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Caso Epstein, svelati sei nomi nei file desecretati: chi sono gli «implicati» non incriminati e cosa cambia ora

Caso Epstein, svelati sei nomi nei file desecretati: chi sono gli «implicati» non incriminati e cosa cambia ora

La nuova ondata di rivelazioni sul caso Epstein riporta al centro del dibattito politico americano il tema della trasparenza e della gestione dei documenti ancora in parte oscurati dal Dipartimento di Giustizia. In una seduta della Camera, il deputato democratico californiano Ro Khanna ha letto pubblicamente i nomi di sei uomini che, a suo dire, erano stati «censurati senza spiegazioni» nei file relativi all’inchiesta su Jeffrey Epstein. Tra questi figurano Leslie Wexner, ex amministratore delegato di Victoria’s Secret, e Sultan Ahmed bin Sulayem, presidente del colosso logistico DP World. Gli altri quattro nomi — Nicola Caputo, Salvatore Nuara, Zurab Mikeladze e Leonic Leonov — emergono dai documenti ma, allo stato attuale, non risultano accompagnati da accuse formali o incriminazioni. La distinzione è cruciale: l’inclusione nei file non equivale a un’imputazione penale. E tuttavia, come ha osservato il deputato repubblicano Thomas Massie, coautore con Khanna di una proposta di legge per la piena trasparenza sui documenti, la loro presenza nei fascicoli li renderebbe «probabilmente implicati», almeno nel senso di essere stati oggetto di attenzione investigativa. Il caso Wexner e i flussi di denaro Il nome di Leslie Wexner non è nuovo nella vicenda Epstein. Secondo un rapporto degli inquirenti del 2019, il finanziere avrebbe ricevuto da Wexner 100 milioni di dollari nel 2008, in seguito a una controversia interna legata alla gestione patrimoniale. Gli avvocati dell’imprenditore avrebbero informato i procuratori che Wexner non era a conoscenza di attività illegali con giovani donne, ma avrebbero anche riconosciuto che Epstein godeva di un controllo ampio e poco vigilato sulle sue finanze. I procuratori, all’epoca, sottolinearono come il patrimonio di Epstein sembrasse derivare in larga parte proprio dai rapporti economici con Wexner, pur in presenza di altri finanziatori di rilievo, come Leon Black, cofondatore di Apollo Global Management, che secondo documentazione legale avrebbe versato al finanziere 158 milioni di dollari tra il 2012 e il 2017. Le comunicazioni e il nome del sultano emiratino Nei documenti citati in aula emergono anche email attribuite a Sultan Ahmed bin Sulayem, tra cui un messaggio del 2005 in cui Epstein commentava un «video di torture», e una comunicazione del 2015 contenente riferimenti espliciti a una giovane donna. Non vi è, tuttavia, alcuna incriminazione nei suoi confronti. La presenza nei file, al momento, non implica responsabilità penale. Il caso Nicola Caputo e il rischio linciaggio mediatico Tra i nomi letti da Khanna figura Nicola Caputo, scatenando sui social una corsa all’identificazione con l’ex europarlamentare italiano del Pd, che ha respinto con fermezza ogni coinvolgimento. Raggiunto dall’Ansa, Caputo ha dichiarato di «non avere nulla a che fare con questa vicenda», sottolineando come nel 2009 ricoprisse il ruolo di consigliere regionale e non avesse contatti con gli Stati Uniti. Il caso evidenzia un effetto collaterale immediato della desecretazione parziale: la sovrapposizione tra omonimie e insinuazioni pubbliche, in assenza di chiarimenti ufficiali, può generare danni reputazionali significativi. I file ancora oscurati e il nodo politico Secondo Khanna, tra il 70 e l’80 per cento dei documenti resterebbe ancora censurato, poiché l’Fbi…

La nuova ondata di rivelazioni sul caso Epstein riporta al centro del dibattito politico americano il tema della trasparenza e della gestione dei documenti ancora in parte oscurati dal Dipartimento di Giustizia. In una seduta della Camera, il deputato democratico californiano Ro Khanna ha letto pubblicamente i nomi di sei uomini che, a suo dire, erano stati «censurati senza spiegazioni» nei file relativi all’inchiesta su Jeffrey Epstein.

