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Sophia Loren sul set del film «La vita davanti a sé» (Regina de Lazzaris Aka Greta/Netflix).
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Sophia Loren: «Mia madre assomigliava a Greta Garbo»

Gli inizi con Vittorio De Sica, la voglia di riuscire e l'importanza della famiglia e della fede. L'attrice italiana più famosa al mondo ripercorre le tappe della sua carriera. E rivela aneddoti del suo ultimo film (Netflix) La vita davanti a sé. «Una pellicola da Oscar» dice orgogliosa «e il regista è mio figlio Edoardo».

Quando Sophia Loren entrava in un ristorante a New York la gente si alzava in piedi a batterle le mani. Ad applaudire una delle più grandi dive internazionali, la donna bellissima che aveva fatto con oltre 100 film la storia del cinema. Ma forse non sapevano che applaudivano anche la ragazzina di Pozzuoli che serviva i liquori di ciliegie fatti in casa ai soldati americani nel piano-bar improvvisato dalla nonna nella Napoli liberata e livida, straziata dalla guerra. Quegli anni amari che oggi, durante la pandemia, le tornano alla mente. Sola, nella sua casa di Ginevra, racconta a Panorama come abbia deciso di tornare al cinema dopo dieci anni di assenza con un film per Netflix, La vita davanti a sé, diretto dal figlio Edoardo Ponti e candidato ai Golden globe insieme a Laura Pausini per la musica. La storia, tratta dall'omonimo e commovente romanzo del 1975 di Romain Gary, racconta di Madame Rosa, una donna sopravvissuta all'Olocausto, un tempo prostituta e ormai anziana, madre surrogata dei figli delle ex colleghe. In una Bari multietnica e melanconica, la Loren con gli occhi bistrati di nero, i lunghi capelli grigi in disordine e le rughe portate con orgoglio, si prepara, come annunciato da molti, a vincere il suo terzo Oscar.

Come è stato lavorare con suo figlio?
«Mi conosce molto bene e con lui sento di poter essere me stessa e di dargli il meglio che posso. È una cosa bellissima lavorare insieme. Sono riuscita a raccontare la storia e a vivere il mio personaggio nel modo più sincero possibile».

Qual è stata la scena per lei più difficile?
«Quando si tratta di girare in esterno ogni scena è complessa. Se vuoi essere vera hai bisogno di sapere come calibrare le emozioni che ti sopraffanno. Tutto è molto faticoso, è necessario rispettare il giusto tempismo, ma ogni cosa è difficile
se veramente ci tieni. Niente nella vita si guadagna con facilità».

Con suo figlio l'atmosfera sul set era di grande tranquillità?
«No, è impossibile se ci sono io. Perché c'è sempre una specie di casino. Quando voglio raggiungere la tranquillità devo rinchiudermi in me stessa, pensando che ho bisogno di essere calma per dare il meglio».

Madame Rosa accoglie i figli delle prostitute come una madre, dolce e severa. E con uno in particolare, Momò, ha un rapporto profondo. Lei che madre è stata?
«Come tutte le madri anche io sono stata come la protagonista: dolce quando si può, severa quando si deve. I bambini hanno bisogno di limiti e libertà. Il trucco sta nel trovare un certo equilibrio. Le mamme camminano sempre su un filo sottile».

Che effetto le ha fatto la scena sotto la pioggia sulla terrazza che rimandava a un'altra celebre terrazza, quella di Una giornata particolare di Ettore Scola con Marcello Mastroianni, a detta di molti il suo film più bello?
«Mentre ero su quel terrazzo non ho mai ripensato a Una giornata particolare. Solo a riprese finite mi è venuto in mente che Edoardo avesse allestito la scena proprio sul tetto per alludere a quel film. E allora sì, rivedendola in questa nuova luce, mi sono emozionata. È stata una parte molto difficile. Mentre stavo lì ferma, con la pioggia che mi scendeva ovunque, lui mi diceva: «Mamma please don't blink, mamma per favore non sbattere le palpebre». Con le gocce di pioggia tra le labbra, sugli occhi, non muoversi era faticoso. Per questo quando giro non penso mai al passato, ma solo al presente, a quello che devo fare. Sennò mio figlio mi sgrida, dice che ho sbagliato».

Davvero la sgrida?
«Ma no, sempre ridendo. Non è ancora nato chi sgrida Sophia Loren».

Ha sempre detto che Vittorio De Sica è stato il regista più importante della sua vita. È così?
«È stato il primo che ho incontrato nei teatri cinematografici e mi sono aggrappata a lui in una maniera incredibile. Perché non sapevo recitare, non sapevo neanche parlare. Parlavo il dialetto, ora che ci ripenso ero quasi ridicola. Non ero abituata a stare tra la gente, avevo solo 17 anni, cercavo di tenere le briglia fintamente sciolte. Ma non sapevo fare nulla. Incontrarlo è stata una cosa meravigliosa. Ho capito subito che questo signore così gentile, sensibile, che sapeva come parlare agli attori, mi avrebbe senz'altro aiutata ogni volta che io glielo avessi chiesto».

