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Crans-Montana e il rientro a scuola: il minuto di silenzio non basta

Crans-Montana e il rientro a scuola: il minuto di silenzio non basta

Una circolare anticipa la ripresa delle lezioni e istituisce un minuto di silenzio su Crans-Montana. E chiede alla scuola di interrogarsi sul senso del gesto e su come stare, mercoledì, davanti agli studenti

Prima della ripresa delle lezioni è arrivata una circolare che non poteva aspettare, non perché il calendario lo imponesse, ma perché il tempo della scuola, anche se ingabbiato, calpestato e ridicolizzato, non è mai neutro e può valere davvero. La circolare stabilisce che quel silenzio avvenga mercoledì, a un orario convenuto, per le vittime di Crans-Montana. Detto così, rischia di suonare come una procedura, una disposizione organizzativa, una formalità necessaria destinata a consumarsi in fretta, come spesso accade ai gesti che vengono normati: istituire un minuto di silenzio significa chiamare in causa un gesto – in determinati casi consueto, proprio per questo talvolta consumato, sbiadito– un gesto che oggi ci mette in difficoltà, perché il silenzio è diventato una pratica aliena, richiede concentrazione, profondità, attesa, e che per disabitudine a tutto ciò viene sempre più spesso abbreviato, graffiato, addolcito con musiche di sottofondo, come accade perfino negli stadi, dove il “minuto” dura pochi secondi e vede annacquato il proprio senso tra applausi, imbarazzi, fischi.

Una tragedia che attraversa i ragazzi

Anche per questo, la circolare porta con sé una richiesta che pesa, perché costringe a decidere che cosa fare prima e dopo quel minuto dedicato a una tragedia che stavolta ha attraversato i ragazzi. Viviamo immersi in un flusso continuo di immagini e notizie travolgenti che, a forza di accumularsi, sembrano perdere peso specifico. Il Venezuela, con la sua crisi e l’accelerazione preoccupante di queste ore; le immagini che arrivano da Kiev, dove la guerra è diventata una condizione strutturale dell’esistenza; Gaza, dove il Natale si consuma al gelo, senza elettricità e senza nessuna pace; i naufragi nel Mediterraneo, che continuano ad avvenire coinvolgendo centinaia di esseri umani senza nome per chi, come noi, ne legge la notizia della morte e passa avanti. Tutto questo accade continuamente sotto i nostri occhi e tuttavia resta, per molti di noi, a una distanza di sicurezza, filtrato, mediato, osservato.

La prossimità che cambia tutto

Crans-Montana invece no: è accaduto qualcosa che ha bucato l’indifferenza generale – non sto alludendo alla sensibilità particolare! – e ha spinto a parlarne in casa, a leggere qualcosa oltre la cronaca, a farsi qualche domanda. E poi Crans-Montana ha toccato i coetanei dei nostri studenti, ha attraversato le loro stesse età, i loro stessi immaginari, i loro stessi spazi di possibilità. Io insegno in un liceo milanese, e non faccio fatica a immaginare che qualcuno, in quelle aule, conosca qualcuno dei coinvolti, o conosca chi conosce chi c’era, o semplicemente – e questo vale per tutti e tutte – si sia riconosciuto in quei volti, in quelle dinamiche, in quell’idea di vacanza che all’improvviso si trasforma in tragedia. È questo che cambia tutto: non l’eccezionalità del dolore, ma la sua prossimità.

Rientrare in classe come se nulla fosse?

Per questo, rientrare mercoledì in classe e iniziare come se nulla fosse, aprendo il libro di italiano, di storia o di latino, non sarebbe semplicemente “professionale”; sarebbe freddo, quasi urticante, come se tra l’ultima volta che ci siamo visti e oggi non fosse successo nulla. E invece qualcosa è successo, e ignorarlo significa perdere un’occasione, perché l’animo umano si indaga con Dante, di questo sono convinto, ma in questo caso anche mostrandosi colpiti e pronti a toccare un episodio tragico che è accaduto a poca distanza – spaziale, temporale, vitale – da loro, anzi da tutti noi.

Il ruolo della scuola e il rischio di sbagliare tono

Questa circolare, allora, mi ha aiutato a rimettere la testa sul rientro, pensando agli studenti a cui insegno e cercando un sentiero di senso affinché anche la scuola dia un contributo, immersa come è nella società presente e non solo istituzione sempre più incomprensibile e impermeabile, e non li lasci soli con pensieri che comunque porteranno con sé.Il problema, a questo punto, è capire che cosa fare dalla cattedra, sapendo che non esiste una risposta giusta, ma solo il rischio, sempre in agguato, di sbagliare registro, tono, tutto.

Parole, silenzi, spazi aperti

Si può indicare una lettura, un approfondimento, una voce autorevole — penso, per esempio, alle riflessioni di Alberto Pellai, che da anni prova a dare parole adulte al mondo emotivo degli adolescenti e che, tra i tanti interventi molto validi pubblicati in questi giorni, ho scelto come il più vicino alla mia sensibilità — ma sarebbe un errore pensare che basti affidarsi all’esperto per mettere ordine in qualcosa che, per sua natura, ordine non ha. Io proverò a fare così: dirò che questa notizia mi ha colto nel mezzo di vacanze particolarmente serene – e non per tutti magari è stato così – e che anche per questo ha colpito con una violenza particolare; accennerò al fatto che, da genitore, la crudezza di quanto accaduto si è imposta per me in modo ancora più lacerante; poi, per chi se la sente, aprirò uno spazio, non per spiegare, non per concludere, ma per provare a fare un punto provvisorio insieme, magari suggerendo e accogliendo qualche altro articolo o riflessione.

Evitare la predica

Ci sarà chi, con perizia e competenze diverse e migliori di me, parlerà di morte, chi di caso, chi di Dio; chi avrà parole limpide e chi resterà in silenzio, e anche quel silenzio, se autentico, avrà piena cittadinanza. Una cosa, però, mi sembra certa, e vale la pena dirla senza troppe cautele: bisogna evitare di virare, anche con le migliori intenzioni, verso la predica contro lo sballo, verso l’elenco delle colpe o delle imprudenze generazionali. Quel genere di commento è stato certamente sentito e letto dai nostri studenti sui social, spesso debordanti di livore anche in questo caso. Ci sarà tempo, e ci sono ragioni serie, per affrontare il tema del divertimento, dei limiti, del rischio; ma non è questo il momento, e non serve un episodio di cronaca – figurarsi una tragedia come questa – per affrontare un argomento cruciale banalizzandolo con toni moralistici, allontanando i ragazzi e legando questa tragedia a una lezione sulla prudenza o sul decoro. Non facciamo questo errore.

Reggere il silenzio

In fondo, il nodo resta nel silenzio che la circolare richiede e nel disagio che quel silenzio porta con sé. Il minuto in sé può essere rispettato o violato, abbreviato o accompagnato da una musica di sottofondo; ma ciò che conta davvero è se, a scuola, saremo capaci di reggerlo senza riempirlo subito di spiegazioni, conclusioni, “cose serie” da fare subito dopo. Mercoledì, dalla cattedra, non sarà facile capire dove fermarsi e quando parlare. L’unica cosa da evitare è scacciare quel che è successo e che è ancora lì nel gozzo, facendo se non ci fosse.

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