Nelle nuove carte depositate dagli inquirenti svizzeri, la storia che Jacques e Jessica Moretti descrivono di sé appare lontanissima da quella vetrina patinata che per anni hanno mostrato a Crans-Montana, fatta di champagne, locali esclusivi come il Constellation, auto di lusso e una vita sociale che aveva trasformato la località in una vetrina internazionale. I coniugi tracciano invece un quadro diametralmente opposto, riportando le loro origini alla fame, alla povertà e a una ricerca continua di stabilità. Jacques racconta di avere lasciato la scuola a 14 anni, quando si ritrovò senza casa, e di avere sofferto la fame. Dice di avere seguito corsi da elettricista e muratore, di avere preso la maturità da privatista e poi di essersi formato come agricoltore, poco prima del divorzio dei primi anni Duemila, mentre conviveva con problemi di salute, incidenti e una malattia autoimmune che racconta come un tratto costante della sua vita adulta. Aggiunge persino che “non va mai in vacanza”, un dettaglio che intende sottolineare quanto la sua presunta vita agiata fosse, nel suo racconto, in realtà costruita più sulle apparenze che sul benessere reale.
La moglie, Jessica, conferma l’immagine di un’esistenza tormentata alle spalle del marito. «Ha avuto un’infanzia caotica», dice. «È rimasto senza casa a 14 anni, ha sofferto la fame». Sottolinea come la loro vita in comune sia iniziata nel 2012 e come abbiano scelto Crans-Montana per fondare una famiglia, perché lì avevano trovato stabilità, radici e relazioni profonde. I figli sono nati lì, le sue attività di danza sono lì, e soprattutto è lì — spiegano entrambi — che hanno costruito una comunità di amici e legami che renderebbero “inimmaginabile” l’idea di fuggire. Di fronte ai pm, Jessica insiste sul fatto che “vivere in fuga con i miei figli sarebbe inconcepibile”. Jacques aggiunge che avrebbe potuto lasciare la Svizzera facilmente — suo padre è andato a trovarlo in auto — ma non lo ha mai preso in considerazione. Non a caso, il pericolo di fuga è l’unica motivazione nella misura cautelare che oggi costringe lui al carcere e lei alla firma in caserma ogni tre giorni.
I sequestri tardivi, i dubbi delle famiglie e le prime ammissioni sulle misure di sicurezza
Ciò che emerge dalle carte non riguarda solo i racconti personali dei Moretti, ma anche alcuni punti critici dell’inchiesta che stanno sollevando perplessità tra i legali delle vittime. L’avvocato Sébastien Fanti, che difende le famiglie di sette di loro, continua a sottolineare come l’ipotesi di inquinamento probatorio non sia mai entrata nelle valutazioni della procura vallesana, nonostante i sequestri fondamentali — come quelli dei computer — siano avvenuti soltanto il 14 gennaio, giorni dopo il rogo. Il telefono di Jessica è stato requisito ancora dopo, il 9 gennaio, al termine dell’interrogatorio, e addirittura su richiesta di un avvocato delle vittime, non della procura. Dettagli che, nel loro insieme, alimentano una sensazione diffusa di lentezza e ritardi nelle prime fasi di ricerca della prova.
Intanto, negli studi legali continuano ad arrivare segnalazioni di ogni tipo: persone che dicono di avere visto, sentito, saputo, o di possedere documenti relativi a presunti illeciti o reticenze non solo dei Moretti ma anche del Comune di Crans-Montana. C’è perfino chi sostiene di avere elementi sui presunti conti milionari della famiglia, non ancora individuati dagli inquirenti: una mail, firmata da nome e cognome reali, giura di avere documenti che proverebbero disponibilità economiche finora non emerse. «Verificherò tutto e poi depositerò in procura», afferma il legale che l’ha ricevuta.
Nel frattempo si attende la decisione del tribunale sulla congruità della cauzione di 200mila franchi a testa. Una cifra che, secondo la procuratrice aggiunta Catherine Seppey, non sarebbe affatto bassa, perché i coniugi rischiano «di non avere più soldi», dato che, dopo la tragedia, i clienti eviterebbero non solo il Constellation ma qualunque esercizio commerciale riconducibile ai Moretti, rendendo compromessa ogni fonte di reddito.
E mentre emergono i dettagli sulle condizioni economiche, arrivano anche le prime ammissioni dirette sulle carenze di sicurezza che avrebbero aggravato la tragedia. Tra le contestazioni, gli inquirenti elencano la schiuma fonoassorbente altamente infiammabile, l’uso di fuochi pirotecnici all’interno e soprattutto l’assenza di un sistema di irrigazione automatica nei locali. A quest’ultima contestazione, la risposta dei Moretti è inequivocabile: «Sì, effettivamente è tutto vero». È una frase che pesa, perché arriva nel momento in cui le famiglie delle vittime chiedono chiarezza su ogni singolo dettaglio tecnico che avrebbe potuto — o dovuto — prevenire una catastrofe da 40 morti e 116 feriti, molti dei quali ancora in bilico tra la vita e un’ombra lunga di complicazioni infettive.
