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Garlasco, Stasi si lavó le mani dal pomodoro. Non dal sangue

Garlasco, Stasi si lavó le mani dal pomodoro. Non dal sangue

Il giudice Vitelli torna sul delitto di Garlasco: ragionevole dubbio, indagini a senso unico e l’impronta sul dispenser del sapone

In un caso come quello di Garlasco, il «ragionevole dubbio» è probabilmente la strada più intelligente da seguire. Altrimenti si rischia di avere un innocente che sconta ingiustamente la pena in carcere, un nuovo indagato (forse innocente pure lui) la cui vita è stata rovinata e tanti, tanti errori investigativi e giudiziari che pesano come macigni sulla fiducia delle persone nella magistratura e nelle forze dell’ordine.

Perché indagare è lecito, ci mancherebbe, ma giudicare e condannare (anche a livello mediatico) prima di avere delle prove inconfutabili, quello no. La posta in gioco è troppo alta. È in questo quadro intricato che si inserisce una delle «prove confutabili» che contribuì a condannare colui che ancora oggi è (con dubbi più che ragionevoli) ritenuto l’unico colpevole. L’impronta di Alberto Stasi nel bagno di casa Poggi, secondo il giudice che lo assolse in primo grado, non serve a dimostrare che abbia lavato via il sangue di Chiara. Serve, semmai, a dimostrare il contrario. Lo sostiene Stefano Vitelli, magistrato oggi al tribunale del Riesame di Torino, in un’intervista a Il Giorno in occasione dell’uscita del suo libro Il ragionevole dubbio di Garlasco, scritto con il giornalista Giuseppe Legato e pubblicato da Piemme.

I ragionevoli dubbi di Vitelli

La ricostruzione accusatoria è nota: l’assassino sarebbe entrato nel bagno della villetta per ripulirsi dopo il delitto. Stasi avrebbe lasciato quell’impronta sul dispenser lavandosi le mani sporche di sangue. Vitelli smonta il ragionamento punto per punto. «Nel lavandino non c’era sangue, non ce n’era neppure nello scarico», ricorda. Il lavandino era quello di una casa normale, vissuta. Niente di più.

E allora quando fu lasciata quell’impronta? La sera prima, risponde il giudice, quando Stasi aveva mangiato una pizza con Chiara e lavorato alla tesi. «È ragionevole credere che la sua impronta sul dispenser sia stata lasciata quando ha lavato le mani, sporche non di sangue ma di pomodoro». Un dettaglio piccolo, apparentemente, ma che nella logica del ragionevole dubbio pesa quanto una sentenza, perché è lì che si annida la (massiccia) differenza fra una condanna e un’assoluzione.

Le indagini «a senso unico»

Vitelli non mette in discussione la colpa di qualcuno in particolare. Mette in discussione il metodo. Fin dall’inizio, sostiene, l’inchiesta si sarebbe concentrata quasi esclusivamente su Stasi, trascurando altre piste. «A Garlasco c’erano altre persone che conoscevano Chiara», dice. L’idea che la ragazza non avrebbe aperto la porta a uno sconosciuto, argomento spesso citato per rafforzare la tesi accusatoria contro il fidanzato, per lui è «debole». «È una ricostruzione suggestiva, fondata sulle probabilità. Ma non è così».

C’è anche il nodo dell’alibi informatico. Stasi quella mattina stava lavorando al computer: un elemento che avrebbe potuto ridefinire i tempi dell’indagine. «Se fosse stato scoperto subito, forse Stasi sarebbe rimasto tra gli indagati ma non sarebbe stato il solo», osserva Vitelli. Invece ci volle un anno e mezzo. Nel frattempo, il perimetro investigativo si era già cristallizzato attorno a lui.

Ecco, il libro di Vitelli si basa interamente sul dubbio (anche dal punto di vista filosofico). Se i fatti non tornano, se non esistono certezze, meglio essere cauti. Come cauto (ragionevolmente) fu Vitelli quando assolse Stasi in primo grado. E allora bisogna continuare a indagare, fino a che non si trovino delle prove inoppugnabili. Allora sì che si può condannare. Oltre ogni ragionevole dubbio, appunto.

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