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L'editore Sandro Teti.
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Teti: «La guerra in Ucraina scatena la russofobia in Italia»

«Non c'è solo il corso su Fëdor Dostoevskij cancellato dall'Università Bicocca di Milano. In Italia sono tanti gli episodi di russofobia». A denunciare l'intolleranza anti-russaè Sandro Teti, un editore specializzato in testi russi e dello spazio post-sovietico. Teti frequenta da 40 anni la Russia, dove ha vissuto a lungo. Oggi, pur comprendendo e condividendo le motivazioni russe sulla messa in sicurezza del proprio spazio, condanna l'invasione ucraina. Ma non rinuncia a fare un parallelo storico: «La crisi fra Mosca e Kiev mi ricorda la crisi dei missili nel 1962, quando il presidente John Fitzgerald Kennedy minacciò non solo l'invasione di Cuba, ma anche l'impiego delle armi nucleari se l'Urss non avesse ritirato uomini e missili. Ebbene, il rozzo contadino Nikita Krusciov mise da parte il suo orgoglio e, per evitare una guerra nucleare, fece ritirare militari e missili. Oggi nessuno ha fatto un simile gesto distensivo». Nonostante i distinguo, Teti non giustifica l'aggressione ucraina: «In nessun modo» sottolinea. «Non me la aspettavo, come non se la aspettava nessuno». L'editore resta comunque su posizioni poco allineate al mainstream. Per questo è finito nel mirino di attivisti anti-russi, che hanno anche minacciato di dar fuoco ai suoi libri.

Lei denuncia un'ondata di russofobia in Italia. A che cosa si riferisce?

«Mi riferisco al fatto che in Italia si è scatenato un atteggiamento antirusso cieco e imperante. Alimentato da una copertura mediatica della guerra unilaterale, molto aggressiva e ostile nei confronti della Russia e peggio ancora dei russi, nonostante una parte di essi non condivida questa guerra».

Perché dice che c'è una copertura unilaterale?

«Per due motivi. Anzitutto perché molte notizie, direi due terzi, o sono false o sono gonfiate a dismisura. Poi perché mancano completamente immagini di quello che sta avvenendo dall'altra parte, nonostante siano disponibili nel circuito internazionale. Qualsiasi televisione italiana potrebbe diffonderle, ma lo evita con grande cura».

Si riferisce a episodi specifici?

«Certo. Vorrei citare il caso di Marc Innaro, il corrispondente della Rai da Mosca, un giornalista che ha una preparazione storica e linguistica eccelsa. Russista e slavista di formazione, laureato all'Orientale di Napoli, ai tempi sovietici aiutava i dissidenti, quindi non può essere tacciato di nostalgie sovietiche. Ebbene, semplicemente per aver riportato il punto di vista ufficiale del governo e di gran parte dell'opinione pubblica russa è stato attaccato durissimamente dal Partito democratico, in particolare dal segretario Enrico Letta. È stata chiesta la sua rimozione: inaudito».

In uno speciale del Tg2, Innaro ha detto: “Basta guardare la cartina geografica per capire che negli ultimi 30 anni chi si è allargato non è stata la Russia ma la Nato”. Su queste parole è stato attaccato?

«Esattamente su queste parole».

Altri episodi di russofobia in tv?

«Per esempio quello che mi è successo a SkyTg24. È successo il 26 febbraio, quando sono stato chiamato a parlare in quanto esperto di Russia. Mentre in studio si parlava dei bombardamenti in corso, sono intervenuto per dissentire, ma sono stato praticamente messo a tacere».

E poi c'è il caso del corso di Paolo Nori su Fëdor Dostoevskij...

«La novità è che Nori ha rinunciato al corso».

Veramente?

«Il prorettore della Bicocca Maurizio Casiraghi voleva "ristrutturare il corso ... aggiungendo a Dostoevskij alcuni autori ucraini". Nori ha annunciato che terrà il suo corso altrove: ha avuto molte offerte».

Meno male... E la sua casa editrice, che problemi ha avuto?

«Sollecitato dalla distribuzione, ho riproposto un testo intitolato Attacco all'Ucraina, pubblicato ormai otto anni fa con interventi di vari esperti, come Lucio Caracciolo, Franco Cardini, Carlo Freccero e il professor Stefano Bruno Galli, assessore alla Regione Lombardia. Fra gli altri, c'era anche Giulietto Chiesa. Ho mandato una newsletter in cui segnalavo il libro. Risultato: sono stato coperto di insulti. Mi hanno detto che ero pagato da Mosca, che mi dovevo vergognare, che ero al soldo degli stranieri... Fra chi mi ha attaccato c'è persino un noto polonista come Francesco Cataluccio».

Dopo la cacciata dalla Scala del direttore d'orchestra Valery Gergiev, anche la Fiera dell'editoria per ragazzi di Bologna non ospiterà editori russi.

«Quella è una vicenda che grida vendetta a Dio e agli uomini. Ebbene, se c'è un mondo molto poco vicino a Putin è quello dell'editoria, che peraltro io rappresento (da gennaio sono rappresentante per l'Italia dell'associazione degli editori russi). E se ce ne è uno ancora meno vicino a Putin è quello dell'editoria per l'infanzia. E si va a impedir loro di venire qui? Ma siamo al delirio più puro... Io sono certo che se li avessero fatti venire, come è già accaduto in passato, tanti di quegli editori si sarebbero presentati con la bandiera e con la maglietta di solidarietà ucraina».

Un po' come il fotografo russo Alexander Gronsky, a cui il Festival fotografia di Reggio Emilia ha cancellato la mostra, che poi è stato arrestato mentre protestava contro la guerra...

«Esattamente. Peraltro, non facendo venire i russi in Italia, noi rafforziamo le tesi di Putin, secondo cui gli occidentali odiano i russi».

Ma è un fenomeno nuovo, la russofobia in Italia?

«No. Lo so bene perché nel 2016 ho pubblicato il libro dello storico ginevrino Guy Mettan, con prefazione di Franco Cardini, intitolato Russofobia. Mille anni di diffidenza. È un fenomeno millenario, che si è declinato nel corso dei secoli e nelle diverse aree, perché c'è la russofobia tedesca, francese, anglosassone... Un esempio di russofobia italiana del nostro recente passato? Il silenzio dei media sulla strage di Odessa. Un vero e proprio massacro che si è verificato il 2 maggio 2014, quando una manifestazione anti-Maidan fu spenta nel sangue da estremisti neonazisti e nazionalisti che bruciarono letteralmente vive 80 persone, secondo le stime russe, all'interno della Casa dei sindacati».

In effetti pochissimi ne hanno parlato. Nel 2015 la Deutsche Welle ha condotto un'inchiesta su questo massacro.

«I tedeschi rappresentano un caso a parte. Non a caso, in questi giorni, il cancelliere e il ministro della Cultura stanno ripetendo che la Germania deve incrementare le relazioni culturali con la Russia. Motivo: tenere aperto il dialogo».

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