Ci sono figure che attraversano decenni di storia italiana senza mai perdere la capacità di dividere, provocare e far discutere. Don Antonio Mazzi è stato una di queste. Sacerdote, educatore e fondatore della comunità Exodus, ha dedicato gran parte della sua vita ai giovani emarginati, alle persone con dipendenze e a chiunque avesse smesso di credere di poter ricominciare.
Nato a Verona il 30 novembre 1929, ordinato sacerdote nel 1952, don Mazzi ha fatto della strada il proprio luogo pastorale. Più che nelle sacrestie, il suo ministero si è sviluppato nelle periferie sociali, tra tossicodipendenti, detenuti, ragazzi in difficoltà e famiglie spezzate. Negli anni Ottanta diede vita a Exodus, una realtà destinata a diventare uno dei principali punti di riferimento italiani nel recupero dalle dipendenze e nel reinserimento sociale, con decine di comunità attive in Italia e all’estero.
La sua idea era semplice quanto rivoluzionaria: prima ancora della cura servivano relazioni, fiducia e responsabilità. Per questo il lavoro, la vita comunitaria, l’impegno quotidiano e il contatto con la natura diventavano strumenti educativi tanto importanti quanto il supporto terapeutico.
Personaggio schietto e spesso controcorrente, don Mazzi non ha mai evitato il confronto pubblico. Per anni è stato presenza costante in televisione, radio e sui giornali, intervenendo sui grandi temi sociali, dall’emarginazione alla famiglia, dalla scuola alle dipendenze. Le sue prese di posizione, spesso espresse con un linguaggio diretto e provocatorio, gli hanno procurato tanto consenso quanto critiche, ma raramente hanno lasciato indifferenti.
Al centro del suo pensiero è sempre rimasta la convinzione che nessuno fosse definitivamente perduto. Un principio che ha guidato migliaia di percorsi di recupero e che ha reso Exodus non soltanto una comunità, ma un modello educativo fondato sulla dignità della persona e sulla possibilità di una seconda occasione.
Negli ultimi anni, pur rallentando l’attività pubblica a causa dell’età, ha continuato a seguire la sua opera e a intervenire nel dibattito culturale e sociale, restando un punto di riferimento per volontari, educatori e operatori del terzo settore.
Con la sua scomparsa l’Italia perde uno dei sacerdoti più riconoscibili e influenti del secondo dopoguerra. Un uomo che ha scelto di stare accanto agli ultimi, convinto che il compito di un educatore non fosse giudicare gli errori, ma aiutare le persone a riscoprire il proprio valore. Il lascito di don Antonio Mazzi vive nelle migliaia di storie di rinascita nate nelle comunità Exodus, dove per decenni la speranza è stata trasformata in un progetto concreto di vita.
