Nell’inchiesta sulla strage di Capodanno a Crans-Montana, il problema non è solo ciò che è accaduto nella notte dell’incendio, ma ciò che è scomparso dopo. Prove non acquisite in tempo, materiali cancellati automaticamente, decisioni rinviate. Un accumulo di ritardi che oggi pesa come un’ipoteca sulla ricostruzione dei fatti e che spinge le parti civili a parlare apertamente di indagini compromesse.
Le 250 telecamere e il paradosso delle regole ignorate
Crans-Montana è uno dei comuni svizzeri con il più alto livello di videosorveglianza. Dal 2006 sono attive circa 250 telecamere, presentate dalla stessa polizia locale come uno strumento chiave per garantire sicurezza e alti tassi di risoluzione dei reati.
Eppure, proprio quelle immagini oggi non esistono più.
Secondo quanto rivelato dalla Neue Zürcher Zeitung, gran parte dei filmati della notte della strage e del giorno successivo è stata cancellata. La polizia è riuscita a recuperare solo i video girati tra la mezzanotte e le 6 del mattino del 1° gennaio, mentre tutto il materiale precedente e successivo è stato eliminato automaticamente una settimana dopo l’incendio.
Il comandante della polizia Yves Sautain, in una lettera inviata al Ministero pubblico e visionata dalla NZZ, ha confermato di non avere più accesso alle registrazioni. La richiesta di ulteriori immagini da parte del pubblico ministero titolare dell’indagine è arrivata solo il 15 gennaio, quando i file erano già stati cancellati.
Un dettaglio rende la vicenda ancora più controversa. Il regolamento interno prevede sì la cancellazione automatica dopo sette giorni, ma una raccomandazione stabilisce che in caso di reato i dati debbano essere distrutti al più tardi entro 100 giorni. Quel materiale, dunque, avrebbe potuto – e dovuto – essere ancora disponibile per gli inquirenti.
Ritardi che si accumulano
Quello delle telecamere non è un episodio isolato. Anche i sequestri seguono una tempistica che solleva interrogativi. Telefoni e computer dei coniugi Moretti vengono acquisiti tra il 9 e il 14 gennaio. Il sequestro del patrimonio immobiliare arriva solo il 15 gennaio.
Un patrimonio composto da quattro immobili – tre locali a Crans-Montana e la villetta di famiglia – per un valore stimato intorno ai cinque milioni di franchi. Per le parti civili, ogni giorno perso ha ridotto la possibilità di ricostruire scelte, comunicazioni e responsabilità nelle ore e nei giorni immediatamente successivi alla tragedia.
Lo scaricabarile arriva fino alle vittime
Ma è dalle dichiarazioni dei titolari del Constellation che emerge l’aspetto forse più duro dell’inchiesta. Il quotidiano francese Le Parisien ha riportato alcuni passaggi degli interrogatori del 20 e 21 gennaio, svolti davanti a una trentina di avvocati delle famiglie delle vittime.
Jacques Moretti ha attribuito l’innesco dell’incendio a Cyane Panine, cameriera di 24 anni morta nel rogo. Secondo la sua versione, sarebbe stata lei a portare in sala le bottiglie con le candele scintillanti:
“Non le ho proibito di farlo. Non le ho comunicato alcuna istruzione di sicurezza. Non abbiamo notato alcun pericolo. A Cyane piaceva farlo, era uno spettacolo, le piaceva mettere in scena uno spettacolo”.
Dichiarazioni confermate anche dalla moglie Jessica Maric. Moretti ha aggiunto che il personale non aveva ricevuto alcuna formazione specifica sulla sicurezza antincendio: “Non c’era formazione, ma durante una visita guidata venivano spiegate le procedure”.
Una linea difensiva che sposta le responsabilità sui dipendenti e che arriva a chiamare in causa una delle vittime, incapace per definizione di difendersi.
Queste affermazioni si inseriscono in un quadro già segnato da accuse pesanti. Un supertestimone ha riferito agli inquirenti che ai titolari la sicurezza non interessava: “Preferirono l’estetica alla sicurezza. Consigliai la schiuma ignifuga, ma dissero che non c’era budget”.
Nel locale, però, non mancavano arredi costosi, materiali di pregio e un sofisticato sistema di illuminazione. Una contraddizione che rafforza l’idea di una gestione più attenta all’immagine che alla prevenzione.
Un’inchiesta che diventa politica
Le falle investigative hanno ormai superato il perimetro giudiziario. Dopo la scarcerazione su cauzione di Jacques Moretti, l’Italia aveva richiamato il proprio ambasciatore a Berna. Ora il Ministero pubblico del Cantone del Vallese ha aperto formalmente alla collaborazione con la Procura di Roma, valutando anche la creazione di squadre investigative comuni.
