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Spagna, Vox ora guarda alle europee

Anche se non ha portato a casa la valanga di voti che prevedevano alcuni sondaggi, quella di Vox è stata una vittoria schiacciante. Il partito presieduto da Santiago Abascal è la prima formazione di estrema destra a entrare in Parlamento da quando, 40 anni fa, la Spagna tornò alla democrazia con le prime elezioni politiche dopo la morte del generale Francisco Franco, che era avvenuta nel 1975.


Il «movimento patriottico» che vuole difendere la «Spagna viva» contro la «dittatura dei progressisti» ha festeggiato la vittoria in piazza Margaret Thatcher a Madrid. Ironia della sorte, la piazza era stata ribattezzata nel 2014 dall'allora sindaco di Madrid, Anna Botella, moglie di José Maria Aznar, l'ex premier spagnolo del Partito popolare che proprio Vox ha depotenziato in queste ultime elezioni, facendogli perdere metà dei suoi seggi in Parlamento: 66 contro i 137 del 2016. «Possiamo dire a tutta la Spagna che Vox è qui per rimanerci» ha proclamato a gran voce Santiago Abascal, il presidente del partito ultranazionalista fondato meno di sei anni fa, il 17 dicembre 2013, da un gruppo di dissidenti guarda caso del Partito popolare.

Una marcia trionfale, quella di Vox, cresciuto proprio soffiando sulla delusione nei confronti del Partito popolare, accusato di aver tradito «i valori e gli ideali» dei suoi elettori. Solo tre anni fa il partito sovranista aveva preso lo 0,2 per cento dei voti. A dicembre 2018 ha raccolto quasi l'11 per cento di consensi alle elezioni regionali dell'Andalusia. Ora debutta alle Cortes con 24 seggi, vale a dire il 10,3 per cento dei voti. E lo fa un preciso programma. Durante i festeggiamenti in piazza Margaret Thatcher, il segretario generale di Vox Javier Ortega Smith ha annunciato: «Questo non è che l'inizio. Ognuno dei nostri deputati farà una vera opposizione, gli altri dovranno rispondere alle nostre proposte. Siamo inarrestabili».

Negli anni della scalata al potere, Vox ha sollevato un can can con le sue proposte ultraconservatrici. Il suo leader Abascal non tollera i separatisti («Vogliono distruggere quello che abbiamo di più prezioso: la patria»), si oppone alle regioni autonome («Il cancro del Paese»), mette nel mirino gli islamisti («Vogliono imporre la Sharia») e si oppone al progetto degli Stati Uniti d'Europa (minaccia «la nostra sovranità»). E difende i valori tradizionali della famiglia, nonostante sia divorziato e abbia avuto due figli dalla prima moglie e due dalla seconda (Lidia Bedman, influencer su Instagram di Alicante).


Quarantatré anni, barbetta ben curata, fisico prestante, Santiago Abascal è un basco di Bilbao. Ultracattolico, antiabortista, è cresciuto ad Amurrio, un villaggio di cui il nonno era stato sindaco durante la Spagna franchista. Suo padre, che era consigliere comunale del Partito popolare, ha subito tre attentati da parte dei separatisti dell'Eta. Memore del passato familiare, Santiago gira sempre con una Smith & Wesson, come quella dell'ispettore Callaghan («prima per proteggere mio padre, ora i miei figli»). Un fatto insolito, per un Paese come la Spagna.


Non è un caso che Abascal adori il presidente statunitense Donald Trump. Uno dei suoi slogan preferiti è guarda caso «los españoles primero», di trumpiana memoria. Ma Abascal non disdegna neanche il brasiliano Jair Bolsonaro. Ed è in grande sintonia anche con Matteo Salvini come il leghista, invoca l'introduzione di una flat tax al 21 per cento. Tanto che, subito dopo le elezioni, il vicepremier italiano ha espresso un auspicio: «Spero di avere gli amici di Vox alleati nell'Europa che stiamo costruendo».

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