E lei glielo chiese spesso?
«Molte volte. Gli dicevo: "Mi aiuti, commendatore, perché io non so fare proprio niente". E piano piano lui con la sua cortesia mi aiutò tantissimo. Feci il provino per L'oro di Napoli ed è stato lì che ho iniziato a fare cinema, non sapendo neanche cosa fosse il cinema, non essendo al corrente di niente. Però quando sei veramente disperata e cerchi un lavoro perché non c'è altro nella tua vita, allora può succedere che il futuro ti venga incontro. De Sica mi scelse subito, forse perché mi muovevo bene o perché ero napoletana e parlavo il dialetto. Era solo un episodio del film diviso in più storie. Io interpretavo una pizzaiola. Ebbe un grande successo».

Per Madame Rosa ha dichiarato di essersi ispirata a sua madre e fu così anche per Cesira, l'indimenticabile protagonista de La Ciociara, che le valse il suo primo Oscar. Che donna era Romilda Villani, sua madre?
«Quando la guardavi capivi che era una sognatrice, viveva perennemente nei suoi sogni. Ci amava come figli, ma nella sua vita aveva incontrato un uomo, mio padre, che fu sempre molto lontano da noi. Questa cosa dolorosa l'ha completamente cambiata, intristita, ammutolita».

Qual è stato il suo insegnamento più prezioso?
«Mia madre mi ha insegnato, e me lo ripeteva spesso in napoletano, di non permettere a nessuno di comandare il mio cuore. Di non farmi abbindolare dagli uomini, perché gli uomini sono quello che sono: "Tu devi avere il controllo dei tuoi desideri e niente cchiù". Assomigliava a Greta Garbo e le piaceva accentuare questa straordinaria somiglianza: era bionda e si truccava come la Divina. Quando usciva per strada c'era sempre una folla dietro di lei e io pensavo: "Perché no, non fa male a nessuno. Lasciamola fare, poverina"».

Sembra che la madre fosse piuttosto lei...
«Ero piccolina, dovevo trovarmi un posto nel cinema o da qualche altra parte, un lavoro che potesse darmi la possibilità di mantenere mia mamma perché lei non poteva, non lo faceva. Lei suonava benissimo il pianoforte, si trastullava con queste cose. Era una donna che cercava la felicità. Felicità che non aveva mai avuto».

Lei che è passata attraverso l'orrore della guerra, come le sembra il momento che stiamo vivendo?
«Una schifezza. Dalla guerra sapevamo cosa aspettarci: la fame, i bombardamenti, ma qui non si sa nulla, ogni giorno tutto cambia. Il non sapere cosa potrà succedere domani con questo virus è una grande sofferenza. È qualcosa che non dimenticherò mai: la solitudine profonda, questo modo di vivere come stiamo vivendo adesso: chiusi, impauriti. Così come non dimenticherò mai gli anni della guerra: quando eri costretto a uscire la sera perché c'erano le bombe, ma non sapevi se la tua casa il mattino dopo l'avresti ritrovata in piedi. Sono mesi che non esco, ho paura di contagiarmi, non mi sento più libera».

Si riprenderanno il cinema e il teatro dopo le lunghe chiusure?
«Per forza. Spero che questa malattia venga spazzata via. E poi si tornino ad affollare i cinema, i teatri. Perché in caso contrario la nostra arte morirà. È una cosa impossibile anche solo a pensarci. La televisione ci ha aiutato in questo momento, anche se vorremmo vedere teatri pieni di gente che sorride. Ma per il momento, "non ci sta proprio"».

Tornando al film la parte più commovente è sicuramente quella cartolina che ritrae le mimose del giardino d'infanzia, il ricordo a cui Madame Rosa non rinuncerebbe mai. Di quale ricordo della sua vita non farebbe mai a meno?
«Anche per me quella è la parte più commovente. Quando ho girato quella scena ho provato il dolore della protagonista, il trascorrere impietoso del tempo. Io non potrei mai rinunciare a nessun ricordo dei miei figli. Come si dice a Napoli:
"I figli so' piezz e' core". Non posso non ripensare a loro piccoli, con me felice».

È vero, come dice nel film, che «quando non ci credi più, le cose belle succedono»?
«Succedono e ti sorprendono. Se hai fede accadono. La fede è importante, bisogna credere nell'impossibile, nelle cose
che non ti aspetti. La fede è ciò che ti fa andare avanti. Senza speranza non siamo nulla: bisogna credere in Dio, in se stessi, nei propri figli. Bisogna credere nella vita. Altrimenti si spegne tutto».

Direbbe ancora che la vita, nonostante tutto, è una gran cosa?
«Sempre, sempre, sempre. La vita è bella, anche se certe volte ti chiedi quando finirà tutto questo. Ma finirà e un giorno ci sentiremo al telefono e le dirò: "Ha visto che avevo ragione io". La vita è più forte di tutto. Bisogna avere pazienza, andare avanti. Perché se no "ci sparammo"».

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