Privacy e sicurezza: perché gli USA temono la tecnologia

Passaporto, biglietto con check-in già fatto (anche digitale) e smartphone. Questi sono i tre elementi essenziali per entrare negli Stati Uniti. O almeno i primi due di sicuro, mentre il terzo potrebbe diventarlo presto. Si, perché l’amministrazione Trump ha avviato l’iter per una proposta di legge che prevede il controllo, per chiunque si appresta a valicare in ingresso i confini degli States, dei contatti in rubrica e degli account social, tramite la consegna di smartphone e password personali.

Non vi è alcun comunicato ufficiale a riguardo ma è ciò che il Wall Street Journal definisce come una “misura estrema” che verrà applicata a livello globale, anche nei confronti dei viaggiatori provenienti da paesi notoriamente amici, come Francia, Germania e Italia, inseriti nel Visa Waiver Program, che prevede spostamenti senza necessità di visto. Una proposta che i senatori Ron Wyden (democratico) e Rand Paul (repubblicano), insieme ai colleghi Jared Polis (democratico) e Blake Farenthold (repubblicano) hanno deciso di contrastare, spingendo sulla sacralità del Quarto Emendamento: “L’innovazione non dovrebbe rendere obsoleta la costituzione – dicono – e rappresentare una scusa per le pratiche intrusive del governo”.

La paura viaggia in rete

Perché all’improvviso gli Stati Uniti temono internet e la tecnologia? La risposta non è semplice ma, in un certo senso, è figlia del parziale fallimento del Grande Fratello telematico. Dopo le rivelazioni di Snowden e di WikiLeaks, Obama aveva affermato come i programmi di NSA, CIA e FBI, erano serviti per sventare decine di attacchi, dentro e fuori gli Stati Uniti. Probabilmente tutto vero, se non fosse che qualche altro era pur sfuggito, mostrando la fallibilità di strumenti come Boundless Informant e XKeyscore. In un mondo iperconnesso e sempre più digitale, il governo della nazione più potente al mondo ha deciso di procedere in maniera tradizionale, prelevando computer e cellulari direttamente alle persone allo sbarco.

Precedente facoltativo

Si tratta della naturale conseguenza di quanto successo a fine 2016, quando in alcuni scali USA i turisti avevano la facoltà (non l’obbligo) di compilare un questionario molto particolare, nel quale inserire nome utente e chiavi segrete dei profili utilizzati online. In quel caso si era parlato della possibile invasione della privacy di cittadini nazionali e stranieri, anche se l’Ufficio doganale americano aveva precisato come la raccolta non avrebbe impedito il transito di persone sulla base di appartenenze religiose, etniche e politiche. Quattro mesi dopo le cose sono precipitate.

10 anni di WikiLeaks

L’11 settembre (2011). Il lavoro di WikiLeak sull’11 settembre si è concentrato soprattutto sul diffondere i messaggi inviati e ricevuti dalle vittime.

10 anni di WikiLeaks

Sarah Palin (2008). Qualche mese prima delle elezioni americane del 2008, Anonymous bucò le email dell’allora candidata repubblicana.

10 anni di WikiLeaks

Scientology (2008). Nel 2008 WikiLeaks pubblica i segreti della religione osannata da molti attori e vip

10 anni di WikiLeaks

Bradley Manning (2010). Si chiama “Collateral Murder” il famoso video risalente al 2007, in cui si vede un’unità dell’esercito americano sparare a vista su una serie di civili a Baghdad.

10 anni di WikiLeaks

Il caso Sony (2015). Un archivio di oltre 170.000 messaggi dove poter scovare singolari progetti che coinvolgono la politica statunitense e il cinema.

10 anni di WikiLeaks

La corsa di Hillary Clinton (2016). Il mailgate del 2016 riguarda l’uso sproporzionato fatto da Hillary Clinton del proprio servizio di posta elettronica per fini professionali.

10 anni di WikiLeaks

Vault 7 è il primo degli archivi che WikiLeaks ha pubblicato inerenti lo spionaggio digitale della CIA.

10 anni di WikiLeaks

Monsanto (2011). In un cavo che espone comunicazioni del 2007, l’ex ambasciatore statunitense in Francia, Craig Stapleton, intima al proprio governo di “punire gli stati europei che si oppongono al geneticamente modificato”.

10 anni di WikiLeaks

La guerra in Medio Oriente (2009). Più di 90 mila documenti e rapporti segreti militari americani sulla guerra in Afghanistan.

10 anni di WikiLeaks

Guantánamo (2011). Le “procedure standard” descritte dai cavi raccontano di come l’esercito americano trattasse i prigioneri del carcere.

10 anni di WikiLeaks

I Kissinger Files (2013). Oltre 1 milione e 700 mila documenti che mettono in luce gli intricati rapporti tra Stati Uniti e resto del mondo.

Problema iPad e PC

Per questo Trump un paio di settimane fa ha avallato, seppur in via temporanea, la misura che vieta il trasporto in cabina di iPad e PC (ma anche lettori DVD, fotocamere e console portatili) dai voli provenienti da Africa e Medio Oriente. Il motivo? Le preoccupazioni per la presenza di batterie al litio che, se modificate, possono diventare un problema soprattutto in certe quantità. Ma anche il timore che questi apparecchi nascondano piccoli ordigni da azionare in volo o tra i gate e le uscite.

Più controlli: i dati

Secondi i dati del Customs and Border Protection, nel 2016 negli aeroporti statunitensi sono stati controllati 23.877 dispositivi tecnologici. Pochi, un numero minimo, in confronto ai 400 milioni di ingressi nel paese; circa lo 0,000060% se considerassimo un device per viaggiatore. Un anno prima era andata pure peggio, con appena 4.764 oggetti hi-tech ispezionati. Si avverte la necessità di fare di più per essere certi che smartphone, tablet, portatili, power bank e qualunque altro artefatto elettrico ed elettronico non rappresenti una minaccia per la sicurezza nazionale ma il sistema potrebbe collassare.

E se mi rifiuto di consegnare il cellulare?

Nel 2014, sotto l’amministrazione Obama, la Transportation Security Administration aveva abilitato i funzionari a controllare PC e altri apparecchi personali ritenuti “interessanti”. Anche in quel caso nessun obbligo, per la questione del Quarto Emendamento, ma la zona grigia che distingue la burocrazia negli aeroporti è sempre un vantaggio per la polizia. Per questo, chi si rifiuta di consegnare, accendere e sbloccare smartphone e altri dispositivi può incorrere in situazioni spiacevoli e persino uno stato di detenzione temporanea, fino a quando gli agenti lo ritengono necessario.

Burocrazia interminabile

È quanto successo a Hasaim Elsharkawi, uomo d’affari saudita spesso in viaggio tra gli Emirati e gli USA. Come racconta AP, lo scorso anno ha negato l’accesso alle foto del proprio telefonino perché contenente immagini della moglie senza velo. A quel punto la polizia lo ha ammanettato e interrogato per ore, fino a convincerlo a far controllare lo smartphone a una collega donna che si è fatta un giro tra email, foto, video e account Amazon ed eBay.

Nel 2016 sono entrati negli USA quasi 40.000 musulmani, con il solo status di rifugiati, pensate a tutti gli altri provenienti da qualsiasi parte del mondo ogni giorno e alle procedure di controllo che verranno attivate qualora la proposta di Trump venga accettata: ore e ore di fila per uscire all’aria aperta. Ci sentiremo forse più sicuri, ma la bilancia continuerà a pendere da una sola parte, quella del monitoraggio (spesso) ingiustificato.

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