Il prezzo del gas vola. Europa sotto attacco (anche dall'Opec e dalla Cina)

Quella odierna è stata forse la giornata più difficile per non dire drammatica legata al gas per il nostro continente. La Russia infatti ha comunicato in mattinata lo stop alle forniture ed immediata la reazione sui mercati si è fatta sentire. Ad Amsterdam, dove viene stabilito il prezzo, c'è stata un'immediata impennata del 31%. Allo stesso tempo i principali mercati vedevano i loro listini perdere in maniera pesante (Milano -2%). Una situazione ancor più pesante dato che dalla Cina e dall'Opec, (l'organizzazione che raduna i produttori di petrolio) arrivavano altre notizie pessime per la nostra economia e quella del nostro continente.

Difficoltà che rafforzano la linea dura di Mosca. Poco fa il Cremlino ha fatto sapere che non si sarà la riapertura dei gasdotti se prima non verranno tolte le sanzioni economiche contro la Russia introdotte dopo l'invasione dell'Ucraina.

Ecco perché l’UE non sta facendo abbastanza

E a fronte di questo l’Ue cosa fa? Poco o niente a quanto pare e come spiega l’economista fondatore di T-Commody Gianclaudio Torlizzi che, intervistato da Panorama.it, dice: “L’Europa al momento non sta reagendo perché fondamentalmente non vuole mettere mano al portafogli. Si sta concentrando sul discorso di imporre a Mosca un prezzo massimo – cosa che determinerà solo il blocco totale e a tempo indeterminato delle forniture di gas - senza invece pensare all’unico cap che si può fare e cioè che sia l’Europa a mettere un cap alla bolletta elettrica, ma deve poi mettere tanti soldi sul tavolo. Ecco perché l’Europa è lenta”.

E intanto il prezzo avanza del 21,4% a 260 euro al megawattora “Alle condizioni attuali – precisa Torlizzi - il gas può arrivare tranquillamente alle 400/500 euro MWh”.

L’Europa debole davanti alla crisi globale

Un’Europa disgregata e non compatta sta affrontando quella che potrebbe essere la peggior crisi economica dal dopo guerra a oggi in maniera goffa. Da una parte ci sono i Paesi più dipendenti dal gas russo che rischiano di trovarsi in breve in ginocchio (Italia e Germania in primis); dall’altra nazioni quali Olanda (sede del TTF) e Norvegia che, grazie alla propria autonomia energetica, pongono il veto a qualsiasi mossa dell’Unione atta a tutelare il potere d’acquisto delle famiglie e la produzione industriale.

In tutto questo le bollette dell’energia minacciano impennate del 150% nel giro di poche settimane e la produzione industriale rischia il tracollo.

Perché la svalutazione dello yuan minaccia la nostra industria

E se questo è lo scenario attuale che peggiora di ora in ora (alla chiusura del TTF il gas quotava 260 MW/h) ovunque ci si giri – che sia verso l’oriente o verso l’occidente – incombono nuove minacce. Pechino, infatti, sta svalutando lo yuan per aumentare l’export e invadere i mercati con i propri prodotti.

L’effetto primo della svalutazione monetaria, infatti, determinerà la crescita del volume delle esportazioni in quanto i compratori saranno stimolati da un prezzo più basso della merce; in questo modo sul nostro mercato arriveranno prodotti cinesi a prezzi più bassi di scarsa qualità e non certificati dalla garanzia UE

Ciliegina sulla torta il fatto che le nostre aziende - concorrenti a quelle cinesi - si troveranno in maggiore difficoltà proprio a causa del prezzo al consumo dei prodotti finiti cinesi. Quindi, da un lato si produrrà meno perché il gas costa di più e dall’altro quel poco che verrà prodotto dovrà affrontare la concorrenza della merce che arriva da una Pechino sempre più vicina a Mosca.

L’Opec taglia la produzione (e aumenterà il prezzo del greggio)

C’è poi l’Opec che contribuisce a impacchettare la tempesta permetta per avviare l’era glaciale del Vecchio continente. L’organizzazione mondiale dei produttori di petrolio ha deciso di tagliare la produzione in segno di protesta al tetto del prezzo del petrolio russo deciso dal G7 che, come spiega il Sole 24 Ore ha “l’obiettivo di stringere il cappio delle sanzioni internazionali contro Mosca, limitando le risorse incassate grazie all’export di prodotti energetici e utilizzate per rafforzare macchina bellica. Allo stesso tempo intende esplicitamente scongiurare nuovi shock sul mercato del greggio, che scuotano l’economia mondiale e anzitutto Paesi a basso e medio reddito con paralisi delle forniture”.

In questo modo la diminuzione della produzione implicherà l’aumento dei prezzi del greggio e ancora una volta l’Europa si troverà messa alle corde.

La soluzione, dunque, sarebbe quella, come sottolineato da Torlizzi e da tanti altri economisti di imporre un tetto ai prezzi delle bollette con l’Unione che si fa carico di colmare il gap dei costi.

Verso un’economia di guerra?

Quello che si muove a Bruxelles, invece, è il tentativo di mettere a punto uno “strumento di emergenza per il mercato interno”, ovvero di legittimare l’istituzione di un’economica bellica.

L’economia di guerra che potrebbe calare dall’alto sulla libertà d’azione degli Stati membri potrebbe imporre alle diverse nazioni di costituire riserve strategiche di un determinato bene che poi andrebbe redistribuito tra i Paesi dell’UE. Una procedura lunga e complessa che metterebbe a nudo l’incapacità dell’UE di affrontare la situazione giorno per giorno dando risposte concrete e immediate ai 25.

Intanto Putin fa spallucce e tramite il suo portavoce Dmitry Peskov in serata fa sapere: “I motivi che hanno indotto la sospensione del gasdotto Nord Stream non sono scomparse e sono riconducibili alle sanzioni contro la Russia”.

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