Viaggio alla scoperta del vino cinese

Chateau Changyu
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Château Changyu Global, a Pechino
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Château Reina, a Xian
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Château Changyu Moser XV, a Helan Mountain, nella provincia di Ningxia
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Château Baron Balboa, nella provincia dello Xinjiang

Bastioni di ispirazione rinascimentale, facciate dall’aria vittoriana, saloni ricolmi di pesanti boiserie, pinnacoli
dal sapore gotico, fossati, ponti levatoi e persino carrozze. È un viaggio nel futuro quello che stiamo descrivendo. Una gita in quella che si appresta a diventare la prima economia del mondo, stando alle parole del politologo
Ian Bremmer, da cui abbiamo il privilegio di essere accompagnati per un pezzo del cammino.

Siamo venuti in Cina per scoprire che anche qui, dove storicamente la popolazione non possedeva nemmeno l’enzima per tollerarlo, oggi si è pronti a bere - e quindi a produrre - il vino. «Made in China, for China», con l’idea che la Repubblica Popolare possa diventare il primo mercato al mondo anche in questo settore.

Lo ha capito il colosso Changyu, il più grosso gruppo vinicolo del paese (e il quarto al mondo) con una capacità produttiva di 600 milioni di bottiglie l’anno, rilevato al 34 per cento dalla Illva di Saronno, solidissima azienda italiana, ancora familiare, famosa soprattutto per l’Amaretto.

«Sono felice di aver anticipato i tempi: un’impresa, se non si mette in discussione, muore», sentenzia il capostipite Augusto Reina, un omone di 77 anni, impressionantemente proiettato verso il futuro.
«Dieci anni fa ho capito che bisognava cercare nuove direzioni e ho messo il primo piede qui. È stato difficile instaurare un rapporto di fiducia reciproca perché le differenze sono enormi: da queste parti possono stracciare gli accordi dalla mattina alla sera».

Tutto questo l’imprenditore lombardo, dai modi molto diretti, lo racconta mentre ci guida attraverso i giganteschi e pacchiani saloni di un castello vicino a Xian: lo Chateau Reina, edificato per lui nel 2014, dopo l’ingresso nella società. Tutto intorno, 73 ettari di vigne e un parco dove spuntano carrozze in stile Cenerentola, cariche di turisti locali eccitatissimi e armati di selfie stick, e buffe installazioni pseudo artistiche, come la statua in bronzo che lo ritrae pensieroso su una panchina, mentre osserva le sue vigne piazzate al confine con la periferia di una città industriale da quasi 9 milioni di abitanti.
È così, con la fascinazione, che il gruppo Changyu, nato 112 anni fa e passato per le mani dello Stato tra il 1949 e il 2004, intende raccontare al suo popolo la magia del vino. «Ai banchetti di Stato, le nostre bottiglie hanno già sostituito la grappa cinese: sta cambiando la cultura. L’obiettivo è ridurre le importazioni dall’estero dal 70 al 30 per cento», spiega il vicepresidente Zhou Hong Jiang.

Ci si interessa poco, è evidente, al livello di inquinamento dei terreni nazionali. Changyu va per la sua strada costellando la Cina con 8 mega castelli nuovi di zecca, attraverso i quali, grazie alla contaminazione di stili architettonici europei e all’inserimento di musei e cantine molto più simili a dei padiglioni di un Expo che a delle aziende agricole credibili, intende avvicinare almeno una parte di quel miliardo e 300 milioni abitanti a un bicchiere del suo vino. Un prodotto che, lo riconosciamo, si rivela al di sopra delle aspettative, forse anche grazie al supporto di Illva nella formazione degli enologi, tutti rigorosamente cinesi.
«Questo tipo di integrazione tra un colosso asiatico e un’azienda familiare italiana è un esempio virtuoso di come ci si può muovere durante la fase di recessione geopolitica che stiamo vivendo» spiega Bremmer. «Sono saltati tutti gli assetti globali: tanto vale che ognuno faccia per sé, come il signor Reina».

Lui lo sa molto bene. Per questo, durante la foto di rito, circondato dalla famiglia che lo ha accompagnato in questo viaggio, guarda con un bel sorriso verso il cielo che qui, e non è una metafora, sta diventando, ogni anno, sempre più blu.    

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