Tra questi figurano Leslie Wexner, ex amministratore delegato di Victoria’s Secret, e Sultan Ahmed bin Sulayem, presidente del colosso logistico DP World. Gli altri quattro nomi — Nicola Caputo, Salvatore Nuara, Zurab Mikeladze e Leonic Leonov — emergono dai documenti ma, allo stato attuale, non risultano accompagnati da accuse formali o incriminazioni.

La distinzione è cruciale: l’inclusione nei file non equivale a un’imputazione penale. E tuttavia, come ha osservato il deputato repubblicano Thomas Massie, coautore con Khanna di una proposta di legge per la piena trasparenza sui documenti, la loro presenza nei fascicoli li renderebbe «probabilmente implicati», almeno nel senso di essere stati oggetto di attenzione investigativa.

Il caso Wexner e i flussi di denaro

Il nome di Leslie Wexner non è nuovo nella vicenda Epstein. Secondo un rapporto degli inquirenti del 2019, il finanziere avrebbe ricevuto da Wexner 100 milioni di dollari nel 2008, in seguito a una controversia interna legata alla gestione patrimoniale. Gli avvocati dell’imprenditore avrebbero informato i procuratori che Wexner non era a conoscenza di attività illegali con giovani donne, ma avrebbero anche riconosciuto che Epstein godeva di un controllo ampio e poco vigilato sulle sue finanze.

I procuratori, all’epoca, sottolinearono come il patrimonio di Epstein sembrasse derivare in larga parte proprio dai rapporti economici con Wexner, pur in presenza di altri finanziatori di rilievo, come Leon Black, cofondatore di Apollo Global Management, che secondo documentazione legale avrebbe versato al finanziere 158 milioni di dollari tra il 2012 e il 2017.

Le comunicazioni e il nome del sultano emiratino

Nei documenti citati in aula emergono anche email attribuite a Sultan Ahmed bin Sulayem, tra cui un messaggio del 2005 in cui Epstein commentava un «video di torture», e una comunicazione del 2015 contenente riferimenti espliciti a una giovane donna. Non vi è, tuttavia, alcuna incriminazione nei suoi confronti. La presenza nei file, al momento, non implica responsabilità penale.

Il caso Nicola Caputo e il rischio linciaggio mediatico

Tra i nomi letti da Khanna figura Nicola Caputo, scatenando sui social una corsa all’identificazione con l’ex europarlamentare italiano del Pd, che ha respinto con fermezza ogni coinvolgimento. Raggiunto dall’Ansa, Caputo ha dichiarato di «non avere nulla a che fare con questa vicenda», sottolineando come nel 2009 ricoprisse il ruolo di consigliere regionale e non avesse contatti con gli Stati Uniti.

Il caso evidenzia un effetto collaterale immediato della desecretazione parziale: la sovrapposizione tra omonimie e insinuazioni pubbliche, in assenza di chiarimenti ufficiali, può generare danni reputazionali significativi.

I file ancora oscurati e il nodo politico

Secondo Khanna, tra il 70 e l’80 per cento dei documenti resterebbe ancora censurato, poiché l’Fbi avrebbe trasmesso al Dipartimento di Giustizia versioni ampiamente oscurate dei fascicoli. I democratici accusano l’amministrazione di proseguire un insabbiamento sistematico, mentre i repubblicani chiedono piena trasparenza per evitare che il caso diventi strumento di scontro partigiano.

Tra i documenti emersi figura anche una telefonata del 2006 tra l’allora imprenditore Donald Trump e il capo della polizia di Palm Beach, Michael Reiter, nella quale Trump si sarebbe congratulato per l’arresto di Epstein, affermando: «Tutti sanno quello che fa». Secondo quanto riportato dal Miami Herald, Reiter avrebbe riferito che Trump raccontò di essersi allontanato da una situazione in cui erano presenti adolescenti insieme a Epstein. I media americani leggono in questo passaggio una possibile contraddizione con precedenti dichiarazioni dell’ex presidente, secondo cui avrebbe interrotto i rapporti con Epstein già nel 2004.

