. Anche in Italia il fenomeno è oggetto di attenzione da parte degli apparati di sicurezza, che monitorano le reti associative e religiose riconducibili a quell’area ideologica. Diversi studi sull’islamismo politico indicano proprio l’ateneo yemenita Al-Iman – da cui provengono alcune delle personalità legate al Bayan – come uno dei centri di formazione religiosa vicini a quest’area ideologica nello Yemen.
Anche una ricognizione dei contenuti pubblicati sui social da alcune figure di riferimento dell’istituto veronese contribuisce a delineare il contesto. In diversi post compaiono elogi a figure religiose legate al movimento islamista, come il giurista iracheno Abdul Karim Zidan, storico esponente della Fratellanza, accusato dagli Usa di legami con ambienti jihadisti. Questi elementi di affinità si inseriscono poi in un quadro più ampio.
Il nome dell’istituto Bayan compare infatti in un dossier dell’intelligence francese dedicato alla presenza della Fratellanza musulmana in Europa. Secondo il dossier, questa organizzazione funziona su cerchi concentrici: al centro un nucleo ristretto di militanti e ideologi, attorno una galassia di associazioni, centri culturali e istituzioni religiose che ne diffondono l’impostazione. Strutture che possono promuovere la re-islamizzazione della società, separatismo comunitario e talvolta progetti di sovversione politica.
È proprio nel contesto di queste reti di formazione religiosa che il rapporto cita anche l’istituto veronese. E infatti l’orizzonte del Bayan non sembra limitarsi al contesto locale. Tra gli ospiti della cerimonia di «laurea» compare anche Abdulrahman Al-Mutawa, vice direttore generale della International Islamic Charitable Organization, grande fondazione caritativa con sede in Kuwait attiva nel finanziamento di progetti educativi e religiosi in numerosi Paesi del mondo islamico.
La presenza di un alto dirigente di questa organizzazione del Golfo non passa di certo inosservata. In passato la charity kuwaitiana è comparsa in indagini statunitensi e in rapporti delle Nazioni unite sul finanziamento del terrorismo. Alcune sue filiali furono chiuse o poste sotto osservazione con il sospetto che parte dei fondi raccolti potesse finire in circuiti estremisti.
A questo punto la domanda è inevitabile: che cos’è davvero il Bayan? Un’università che per lo Stato non esiste, con «lauree» in sharia e una rete di relazioni che porta fino allo Yemen, dove alcuni dei suoi docenti si sono formati in ambienti religiosi in cui si predica il jihad armato. Un quadro che solleva più di un interrogativo su ciò che si cela dentro quell’edificio anonimo alle porte di Verona.
