Invasi gruviera, miliardi di litri d’acqua che finiscono in mare invece di irrigare le campagne arse dal sole, dighe abbandonate o con lavori in corso da oltre un secolo. Poi condutture vetuste che perdono per mancanza di manutenzione, reti idriche interrotte.
È la priorità di ogni governo e ad ogni estate si ripresenta puntuale con l’esplosione della siccità. Ci si chiede come mai dopo un inverno piovoso, anche con nubifragi e esondazioni di fiumi, puntualmente torni l’emergenza acqua.
Il governo Meloni con il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, sembra intenzionato a dare una risposta risolutiva a questa criticità. «Il nostro obiettivo è ridurre il numero dei gestori dei servizi idrici perché ciò significa operatori più robusti, una gestione manageriale in grado fare investimenti e piani d’ammortamento che usi moderni strumenti come la digitalizzazione per far fronte a un sistema idrico che ha perdite per oltre il 40 per cento», ha detto il ministro. Il problema verrebbe affrontato alla radice ovvero sfoltendo quella miriade di realtà locali di gestione del sistema idrico e che finora ha fallito.
Lo scenario nazionale è drammatico. In Sicilia c’è il paradosso dell’incapacità di raccogliere le grandi precipitazioni e di dover svuotare i bacini delle dighe perché non riescono a reggere la pressione dell’acqua oltre una certa soglia. Ma anche le regioni virtuose del Nord-Ovest, che hanno la minore dispersione per una manutenzione più attenta delle condutture, non riescono ad affrontare le precipitazioni più violente che vengono immagazzinate solo in piccola parte.
L’Italia è ricchissima di acqua con piogge che superano annualmente i 300 miliardi di metri cubi però, per carenze infrastrutturali, riesce a trattenerne solo l’11 per cento. Un rubinetto che sgocciola riesce a sprecare circa 10 mila litri di acqua in un anno. Figurarsi gli acquedotti che hanno oltre mezzo secolo di vita. Il 60 per cento, più di 30 anni e il 25 per cento oltre 50. Secondo le statistiche dell’Istat, ogni anno vengono immesse nelle reti comunali di distribuzione circa 8 miliardi di metri cubi di acqua, ma di questi solo circa 4,7 miliardi raggiunge effettivamente gli utenti con una perdita di 3,4 miliardi di metri cubi, ovvero 9,3 milioni di metri cubi buttati ogni giorno. È un volume che corrisponde al 42 per cento dell’acqua immessa nelle reti. Il problema non sono solo gli acquedotti. Tutta la rete è malmessa.
Ci sono dighe con lavori in corso da decenni e bacini pieni di detriti. L’invaso del Pappadai, nel tarantino, è una delle grandi incompiute. Costruita fra il 1994 e il 1997, la diga è rimasta abbandonata per oltre 30 anni e solo ad aprile scorso il Consorzio di bonifica Centro Sud ha consegnato i lavori per il recupero degli impianti. Un altro caso è quello della diga del Rendina, vicino a Lavello in Basilicata. Realizzata alla fine degli anni Cinquanta, nel 2005 fu svuotata per problemi di tenuta statica. Da vent’anni, dunque, se ne attende la riattivazione. Potrebbe contenere fino a 20 milioni di metri cubi d’acqua. A settembre 2025 è stato pubblicato il decreto, firmato dal ministro delle infrastrutture Matteo Salvini, che finanzia il recupero funzionale della diga, con oltre 113 milioni di euro del Pnrr.
Un tentativo di modernizzare la rete idrica fu fatto con la legge Galli del 1994, che voleva segnare il passaggio da una gestione frammentata a livello di singoli Comuni, a una gestione industriale e integrata. Per superare la miriade di migliaia di piccoli acquedotti comunali, il territorio nazionale è stato diviso in Ato (Ambiti territoriali ottimali), ognuno dei quali gestito da un ente d’Ambito che pianifica gli investimenti.
La legge stabiliva che per ogni Ato dovesse esserci un unico gestore (pubblico, privato o misto). L’obiettivo era creare pochi, grandi “campioni” industriali capaci di fare investimenti strutturali per ridurre le perdite. L’attuazione di questa legge è stata lenta, parziale e geograficamente a macchia di leopardo per resistenze locali. Le amministrazioni, spesso per una serie di motivazioni che vanno dalla ricerca del consenso alla incapacità di contrastare alcune forme di potere economico locale ma anche la semplice ignoranza del problema, hanno contrastato i tentativi di “esproprio” della gestione delle reti idriche. Nonostante queste difficoltà, la legge è ancora attiva ed è stata recepita nel Testo unico ambientale del 2006. Oggi grazie ai fondi del Pnrr si sta cercando di accelerare il processo di modernizzazione della rete e il progetto annunciato da Pichetto Fratin di ridurre il numero dei gestori va in questa direzione.
L’Anbi, l’Associazione nazionale dei consorzi di bonifica, enti pubblici economici che gestiscono una infrastruttura di 231mila chilometri di canali naturali e artificiali, ha proposto un piano per l’efficientamento della rete idrica che prevede la realizzazione di 10 mila invasi, entro il 2030, di cui 400 esecutivi. «Gli invasi sono pronti a raccogliere e stoccare l’acqua sia piovana che reflua di qualità per ricaricare le falde e renderla disponibile per uso potabile, per produrre energia elettrica , per ospitare pannelli fotovoltaici che non impattano sul consumo del suolo e per produrre energia da idroelettrico», spiega il direttore generale dell’Anbi, Massimo Gargano. Come mai i sindaci sono riluttanti a perdere il controllo sulla rete idrica del loro territorio? «Semplice, l’acqua è troppe volte uno strumento di potere politico» commenta. Poi ricorda il paradosso del fiume Verdura in Sicilia, dove milioni di metri cubi di acqua dolce finiscono in mare, durante i periodi di piena, mentre gli invasi locali sono vuoti e l’agricoltura e il turismo soffrono quelle siccità di cui abbiamo ancora memoria recente. «Altro paradosso è spendere soldi per impianti di desalinizzazione piuttosto che realizzare invasi multifunzionali che danno sicurezza idrogeologica ai cittadini». Poi aggiunge che «l’obiettivo Paese deve essere quello di raccogliere almeno il 30 per cento dell’acqua piovana contro l’attuale 11 per cento».
Eppure i consumatori si cullano nell’illusione che questa risorsa sia illimitata. Solo il 22 per cento degli italiani ritiene veritiere le previsioni del World resources institute sul fatto che l’Italia sarà in una situazione di stress idrico entro il 2040. Tant’è che il consumo di acqua nel nostro Paese è superiore al resto d’Europa. Siamo in prima posizione (tra i 150 e i 350 litri per abitante al giorno, contro una media Ue di 125) e al terzo posto su scala mondiale. Sopra di noi solo Stati Uniti e Canada. Ora però siamo all’ultima chiamata per mettere paletti e combattere gli sprechi.