Anche l’attuale segretario al Commercio Howard Lutnick è finito sotto pressione, dopo aver ammesso in audizione al Senato di aver visitato l’isola di Epstein nel 2012, nonostante in passato avesse dichiarato di aver interrotto ogni contatto nel 2005.

La proposta di legge e la memoria di Virginia Giuffre

Sul piano legislativo, il Partito Democratico ha presentato un disegno di legge per eliminare la prescrizione nei casi di traffico sessuale, battezzato «Virginia’s Law» in memoria di Virginia Giuffre, una delle più note accusatrici di Epstein.

La nuova fase del caso si gioca dunque su un doppio binario: da un lato la richiesta di completa trasparenza sui milioni di documenti ancora oscurati; dall’altro la necessità di distinguere tra semplice menzione nei file e responsabilità penale accertata. In assenza di incriminazioni formali nei confronti dei sei uomini citati, la prudenza giuridica resta un elemento imprescindibile.

La nuova ondata di rivelazioni sul caso Epstein riporta al centro del dibattito politico americano il tema della trasparenza e della gestione dei documenti ancora in parte oscurati dal Dipartimento di Giustizia. In una seduta della Camera, il deputato democratico californiano Ro Khanna ha letto pubblicamente i nomi di sei uomini che, a suo dire, erano stati «censurati senza spiegazioni» nei file relativi all’inchiesta su Jeffrey Epstein.

Tra questi figurano Leslie Wexner, ex amministratore delegato di Victoria’s Secret, e Sultan Ahmed bin Sulayem, presidente del colosso logistico DP World. Gli altri quattro nomi — Nicola Caputo, Salvatore Nuara, Zurab Mikeladze e Leonic Leonov — emergono dai documenti ma, allo stato attuale, non risultano accompagnati da accuse formali o incriminazioni.

La distinzione è cruciale: l’inclusione nei file non equivale a un’imputazione penale. E tuttavia, come ha osservato il deputato repubblicano Thomas Massie, coautore con Khanna di una proposta di legge per la piena trasparenza sui documenti, la loro presenza nei fascicoli li renderebbe «probabilmente implicati», almeno nel senso di essere stati oggetto di attenzione investigativa.

Il caso Wexner e i flussi di denaro

Il nome di Leslie Wexner non è nuovo nella vicenda Epstein. Secondo un rapporto degli inquirenti del 2019, il finanziere avrebbe ricevuto da Wexner 100 milioni di dollari nel 2008, in seguito a una controversia interna legata alla gestione patrimoniale. Gli avvocati dell’imprenditore avrebbero informato i procuratori che Wexner non era a conoscenza di attività illegali con giovani donne, ma avrebbero anche riconosciuto che Epstein godeva di un controllo ampio e poco vigilato sulle sue finanze.

I procuratori, all’epoca, sottolinearono come il patrimonio di Epstein sembrasse derivare in larga parte proprio dai rapporti economici con Wexner, pur in presenza di altri finanziatori di rilievo, come Leon Black, cofondatore di Apollo Global Management, che secondo documentazione legale avrebbe versato al finanziere 158 milioni di dollari tra il 2012 e il 2017.

Le comunicazioni e il nome del sultano emiratino

Nei documenti citati in aula emergono anche email attribuite a Sultan Ahmed bin Sulayem, tra cui un messaggio del 2005 in cui Epstein commentava un «video di torture», e una comunicazione del 2015 contenente riferimenti espliciti a una giovane donna. Non vi è, tuttavia, alcuna incriminazione nei suoi confronti. La presenza nei file, al momento, non implica responsabilità penale.

