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Terrorismo: chi sono i jihadisti del Kosovo

“L’Isis ha dato mandato o ai mujaheddin kosovari o comunque dell’area balcanica di colpire il territorio italiano”. L’indicazione arrivò dai terroristi detenuti nel carcere di Rossano Calabro, solo pochi mesi fa, attraverso una nota che il Dap inviò immediatamente all’antiterrorismo.

Proprio nelle celle del carcere calabrese, la notte del 13 novembre 2015, a poche ore dalmassacro del Bataclan, alcuni di loro inneggiarono “alla Francia liberata”.

Oggi, a distanza di circa cinque mesi da quell’informativa, i primi arresti di cittadini kosovari che stavano pianificando di mettere una bomba sotto il ponte di Rialto, nel cuore di Venezia.

DA DOVE ARRIVANO
L'ordine che veniva dato mujaheddin kosovari, era quello di passare dalla Bosnia per poi entrare da Venezia, Trieste oppure attraverso la Svizzera. L’indicazione, infatti, era quella di arrivare dal Kosovo in territorio bosniaco, storicamente zona ad altissima densità di comunità salafite, per poi proseguire verso l’Italia, meglio facendo tappa in Svizzera dove i controlli, secondo i terroristi, erano meno scrupolosi, oppure entrando a Trieste.

COME SI INFILTRANO
L’obiettivo dei terroristi è quello di infiltrare ambienti islamici italiani, e farlo attraverso insospettabili di nazionalità albanese. I requisiti richiesti sono due: “un’ottima conoscenza della lingua italiana” e “buone capacità informatiche”.

DOVE VANNO
Al momento sono tre, secondo l’intelligence, i luoghi da monitorare in Italia legati alla presenza di kosovari: la zona di Monteroni d’Arbia in provincia di Siena e alcune aree di Lecco e Cremona. In Toscana, l’enclave kosovara farebbe riferimento all’imam Seat Bajaraktar, il quale, secondo l’antiterrorismo, ricopre un ruolo strategico tra l’Italia e il Kosovo. 

Situazione simile anche in Lombardia. In provincia di Lecco sono stati arrestati e indagati numerosi personaggi di origine kosovara e marocchina. Ad esempio da Barzago, nel 2015, una donna albanese è partita per la Siria portandosi via il figlio di sei anni. Sempre in questa aerea sono stati individuati personaggi radicali originari dei Balcani, considerati possibili reclutatori. Altro luogo “pericoloso” è in provincia di Cremona dove vive una numerosa comunità kosovara.

QUANTI SONO
In Kosovo, oltre 400 kosovari, per lo più membri della maggioranza albanese, sono stati reclutati dallo Stato islamico o da fazione qaediste impegnate in particolare in Iraq e Siria. Secondo dati raccolti dall’Ocse e dalla Cia, si contano più di 600 kosovari impegnati nel Jihad in Siria e Iraq, ma la cifra potrebbe essere ancora più elevata. Nel 2016, è stato monitorato attentamente il ritorno dei foreign fighters dalle zone di guerra. Ad esempio in Italia, su 120 partiti ne sono rientrati al momento dodici.

Ad oggi, secondo le fonti di intelligence, sarebbero almeno 20 le cellule terroristiche attive nel reclutamento e addestramento fra Serbia, Albania, Macedonia, Kosovo, Montenegro e Bosnia.

DOVE CRESCONO
Non solo i luoghi di culto per radicalizzare i musulmani ma anche le Ong. Solo nel 2015, le forze di polizia del Kosovo hanno perquisito le sedi di cinque ong di orientamento islamico, sospettate di finanziare il terrorismo e di riciclaggio di denaro. I controlli furono effettuati alle organizzazioni Nisa, Bregu i Diellit e Ibni Sina di Pristina e Kuran e Ehli Beati di Prizren.

Ma il pericolo dei “mujaheddin” non arriva solo dal Kosovo. La situazione più pericolosa riguarda tuttavia la Bosnia, dove i servizi si sicurezza stimano che siano tremila i radicali islamici pronti a entrare in azione in tutta Europa.
La Bosnia-Erzegovina è stato il primo Paese balcanico ad assistere ad una forte penetrazione, a causa della guerra e della necessità dei musulmani bosniaci di finanziamenti e armi. Il coinvolgimento nella guerra bosniaca tra il 1992 e il 1995, di combattenti integralisti islamici ha dato il via al forte radicalismo islamico. Le stime relative a kosovari, albanesi, macedoni e bosniaci che si sono uniti ai gruppi radicali in Siria ed Iraq sono in costante crescita. 

Dalla guerra nei Balcani, alcuni movimenti islamisti nei Paesi dei Balcani occidentali hanno realizzato una infrastruttura capillare, sofisticata, composta da rifugi sicuri in villaggi isolati e nelle moschee controllate da imam radicali. Ma anche da mezzi elettronici e di stampa online, che propagano notizie da vari fronti del jihad e propaganda politica.


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