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Garlasco, «c’erano tre persone nella casa»: la tesi della difesa di Stasi

Garlasco, «c’erano tre persone nella casa»: la tesi della difesa di Stasi

L’avvocata Boccellari: almeno tre soggetti sulla scena del crimine. E il messaggio criptato di Bertani, amico suicida di Sempio: «C’era una ragazza lì che sapeva»

Durante l’omicidio di Chiara Poggi, nella villetta di Garlasco ci sarebbero state altre due persone oltre ad Andrea Sempio. È la tesi che l’avvocato di Alberto Stasi, Giada Boccellari, espone al Corriere della Sera. Una ricostruzione che, se confermata, cambierebbe radicalmente il quadro del delitto: «L’azione omicidiaria avviene in tre fasi e, almeno nelle prime fasi, non si può escludere la presenza di altri soggetti».

La difesa di Stasi sostiene che le piste su satanismo, pedofilia e Madonna della Bozzola al momento non sembrano riscontrate. Il vero movente, secondo Boccellari, «si capirà solo dopo che verrà accertato chi c’era sulla scena del crimine». Già nel 2007 il consulente della difesa aveva parlato di due persone. Ora l’ipotesi si allarga a tre.

Nel frattempo Stasi, condannato in via definitiva, «vive in una sorta di bolla di sapone. Lo informiamo per grandi linee, ma poi tende a non leggere i giornali e a non vedere la tv. Penso sia un meccanismo di difesa», racconta l’avvocato.

Bertani, l’amico suicida di Sempio

Al puzzle si aggiunge inoltre una nuova tessera particolarmente inquietante. Secondo il settimanale Gente, la frase postata su Facebook da Michele Bertani, amico di Sempio suicidatosi misteriosamente, conteneva un messaggio nascosto. Due settimane dopo la condanna definitiva di Stasi, Bertani aveva pubblicato la strofa di una canzone dei Club Dogo, che ci teniamo a riportare: «La Verità Sta Nelle CoSe Che NeSSuno sa!!! La Verità nessuno mai te la racconterà».

Eliminando le lettere maiuscole, quelle minuscole rimaste formerebbero, una volta trasmutate nell’alfabeto ebraico, la frase: «C’era una ragazza lì che sapeva». Bertani aveva scelto come nickname «Mem He Shin», che nella mistica ebraica richiama il Quinto nome di Dio. Un dettaglio che aggiungerebbe profondità simbolica a un messaggio già di per sè molto enigmatico. Ora, siamo ben lungi dall’essere complottisti. Ma siccome nel delitto di Garlasco tutto conta, qualsiasi dettaglio potrebbe rappresentare una prova decisiva, meglio non omettere nulla. Anche perché il suicidio di Bertani è particolarmente angosciante, e rappresenta senza dubbio uno dei punti più oscuri del caso.

L’enigma dell’auto nera

E poi c’è l’auto. Nel 2007 Bertani aveva a disposizione una Golf nera immatricolata nel 2004. Simile a quella che un testimone, Marco Muschitta, disse di aver visto parcheggiata vicino a casa Poggi la mattina del delitto. «Entrato in via Pascoli ho visto una macchina in sosta sulla sinistra, di colore scuro, in un piccolo spiazzo. Era parallela alla strada, il muso rivolto verso via Pavia. Non ho visto persone», dichiarò a verbale.

Muschitta ritrattò tutto il giorno stesso e per anni si è parlato erroneamente di un Suv. Ma forse si trattava proprio della Golf di Bertani, immortalata in una foto. Un dettaglio che all’epoca fu considerato inattendibile e che ora torna a galla. Come già detto in precedenza, a Garlasco tutto conta. Tutto va preso in considerazione, cosa che non era stata fatta, negli anni, durante quelle sciagurate indagini che, errore dopo errore, omissione dopo omissione, hanno portato ad oggi. E oggi, la verità resta ancora avvolta nel mistero.

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