Yara Gambirasio
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Yara, i costi di un'indagine mai decollata

Ci sono piccole gocce di sangue riconducibili a un assassino. C’è un autista di autobus deceduto tredici anni fa il cui profilo genetico assomiglia in maniera sconcertante a quello del presunto colpevole. Ci sono migliaia di tamponi salivari, oltre 13mila campioni etichettati con nomi e cognomi, accatastati sugli scaffali del laboratorio analisi del Reparto Investigazioni Scientifiche (Ris) di Parma in fila per essere analizzati, comparati, schedati.

È racchiusa qui, in una molecola a doppia elica dal nome Dna, la chiave di volta per risolvere il giallo dell’omicidio di Yara Gambirasio, 13 anni appena, scomparsa il 22 novembre 2010 da Brembate (Bergamo) e ritrovata cadavere tre mesi dopo, abbandonata in un campo. Un delitto pieno di enigmi e misteri del quale sta per ricorrere il secondo, tragico, anniversario. Senza che una pista ben precisa, in questi due anni di indagini serrate ma intrise di errori, sia stata battuta. Una caccia al killer che si sta trasformando in una lotta contro il tempo, visto che a gennaio scade la proroga delle indagini chiesta e ottenuta dal pubblico ministero Letizia Ruggeri. E, se i risultati concreti dovessero mancare, il caso rischia di essere archiviato lasciando l’assassino della ragazzina senza un nome.

L’unica e preziosa traccia fra le mani degli investigatori e della Procura di Bergamo, è, infatti, quel Dna estrapolato dagli indumenti intimi di Yara, tracce di sangue da gocciolamento, che appartengono a un uomo. Gli investigatori ne sono certi: sono di chi, quella sera di novembre, ha sequestrato la 13enne davanti alla palestra e poi l’ha portata, presumibilmente in auto o in un furgone, nel campo di Chignolo d’Isola, a dieci chilometri di distanza, dove l’ha colpita alla testa, seviziata con un lama e infine lasciata morire di stenti.

Un’indagine che, dopo il ritrovamento di questa “prova regina”, ha abbandonato il metodo investigativo tradizionale per tuffarsi in quello scientifico. Iniziando una sorta di mappatura generale degli abitanti della Bergamasca (ma numerosi prelievi di Dna sono stati effettuati anche nella zona del Leccese, in Umbria, in provincia di Frosinone e a Salerno) nella speranza di trovarne uno compatibile con le piccole gocce di sangue rinvenute sugli slip e sui leggins della piccola vittima. Non passa giorno, infatti, da due anni a questa parte, senza che qualcuno fra i cittadini di Brembate e Comuni limitrofi riceva a casa una convocazione da parte del commissariato o della caserma dei carabinieri di competenza per sottoporsi volontariamente al test del Dna, attraverso un tampone salivare. Frequentatori della palestra di Yara, compagni di scuola insieme ai loro genitori, insegnanti, imprenditori, autisti, operai di cantieri edili. O semplicemente persone di passaggio il cui cellulare, la notte dell’omicidio di Yara, ha agganciato la cella sopra Chignolo d’Isola. Uomini adulti, anziani, ragazzini, donne. Nessuno è stato escluso. Né qualcuno si è mai tirato indietro.

Fatto sta che in tutto, sugli scaffali del laboratorio analisi del Ris di Parma, sono confluiti oltre tredicimila campioni di Dna provenienti da tutta Italia. Anche se il numero preciso è impossibile da definirsi. Tanto che, si sussurra nei corridoi della Procura di Bergamo, “neppure gli inquirenti lo sanno”. Diecimila di questi tamponi sarebbero già stati analizzati. Mentre gli altri tremila giacciono in attesa. Anche perché il procedimento di analisi del Dna non è immediato, richiede tempo e precisione. E soprattutto soldi. Visto che – confermano dai laboratori di genetica – il costo di analisi di ciascun campione (che comprende materiali reagenti e attrezzatura sofisticata) si aggira intorno ai 200 euro. A conti fatti, dunque, finora, per il caso di Yara Gambirasio, sarebbero stati spesi quasi tre milioni di euro. A cui si aggiungono i costi di spostamenti e intercettazioni: un altro milione di euro.

Un’inchiesta giudiziaria che stenta a decollare, che manca di piste precise, di reali sospetti e che finora vede un solo indagato, il marocchino Mohamed Fikri, inizialmente arrestato con l’accusa di omicidio volontario per via di una traduzione sbagliata, per il quale lunedì prossimo il gip deciderà se archiviare l’indagine o se stralciare la sua posizione con un altro capo d’accusa. Emblema di un’indagine partita, fra abbagli e suggestioni, con il piede sbagliato.

Se non fosse per un elemento. Sbrogliando il bandolo della matassa attraverso ingarbugliate analisi genetiche, alla fine la lampadina dei carabinieri del Ris si è accesa. Studiando i campioni salivari appartenenti ai frequentatori della discoteca “Sabbie Mobili”, vicinissima al campo dove è stato ritrovato il corpo di Yara, le “tute bianche” si sono imbattuti in quello di due ragazzi dal profilo genetico molto simile a quello del presunto assassino. Stringendo il cerchio intorno a  questa famiglia, che abita a Clusone, nella Valle del Riso, i genetisti si sono imbattuti in quello che ritengono essere il padre dell’assassino. Conferma a Panorama.it il biologo e consulente legale della famiglia Gambirasio, l’ex Ris Giorgio Portera: “I sospetti che si tratti del padre diretto di chi ha lasciato tracce sui vestiti di Yara ci sono. E’ un codice genetico molto simile. Ma finora le analisi sono state fatte solo su 16 regioni di Dna, mentre mancano altre parti della molecola non analizzate. E, visto che gli accertamenti sono stati fatti sulla saliva prelevata da una vecchia marca da bollo e dal francobollo di una cartolina risalenti a moltissimi anni fa, per tagliare la testa al toro e avere la prova concreta bisognerebbe riesumare la salma dell’uomo. Ma questa decisione non spetta a noi”.

Si tratta – appunto – di un ex autista di autobus scomparso nel 1999. Sposato, senza figli. Almeno non ufficialmente, visto gli investigatori ritengono che l’assassino della piccola Yara possa essere un suo figlio illegittimo. Magari nato all’interno di un altro matrimonio, e quindi con un altro padre ufficiale.

Un’eventualità, questa, che se fosse confermata ne renderebbe ancora più difficile l’identificazione. Ecco perché ora l'attenzione di chi indaga è legata alla scoperta di chi sia la madre, nella speranza che la donna confermi di aver avuto un figlio illegittimo con l’autista di Clusone, consegnando così alla giustizia, con ogni probabilità, il presunto assassino.

Un’identificazione che, ancora una volta, neanche a dirlo, visto che ammissioni spontanee che aiutino il lavoro degli inquirenti non ce ne sono, sarà effettuata tramite analisi del Dna. Ecco perché, a fare la fila davanti a caserme e commissariati della Bargamasca, convocate dagli inquirenti per sottoporsi al test del Dna, in queste ultime settimane, sono soprattutto donne.

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