Il caso Nicola Caputo e il rischio linciaggio mediatico

Tra i nomi letti da Khanna figura Nicola Caputo, scatenando sui social una corsa all’identificazione con l’ex europarlamentare italiano del Pd, che ha respinto con fermezza ogni coinvolgimento. Raggiunto dall’Ansa, Caputo ha dichiarato di «non avere nulla a che fare con questa vicenda», sottolineando come nel 2009 ricoprisse il ruolo di consigliere regionale e non avesse contatti con gli Stati Uniti.

Il caso evidenzia un effetto collaterale immediato della desecretazione parziale: la sovrapposizione tra omonimie e insinuazioni pubbliche, in assenza di chiarimenti ufficiali, può generare danni reputazionali significativi.

I file ancora oscurati e il nodo politico

Secondo Khanna, tra il 70 e l’80 per cento dei documenti resterebbe ancora censurato, poiché l’Fbi avrebbe trasmesso al Dipartimento di Giustizia versioni ampiamente oscurate dei fascicoli. I democratici accusano l’amministrazione di proseguire un insabbiamento sistematico, mentre i repubblicani chiedono piena trasparenza per evitare che il caso diventi strumento di scontro partigiano.

Tra i documenti emersi figura anche una telefonata del 2006 tra l’allora imprenditore Donald Trump e il capo della polizia di Palm Beach, Michael Reiter, nella quale Trump si sarebbe congratulato per l’arresto di Epstein, affermando: «Tutti sanno quello che fa». Secondo quanto riportato dal Miami Herald, Reiter avrebbe riferito che Trump raccontò di essersi allontanato da una situazione in cui erano presenti adolescenti insieme a Epstein. I media americani leggono in questo passaggio una possibile contraddizione con precedenti dichiarazioni dell’ex presidente, secondo cui avrebbe interrotto i rapporti con Epstein già nel 2004.

Anche l’attuale segretario al Commercio Howard Lutnick è finito sotto pressione, dopo aver ammesso in audizione al Senato di aver visitato l’isola di Epstein nel 2012, nonostante in passato avesse dichiarato di aver interrotto ogni contatto nel 2005.

La proposta di legge e la memoria di Virginia Giuffre

Sul piano legislativo, il Partito Democratico ha presentato un disegno di legge per eliminare la prescrizione nei casi di traffico sessuale, battezzato «Virginia’s Law» in memoria di Virginia Giuffre, una delle più note accusatrici di Epstein.

La nuova fase del caso si gioca dunque su un doppio binario: da un lato la richiesta di completa trasparenza sui milioni di documenti ancora oscurati; dall’altro la necessità di distinguere tra semplice menzione nei file e responsabilità penale accertata. In assenza di incriminazioni formali nei confronti dei sei uomini citati, la prudenza giuridica resta un elemento imprescindibile.

La nuova ondata di rivelazioni sul caso Epstein riporta al centro del dibattito politico americano il tema della trasparenza e della gestione dei documenti ancora in parte oscurati dal Dipartimento di Giustizia. In una seduta della Camera, il deputato democratico californiano Ro Khanna ha letto pubblicamente i nomi di sei uomini che, a suo dire, erano stati «censurati senza spiegazioni» nei file relativi all’inchiesta su Jeffrey Epstein.

Tra questi figurano Leslie Wexner, ex amministratore delegato di Victoria’s Secret, e Sultan Ahmed bin Sulayem, presidente del colosso logistico DP World. Gli altri quattro nomi — Nicola Caputo, Salvatore Nuara, Zurab Mikeladze e Leonic Leonov — emergono dai documenti ma, allo stato attuale, non risultano accompagnati da accuse formali o incriminazioni.

La distinzione è cruciale: l’inclusione nei file non equivale a un’imputazione penale. E tuttavia, come ha osservato il deputato repubblicano Thomas Massie, coautore con Khanna di una proposta di legge per la piena trasparenza sui documenti, la loro presenza nei fascicoli li renderebbe «probabilmente implicati», almeno nel senso di essere stati oggetto di attenzione investigativa.

