Silvia Calandrelli: "Ecco i nuovi progetti di Rai Educational"

“Credo che la cultura sia l’unica vera risorsa anticiclica che ha questo paese”. Ha le idee chiarissime Silvia Calandrelli, da due anni direttrice assai stimata di Rai Educational. Prima donna a ricoprire questo ruolo – vale la pena rimarcarlo ancora una volta – lo fa col temperamento e la determinazione di chi conosce il suo mestiere. Del resto in Rai ha cominciato a lavorare giovanissima, più di vent’anni fa, e dal luglio 2011 è al timone di Rai Storia e Rai Scuola, per i quali ha immaginato (e realizzato) un volto nuovo e uno sviluppo cross mediale. A Panorama.it fa un bilancio della sua direzione e svela alcuni dei nuovi progetti. 

Direttore, lo scorso luglio ha ‘festeggiato’ i suoi primi due anni alla guida di Rai Educational. Il bilancio è positivo?

Direi proprio di sì. L’abbiamo concimata e fatta crescere. Abbiamo portato Rai Scuola sul digitale e soprattutto dato a tutta la nostra offerta una visione cross mediale, che è uno dei punti di eccellenza dei nostri canali.

Per uno dei quegli strani casi che riserva il destino, lei è cresciuta professionalmente a Rai Educational e poi ci è tornata molti anni dopo.

Infatti ho un forte legame affettivo con questa rete. Scherzando mi piace definirla l’hardware del servizio pubblico e considero una delle sue missioni più importanti l’aspetto educativo. Credo che la cultura sia l’unica vera risorsa anticiclica che ha questo paese: per rinascere, la scuola e la cultura sono uno strumento basilare.

Dal maestro Manzi in poi, il dibattito sulla funzione formativa della tivù non si è mai placato. Per qualcuno è una visione polverosa e superata, per altri ancora attuale.

Lo so che per qualcuno è démodé, ma il dibattito è attualissimo. Continuo a pensare che il servizio pubblico abbia istanze ed esigenze chiare e che uno dei suoi obiettivi strategici sia quello di fare formazione. La tivù non deve sostituirsi alla scuola, alle istituzioni e alla famiglia ma può offrire degli strumenti complementari, come tra l’altro accade in tutti il mondo.

All’inizio della sua direzione, in un’intervista a La Stampa disse che avrebbe voluto“sperimentare nuovi linguaggi in maniera strutturata”. Pensa di esserci riuscita?

Sì. Molti dei nostri programmi si rivolgono ai ‘nativi digitali’: i canali digitali da soli non sarebbero sufficienti a raggiungerli e per questo, con uno sforzo enorme, abbiamo costruito portali ad hoc e le applicazioni per cellulari e tablet. Tengo molto a quest’aspetto, perché le fasce più giovani frequentano molto meno la tivù generalista e come azienda non possiamo non parlare a questo pubblico, che fruisce della tivù attraverso internet, spesso creandosi il proprio palinsesto.

I numeri le danno ragione:  le app di Rai Scuola e Rai Storia sono state scaricate da quasi 220 mila utenti.

Hanno avuto molto successo, considerando che le abbiamo lanciate senza troppo clamore. L’incremento mensile è di 10 mila utenti. Sono prodotti in cui s’interagisce molto e ci sono materiali unici: penso all’app di letteratura, che tra le chicche ha un filmato di Ungaretti che legge se stesso. E’ un prodotto che solo il servizio pubblico, grazie ai suoi archivi, più dare.

Veniamo i programmi. Tra i brand più conosciuti e longevi c’è Tv Talk: qual è il segreto del successo del programma guidato da Massimo Bernardini?

L’essere sempre alla ricerca di un’evoluzione. Quello che non è cambiato, in questi anni, è che Tv Talk resta l’unico osservatorio esistente di analisi dei media e dei linguaggi della televisione: è uno strumento importante per riflettere sulla tivù. C’è stata e c’è ancora un’attenzione nella scelta degli analisti e i ragazzi che sono studio non sono solo parte della scenografia – mi si consenta l’espressione - ma lavorano attivamente alla trasmissione. Massimo Bernardini poi è una certezza.

Lo scorso anno il programma ha anche vinto il Premio Regia Televisiva.

L’essere tra i dieci programmi più importanti premiati dalla critica è un bellissimo riscontro. La soddisfazione maggiore è aver mantenuto negli anni serietà, rigore e autorevolezza. Che si difende anche grazie alla consulenza, per noi è fondamentale, della comunità scientifica - di cui ci avvaliamo per tutti i nostri programmi.

Nei mesi scorsi si è parlato molto, tra mille polemiche, di un altro programma di punta di Rai Storia, La storia siamo noi. Tornerà?

E’ stato un programma importantissimo e lavoriamo in continuità con quello che è il racconto della storia, ma sempre con modi nuovi e con nuove sperimentazioni. Penso ad esempio ai progetti sulla Prima guerra mondiale – il prossimo anno ricorrerà il centenario - che avrà come volto Carlo Lucarelli: partirà a giugno 2014 su Rai Storia e sarà una sorta di ‘diario della guerra’, che darà voce a chi l’ha vissuta, leggendo una piccola parte dei 4 miliardi di lettere partite dal fronte.

Carlo Lucarelli sarà anche il conduttore di Italia in 4 d, in onda dal 25 ottobre.

Sarà un vero e proprio racconto della storia di questo paese in quattro decenni, dagli anni ’50 agli anni ’80, in cui si analizzerà tutto, dall’educazione dei figli alla scolarizzazione passando per il boom economico degli anni ’60, al ruolo delle donne. Lucarelli è molto attento alla dimensione del racconto e ogni settimana, fino a giugno, ci condurrà in questo articolato percorso.

Chiudiamo con un gioco: mi dice il nome di tre programmi cui è particolarmente affezionata?

Un po’ a tutti, però glie ne citerò tre. Viaggio nell’Italia che cambia, con Edoardo Camurri (in onda su Rai Storia la domenica alle 21 e 30). Esattamente cinquant’anni fa, Ugo Zatterin fece un programma dall’omonimo titolo, che abbiamo tenuto quasi come un omaggio, e Camurri ne ripercorre le tappe. E’ un lavoro enorme e complicatissimo ma forse è uno dei pochi programmi che dà il senso di dove siamo arrivati, a che punto siamo e dove andiamo.

Secondo titolo?

Nautilus, condotto da Federico Taddia (uno degli autori di Fiorello, ndr), su Rai Scuola dal 21 ottobre alle 19 e 30: in studio ci sarà un gruppo di ragazzi che ogni settimana ragiona assieme al conduttore e ad un ospite di amore, razzismo, politica e tutto ciò che ha a che vedere con le nuove generazioni.

Quanto al terzo, chiudiamo con un progetto futuro?

Sì. Si tratta di Disordini, sei puntate in onda su Rai Scuola dal 24 ottobre e poi su Rai Tre. E’ la prima docu-fiction mai realizzata sui temi del disagio mentale e del disturbo. E’ realizzata con Stefano Vicari, un primario di neuropsichiatria infantile. Il suicidio è una delle cause di massima mortalità tra gli adolescenti, assieme agli incidenti stradali: partendo da questo dato, ho pensato che fosse importante iniziare a parlare di temi ad alto tasso di complessità come autismo, anoressia e depressione. Vogliamo rompere un tabù, ma lo faremo con grande delicatezza nel racconto. 

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