Noi prigionieri di San Siro mentre a Barcellona abbattono il Camp Nou

A Barcellona il dibattito è durato il giusto: idea, progetto, discussione e via libera ai lavori. Senza perdere troppo tempo in chiacchiere, consapevoli che il Barça che per la comunità catalana è Mes que un club aveva bisogno di uno stadio moderno e sorprendente per tornare a competere senza indebitarsi come fatto nell'ultimo decennio. Chi passa da Aristides Maillol in queste settimane proverà certamente un senso di smarrimento nel vedere lo scheletro del glorioso Camp Nou smantellato centimetro dopo centimetro, distrutto per poi essere ricostruito sulle sue ceneri. Costo previsto: 1,5 miliardi di euro. Fine de lavori nel 2024 o giù di liì perché nel frattempo il Barcellona campione di Spagna si è trasferito nel già esistente Lluis Companys, umpianto situato in cima alla collina di Montjuic che ha ospitato le Olimpiadi del '92 e che fino al 2009 è stato la casa dell'Espanyol.

Comodo? No. A costo zero? Nemmeno. Doloroso? Sì. Però necessario e i catalani non ci hanno pensato troppo anche se i monumentali lavori di ristrutturazione del Camp Nou arrivano proprio nel momento di maggiore tensione finanziaria per la società, indebitata da operazioni spericolate della precedente gestione e impegnata a coniugare risanamento e competitività.

Beati loro, verrebbe da dire. Da noi di attesa per il via libera a progetti di stadi nuovi si muore nel senso che il calcio italiano - ormai nemmeno lentamente - si avvia sulla strada del declino economico e, di conseguenza, di appeal e ricchezza sportiva. Solo concentrandoci sulle due capitali d'Italia (Roma e Milano) il quadro è sconfortante. A Roma adesso si corre per dar seguito al progetto dei Friedkin di fare un impianto all'avanguardia a Pietralata, in una zona che non dovrebbe presentare le criticità che hanno contribuito ad affossare il precedente progetto su Tor di Valle, ma che in ogni caso è destinata a finire al centro del solito meccanismo di proteste, polemiche e opposizioni varie. I comitati dei cittadini si sono già mossi, il sindaco Gualtieri prova a bruciare i tempi ma, visti i precedenti, non si accettano scommesse.

A Milano la situazione è ancora più surreale. Nel luglio 2019 Milan e Inter hanno ufficialmente avanzato di un nuovo San Siro da fare nell'area dell'attuale San Siro ma abbattendolo, perché considerato (studi alla mano) non ristrutturabile in maniera vantaggiosa se non azzerandolo. Cosa che non si può fare, non essendoci un altro campo in città o nelle vicinanze dove trasferire per tre anni almeno i 60mila che ogni domenica tifano le due squadre.

Tra strappi e ricuciture siamo arrivati all'alba del quinto anno con il Milan ormai in fuga verso San Donato e l'Inter che minaccia di fare lo stesso in direzione Rozzano. Il sindaco Beppe Sala abbozza e tutti aspettano che la Soprintendenza faccia sapere se dal 2025 il secondo anello sarà vincolato o no. Lo fosse, per San Siro sarebbe il game over, altrimenti si vedrà anche se non a tutti è chiaro l'impatto (anche solo a livello di immagine) di un trasferimento di Milan e Inter fuori dai confini di Milano.

Intanto, però, il vecchio San Siro che è un po' 'Dead man walking' si appresta a vivere le stagioni più belle della sua storia centenaria. Nel febbraio 2026 ospiterà le cerimonie dei Giochi invernali di Milano e Cortina e pochi mesi più tardi, o al massimo nel maggio 2027, sarà il teatro della finale della Champions League. La Figc ha candidato Milano, Sala ha fatto i salti di gioia (parole sue), gli osservatori esterni sono rimasti come minimo perplessi. E' vero che a quella data, abbattimento o non abbattimento, il Meazza sarà comunque in piedi e attivo, ma a volte i simboli contano quasi quanto i fatti: la realtà è l'Italia si è candidata a ospitare l'evento calcistico più importante del mondo dopo la finale Mondiale presentando uno stadio costruito nel 1926.

Se lo trovate normale fate parte dei sostenitori del Meazza per sempre, altrimenti potete iscrivervi alla lista di quelli che pensano e vorrebbero agire come a Barcellona. In mezzo c'è il calcio italiano che muore lentamente di inedia.

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