Il caso Wexner e i flussi di denaro

Il nome di Leslie Wexner non è nuovo nella vicenda Epstein. Secondo un rapporto degli inquirenti del 2019, il finanziere avrebbe ricevuto da Wexner 100 milioni di dollari nel 2008, in seguito a una controversia interna legata alla gestione patrimoniale. Gli avvocati dell’imprenditore avrebbero informato i procuratori che Wexner non era a conoscenza di attività illegali con giovani donne, ma avrebbero anche riconosciuto che Epstein godeva di un controllo ampio e poco vigilato sulle sue finanze.

I procuratori, all’epoca, sottolinearono come il patrimonio di Epstein sembrasse derivare in larga parte proprio dai rapporti economici con Wexner, pur in presenza di altri finanziatori di rilievo, come Leon Black, cofondatore di Apollo Global Management, che secondo documentazione legale avrebbe versato al finanziere 158 milioni di dollari tra il 2012 e il 2017.

Le comunicazioni e il nome del sultano emiratino

Nei documenti citati in aula emergono anche email attribuite a Sultan Ahmed bin Sulayem, tra cui un messaggio del 2005 in cui Epstein commentava un «video di torture», e una comunicazione del 2015 contenente riferimenti espliciti a una giovane donna. Non vi è, tuttavia, alcuna incriminazione nei suoi confronti. La presenza nei file, al momento, non implica responsabilità penale.

Il caso Nicola Caputo e il rischio linciaggio mediatico

Tra i nomi letti da Khanna figura Nicola Caputo, scatenando sui social una corsa all’identificazione con l’ex europarlamentare italiano del Pd, che ha respinto con fermezza ogni coinvolgimento. Raggiunto dall’Ansa, Caputo ha dichiarato di «non avere nulla a che fare con questa vicenda», sottolineando come nel 2009 ricoprisse il ruolo di consigliere regionale e non avesse contatti con gli Stati Uniti.

Il caso evidenzia un effetto collaterale immediato della desecretazione parziale: la sovrapposizione tra omonimie e insinuazioni pubbliche, in assenza di chiarimenti ufficiali, può generare danni reputazionali significativi.

I file ancora oscurati e il nodo politico

Secondo Khanna, tra il 70 e l’80 per cento dei documenti resterebbe ancora censurato, poiché l’Fbi avrebbe trasmesso al Dipartimento di Giustizia versioni ampiamente oscurate dei fascicoli. I democratici accusano l’amministrazione di proseguire un insabbiamento sistematico, mentre i repubblicani chiedono piena trasparenza per evitare che il caso diventi strumento di scontro partigiano.

Tra i documenti emersi figura anche una telefonata del 2006 tra l’allora imprenditore Donald Trump e il capo della polizia di Palm Beach, Michael Reiter, nella quale Trump si sarebbe congratulato per l’arresto di Epstein, affermando: «Tutti sanno quello che fa». Secondo quanto riportato dal Miami Herald, Reiter avrebbe riferito che Trump raccontò di essersi allontanato da una situazione in cui erano presenti adolescenti insieme a Epstein. I media americani leggono in questo passaggio una possibile contraddizione con precedenti dichiarazioni dell’ex presidente, secondo cui avrebbe interrotto i rapporti con Epstein già nel 2004.

Anche l’attuale segretario al Commercio Howard Lutnick è finito sotto pressione, dopo aver ammesso in audizione al Senato di aver visitato l’isola di Epstein nel 2012, nonostante in passato avesse dichiarato di aver interrotto ogni contatto nel 2005.

La proposta di legge e la memoria di Virginia Giuffre

Sul piano legislativo, il Partito Democratico ha presentato un disegno di legge per eliminare la prescrizione nei casi di traffico sessuale, battezzato «Virginia’s Law» in memoria di Virginia Giuffre, una delle più note accusatrici di Epstein.

La nuova fase del caso si gioca dunque su un doppio binario: da un lato la richiesta di completa trasparenza sui milioni di documenti ancora oscurati; dall’altro la necessità di distinguere tra semplice menzione nei file e responsabilità penale accertata. In assenza di incriminazioni formali nei confronti dei sei uomini citati, la prudenza giuridica resta un elemento imprescindibile.


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