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Italia snodo europeo dei documenti falsi: da Bologna alle espulsioni, il filo rosso della sicurezza

Italia snodo europeo dei documenti falsi: da Bologna alle espulsioni, il filo rosso della sicurezza

L’arresto di un cittadino russo accusato di fabbricare documenti contraffatti e l’espulsione di un pakistano ritenuto pericoloso per la sicurezza nazionale confermano un dato strutturale: il territorio italiano resta centrale nelle dinamiche della falsa identità e delle reti transnazionali.

L’Italia continua a occupare una posizione di primo piano in Europa nella fabbricazione e circolazione di documenti di identità falsi, un settore sommerso che alimenta non solo l’immigrazione irregolare e la criminalità organizzata, ma anche circuiti estremisti e reti jihadiste. L’operazione condotta a Bologna dalla Polizia di Stato rappresenta l’ennesima conferma di un fenomeno che non ha carattere episodico, ma sistemico. Nelle prime ore di questa mattina, personale della Sezione Antiterrorismo della DIGOS di Bologna, con il coordinamento della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione, ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di un cittadino russo, classe 1990. Il provvedimento, disposto dal GIP del Tribunale di Bologna su richiesta della Procura, riguarda il reato di possesso e fabbricazione di documenti di identificazione falsi, validi per l’espatrio. La misura si inserisce in una complessa attività investigativa avviata nel giugno 2025, quando nel centro cittadino di Bologna due cittadini russi – uno nato nel 1988 e l’altro nel 1990 – erano stati fermati e trovati in possesso di documenti contraffatti di elevata qualità. In quella circostanza il primo era stato arrestato, mentre il secondo era stato indagato a piede libero. Gli approfondimenti successivi hanno però fatto emergere un quadro ben più allarmante. Su entrambi gravava un mandato di arresto internazionale, emesso dalle autorità della Federazione Russa e inserito nel sistema Interpol tramite Red Notice. Le accuse facevano riferimento all’affiliazione all’organizzazione terroristica Imarat Kavkaz e alla partecipazione diretta a combattimenti in Siria negli anni di massima operatività dello Stato Islamico. Nato nel 2007 sulle ceneri dell’insurrezione cecena, l’Imarat Kavkaz si è presentato come un emirato islamico con l’obiettivo di imporre la sharia nel Caucaso del Nord. A guidarlo fu Doku Umarov, che trasformò una ribellione nazionalista in un progetto jihadista transnazionale. Il gruppo operò soprattutto in Cecenia e Daghestan, conducendo attentati e azioni di guerriglia contro le forze di sicurezza russe. Il suo declino iniziò tra il 2014 e il 2015, quando una parte consistente dei combattenti giurò fedeltà allo Stato Islamico, confluendo nella Wilayat Kavkaz. Designato come organizzazione terroristica da Russia, Stati Uniti e Unione europea, l’Imarat Kavkaz oggi è formalmente inattivo, ma resta un passaggio chiave per comprendere l’evoluzione del jihadismo nel Caucaso.

La Corte d’Appello di Bologna, pur convalidando gli arresti, ha escluso l’estradizione verso la Russia, richiamando l’attuale contesto internazionale e le criticità legate alle garanzie dei diritti fondamentali. Una decisione che ha spostato l’azione repressiva sul piano interno: entrambi gli stranieri sono stati indagati per falso documentale, con il sequestro dei dispositivi elettronici in loro uso. È proprio dall’analisi dei device sequestrati che gli investigatori hanno ricostruito l’esistenza di una capacità operativa autonoma nella produzione di documenti falsi, non limitata al semplice utilizzo. Un elemento decisivo che ha portato all’emissione della misura cautelare in carcere per il cittadino russo più giovane, mentre il connazionale resta detenuto in seguito a una condanna già pronunciata per lo stesso reato. Il caso di Bologna non è isolato. Solo ieri, le autorità italiane hanno disposto l’espulsione di un cittadino pakistano, ritenuto pericoloso per la sicurezza nazionale, nell’ambito delle attività di prevenzione antiterrorismo. Anche in quel caso, secondo ambienti investigativi, il profilo dell’uomo evidenziava elementi di opacità legati all’identità e ai percorsi di permanenza sul territorio, confermando come il tema dei documenti e delle false generalità resti centrale nelle strategie di contrasto. Due episodi distinti, ma legati da un filo rosso evidente: la falsa identità come strumento chiave. Dalla fabbricazione materiale dei documenti alla loro utilizzazione per eludere controlli, muoversi nello spazio Schengen o radicarsi sul territorio, il falso documentale continua a rappresentare un moltiplicatore di rischio. In questo quadro, l’Italia si conferma uno dei principali hub europei. Un ruolo spiegabile con una combinazione di fattori: competenze tecniche consolidate, reti criminali ibride, capacità di produrre documenti di alta qualità e una posizione geografica che rende il Paese una piattaforma logistica naturale tra Mediterraneo ed Europa continentale.Le indagini antiterrorismo mostrano come il falso documentale non sia più un reato accessorio, ma un nodo strategico che incrocia sicurezza interna, terrorismo internazionale e criminalità organizzata. Un’infrastruttura silenziosa, spesso sottovalutata, che continua a offrire strumenti decisivi a chi opera nell’ombra.

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