Trump, la corsa contro il tempo tra processo e presidenziali 2024

Con ben 37 capi d’imputazione, Donald Trump è diventato il primo ex presidente americano a subire un’incriminazione federale. Il colpo, assestatogli dal procuratore speciale Jack Smith, non è di poco conto per lui. Nel suo complesso, l’accusa appare molto più solida di quella fondamentalmente traballante che gli era piovuta addosso dalla procura distrettuale di Manhattan lo scorso marzo. In particolare, a pesare negativamente sull’ex presidente ci sarebbe una registrazione audio in cui, nel 2021, sembrò ammettere di detenere documenti che non aveva declassificato. Si tratta di un punto che, anche secondo gli esperti legali più vicini al Partito repubblicano, sarà molto difficile da ribaltare nel corso del processo.

Tuttavia bisogna fare attenzione a considerare i giochi come già fatti. In questa questione il lato giudiziario e quello politico appaiono infatti inestricabilmente connessi. Trump non è solo un ex inquilino della Casa Bianca, ma è anche il principale candidato alla nomination presidenziale repubblicana del 2024. Non a caso, parte consistente del Gop sta accusando il Dipartimento di Giustizia di aver politicizzato l’inchiesta, per favorire la rielezione di Joe Biden tra un anno.

E qui veniamo al primo aspetto della battaglia politico-giudiziaria su questa vicenda. Da una parte, Trump punta a cavalcare la tesi della persecuzione giudiziaria. E, da questo punto di vista, ha oggettivamente qualche freccia al suo arco. Primo: Smith è stato nominato a novembre dal procuratore generale, Merrick Garland, che è a sua volta stato nominato a gennaio 2021 dallo stesso Biden, il quale – esattamente come Trump – è candidato alle elezioni presidenziali dell’anno prossimo. Secondo: il recente rapporto del procuratore speciale, John Durham, ha evidenziato le numerose storture che il Dipartimento di Giustizia (e in particolar modo l’Fbi) ha commesso ai danni di Trump ai tempi del cosiddetto scandalo Russiagate (poi risoltosi in una bolla di sapone). Terzo: Nbc News ha rivelato che l’indagine del procuratore speciale Robert Hur, nominato sempre da Garland a gennaio per indagare sui documenti classificati trattenuti indebitamente da Biden dal 2017, starebbe procedendo a rilento e che lo stesso Hur non avrebbe ancora interrogato sulla questione il presidente in carica. Una situazione che offre a Trump la possibilità di cavalcare l'accusa di doppiopesismo. Dall’altra parte, anche Smith sta giocando le sue carte. La pubblicazione delle foto dei documenti sensibili ammassati nella villa di Trump e l’aver fatto trapelare alla Cnn la trascrizione dell’audio incriminato in anticipo sono atti probabilmente da inserire in una precisa strategia politico-mediatica: il procuratore sta, cioè, verosimilmente cercando di neutralizzare davanti al pubblico americano la tesi, avanzata da Trump, della persecuzione.

Ma il duello politico-giudiziario tra Smith e l’ex presidente non viaggia soltanto sul piano mediatico. Viaggia anche su quello tecnico. Venerdì, durante una conferenza stampa, il procuratore speciale ha dichiarato: “Il mio ufficio cercherà un rapido processo su questa questione”. Ora, il diritto al processo rapido è contenuto nel Sesto Emendamento alla Costituzione americana. Il punto è che tale dispositivo è considerato una forma di tutela dell’imputato: una tutela a cui è tra l’altro possibile rinunciare. Appare quindi un po’ strano che sia il procuratore speciale a farvi riferimento. In realtà, una motivazione a questa apparente bizzarria sembra esserci.

Come sottolineato su The Hill da Jonathan Turley (docente di diritto alla George Washington University), Smith punta probabilmente a celebrare il processo il prima possibile. Esattamente quello che Trump non ha alcuna intenzione di fare, visto che – differentemente dall’incriminazione di Manhattan – quella attuale sarà molto più difficile per lui da contrastare. In altre parole, se Smith vuole avviare il processo probabilmente nel giro di qualche mese, l’ex presidente cercherà prevedibilmente di rimandarlo il più possibile. E questa strategia ha un senso. Le prossime elezioni presidenziali si terranno a novembre del 2024. Ne consegue che la stagione elettorale entrerà nel vivo già nell’autunno di quest’anno. È allora tutt’altro che escludibile che i giudici possano decidere di rimandare il processo a dopo le elezioni. “Spostare la data del processo oltre le elezioni di novembre non sarebbe difficile per gli avvocati di Trump”, ha scritto su Politico l’esperto legale, Renato Mariotti.

A quel punto, che cosa accadrebbe? Accadrebbe che, se dovesse riuscire a tornare alla Casa Bianca, Trump userebbe il perdono presidenziale su sé stesso: il perdono può infatti essere concesso anche prima di un’eventuale condanna e, almeno in linea teorica, può essere autoconferito. Da questo punto di vista, bisogna anche sottolineare che almeno uno degli attuali contendenti per la nomination presidenziale repubblicana, Vivek Ramaswamy, ha già detto che, qualora fosse eletto alla Casa Bianca, concederebbe il perdono a Trump. Il duello tra l’ex presidente e il procuratore speciale si avvia a rivelarsi tortuoso e complicato: un caotico calderone di politica, giustizia e strategie mediatiche incombe sulle elezioni presidenziali americane del prossimo anno.

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