Con il fu Jeffrey Epstein sperano d’incastrare Donald J. Trump, ma ci sono almeno due presidenti democratici degli Usa sulla graticola: Bill Clinton e Barak Obama. Così Joe Biden si è rifiutato di pubblicare gli Epstein file; lo ha fatto The Donald. E ora s’è aperta la caccia all’uomo tra i 3,5 milioni di documenti; pochi si accorgono che nell’affare sporco a contare molto sono le donne. Non le vittime, ma Hillary Clinton, Kathryn Ruemmler, Lesley Groff, Lynn Forester de Rothschild, Sarah Ferguson e la Regina di spade che nei tarocchi è fonte di ogni male: Ghislaine Maxwell.
Ci sono altri due fraintendimenti, uno costruito ad arte: che sia la destra ad aver alimentato i traffici immondi del pedo-finanziare. In realtà Epstein era un elettore democratico e ha finanziato il partito con cifre dieci volte superiori a quanto elargito ai repubblicani: tra il 1989 e il 2018 ha dato 147 mila dollari ai democratici e 18 mila ai repubblicani. I maggiori beneficiari sono stati Bill e Hillary Clinton, il senatore Chuck Schumer, John Kerry, Richard Gephardt e Chris Dodd. Epstein, novello e perverso Karl Marx invera la profezia «un fantasma s’aggira per l’Europa». Ha costituito un’Internazionale socialista della smodata lussuria in cambio di segreti di Stato. Da spregiudicato operatori di Borsa ha attuato un sistema Ponzi con le ragazze per cui quelle adescate guadagnavano più soldi se portavano altre ragazze e l’insider trading dell’orgia per ricevere informazioni da trasformare in soldi. Le sue minorenni spedite ai quattro angoli del globo con l’aereo ribattezzato “Lolita express” erano tutte “honey trap”: trappole al miele per chi conta nel mondo. E la sinistra conta molto. L’altro fraintendimento è non aver compreso che si sono saldati due network: quello di Jeffrey e quello di Ghislaine, ereditato dal padre Robert Maxwell. Lui aveva trasformato Headington Hill Hall, la residenza di famiglia – per contrappasso oggi ospita la facoltà di Giurisprudenza di Oxford – in una centrale dei servizi segreti occidentali in stretta connessione col Mossad. Ghislaine l’ha portata in dote a Jeffrey in cambio della soddisfazione delle sue perversioni. Logico che Londra fosse la filiale dell’Upper East side di Manhattan dove Epstein aveva la sua centrale operativa. In manette è finito Andrea Mountbatten-Windsor e ora lo scandalo tocca anche Re Carlo III.
La prova che Jeffrey facesse affari grazie al Labour party viene dalle manette a Peter Mandelson, che Keir Starmer, il primo ministro britannico laburista, ha nominato ambasciatore a Washington. A Mendelson, Epstein ha dato almeno 75 mila sterline in cambio di segreti. Nel giro che rischia di travolgere Starmer c’era anche Morgan McSweeney, capo dello staff di Downing Street. Mandelson è stato lo spin doctor di Tony Blair e amicissimo di Andrea. Commissario al Commercio nell’Ue ha esportato – pare – dalle parti di Bruxelles tutti, ma proprio tutti, gli interessi di Epstein. Nel governo di Gordon Brown è stato ministro dell’Industria, artefice del New Labour che piaceva tanto a tutta la gauche caviar europea, lobbista instancabile che usa due leve: l’appartenenza alla comunità ebraica e a quella gay. Sarah Ferguson coniugata Windsor sapeva e batteva continuamente cassa. La corsa di Mandelson è finita con un arresto per sospetta «cattiva condotta in un ambito pubblico».
Attraversando la Manica, poi, si svolta sempre a sinistra. La Procura francese indaga su Jack Lang, per un decennio ministro socialista della Cultura con Mitterand. Sotto inchiesta anche sua figlia Caroline: aveva una società off-shore col pedo-finanziare. S’indaga anche su uno degli enfant gâté della sinistra francese: il diplomatico Fabrice Aidan, citato oltre 200 volte nei file, che fin da quando era a New York ha avviato scambi d’informazioni con Epstein.
Torna caldissima la pista della improvvisa scomparsa nel 2022 di Jean-Luc Brunel. Era il procacciatore di modelle, sapeva tutto della Parigi osé, dovevano processarlo per traffico sessuale, lo hanno trovato impiccato come il suo “capo” in una cella della Santé.
Si sale in Norvegia dove l’aspirante regina Mette-Marit flirta via mail con Epstein. Il figlio Marius Borg Høiby, 29 anni, è stato arrestato per stupro. Deve aver imparato dall’amico americano. Ci si chiede se l’amicizia tra la principessa e il pedo-finanziere non abbia compromesso il governo e la Comunità europea: ben due ministri degli Esteri norvegesi, Thorbjørn Jagland, che era anche segretario del Consiglio d’Europa – quello che si occupa anche di diritti umani! -, e Børge Brende, erano in corrispondenza di danarosi sensi con Epstein. Jagland è uno degli esponenti di spicco del partito laburista norvegese. Spunta il ministro degli Esteri slovacco, Miroslav Lajcák, braccio destro di Robert Fico, il premier socialdemocratico ed euroentusiasta, scambiare mail di questo tenore con Epstein: «Mosca ha petrolio e ragazze», col pedo-finanziere che risponde: «Le ragazze sono la migliore esportazione russa». L’internazionale degli invischiati con Epstein arriva negli Emirati, coinvolgendo Ahmed Bin Sulayem, imprenditore, presidente e Ceo di DP World, tra i principali gruppi logistici al mondo (a lui l’americano si rivolge con un «Mi è piaciuto molto il video della tortura» anche se non è chiaro il significato). Poi ci sono la Costa d’Avorio, la Mongolia, o la Russia, attraverso l’ambasciatore a Washington Vitalij Churkin.
Ma è negli Stati Uniti che Epstein ha il suo harem politico-affaristico. Coinvolge un nome che la sinistra europea ed italiana in particolare ha venerato: Larry Summers, già segretario del Tesoro con Bill Clinton e consigliere economico di Barack Obama. Dimettendosi dal board di Open AI, Summers – che per lo scandalo ha anche rinunciato a insegnare a Harvard – a proposito dei suoi rapporti con Epstein ha detto laconicamente: «Mi vergogno».
È una grande rete che ha pescato Noam Chomsky, il guru della cultura di sinistra americana, Woody Allen, Bill Gates, Alan Dershowitz (il penalista più noto d’America che per 60 anni ha militato nel partito democratico).
Ma la coppia “regina” è quella dei Clinton. Hillary ha provato a dire che Jeffrey lo conosceva appena, ha cercato di non testimoniare al Congresso, ma ha rischiato l’arresto. Si è accertato che Epstein è stato ricevuto alla Casa Bianca per 17 volte da Bill Clinton. Ghislaine Maxwell era tra gli invitati d’onore al matrimonio della figlia presidenziale Chelsea Clinton e ha finanziato con oltre un milione di dollari la fondazione benefica di famiglia. Attorno a quel salotto giravano l’avvocatessa Kathryn Ruemmel, consigliera legale di Barak Obama alla Casa Bianca e poi capo dell’ufficio legale di Goldman Sachs (da cui si è dimessa). Con lei c’erano Lynn Foster de Rothschild, che ha fondato il Council for Inclusive Capitalism, un’Ong per il capitalismo benefico. L’hanno fotografata 700 volte con Epstein. Tra soldi e politica c’è anche Jes Staley, finanziatore cospicuo dei democratici, l’uomo che in JPMorgan ha coperto tutta la finanza di Epstein. È lui che ha favorito l’incontro con Sergey Brin, co-fondatore di Google e primo sostenitore di Barak Obama. Così come David Brooks, tra i maggiori opinionisti del New York Times che ha contribuito a far avere ottima stampa a Epstein. Ora il NYT dice che Trump negli Epstein file c’è dentro fino al collo. Nei 3,5 milioni di documenti The Donald c’è, come ci sono Elon Musk e Steve Bannon, e il popolo Maga fa pressioni perché si sappia tutto. Ma per ora quello che si sa è che per incontrare Jeffrey Epstein bisogna scrutare in fondo a sinistra.
